​La Calabria porta a casa quattro nuovi Presìdi Slow Food e risulta la regione più rappresentata tra le novità presentate a Terra Madre Salone del Gusto, concluso ieri a Torino. I prodotti scelti sono l’aglio rosa di Nicastro, la pesca tardiva di Magisano, l’oliva Geracese e i fagioli Pappaluni d’Aspromonte. Non sono invenzioni gastronomiche costruite per attirare turisti, ma coltivazioni che per decenni hanno fatto parte dell’agricoltura e dell’alimentazione quotidiana di intere comunità. Poi il mercato ha cominciato a preferire varietà più produttive, uniformi, facili da lavorare e capaci di sopportare lunghi trasporti. Quelle locali sono rimaste confinate in pochi campi e affidate alla resistenza di un numero sempre più ridotto di agricoltori.

Che cos’è un Presidio Slow Food

​Il Presidio Slow Food non è una Dop o un’Igp e non costituisce un riconoscimento pubblico europeo. È un progetto di tutela che riunisce i produttori, stabilisce regole condivise e prova a restituire mercato e reddito a coltivazioni che, senza una convenienza economica, rischiano di scomparire. Perché nessun prodotto si salva soltanto raccontando quanto fosse buono: qualcuno deve continuare a coltivarlo e qualcuno deve essere disposto a comprarlo.

​Il fagiolo Pappaluni d’Aspromonte

​Il fagiolo Pappaluni viene coltivato nelle zone medio-alte dell’Aspromonte e delle Serre, tra i 400 e i 1.200 metri. Ne esistono soprattutto due tipologie: una bianca e una screziata, con colori che possono andare dal verde al violaceo, dal marrone al giallo ocra. Ha una buccia tenera ed è uno degli ingredienti tradizionali della cucina aspromontana. Nel 2025 era già stato inserito dalla Regione nel Registro della biodiversità agraria e alimentare; il nuovo Presidio compie un passo ulteriore, legando la sua tutela alla produzione e alla vendita.

​La pesca tardiva di Magisano

​La pesca tardiva di Magisano, nella Presila catanzarese, matura tra la fine di agosto e settembre, quando la stagione delle pesche comuni è quasi terminata. Per molto tempo ha rappresentato una fonte di reddito importante per le famiglie del paese, prima che la sua coltivazione si riducesse drastically. Il riconoscimento arriva quindi quando il prodotto esiste ancora, ma ha bisogno di tornare a essere un’attività agricola conveniente e non soltanto un ricordo custodito in qualche orto.

​L’aglio rosa di Nicastro

​L’aglio rosa di Nicastro è una varietà storica dell’area di Lamezia Terme. Il bulbo è bianco, attraversato da caratteristiche venature rosa, con un profumo intenso e un sapore meno aggressivo rispetto a molte varietà commerciali. Era conosciuto e coltivato ben prima che gli scaffali venissero occupati quasi interamente da aglio proveniente da altre zone d’Italia o dall’estero. Oggi sopravvive grazie al lavoro di poche aziende che hanno deciso di recuperarlo.

​L’oliva Geracese

​L’oliva Geracese, conosciuta anche come Grossa di Gerace, appartiene invece alla fascia ionica reggina, soprattutto all’area compresa tra Monasterace e Brancaleone. Viene destinata prevalentemente alla produzione di olio, ma può essere consumata anche in salamoia, trasformata in paté oppure utilizzata per le tradizionali olive schiacciate. È una cultivar adattata da secoli al territorio della Locride, ma poco adatta ai modelli intensivi e alla raccolta meccanizzata: proprio ciò che ne ha garantito l’identità è diventato il suo principale svantaggio commerciale.

​Le sfide future tra tutela e mercato

​I quattro nuovi Presìdi mostrano così l’altra faccia della biodiversità calabrese. Possedere decine di varietà locali non basta, se nei campi non rimane nessuno a coltivarle e nei negozi non c’è spazio per venderle. Il riconoscimento di Slow Food offre visibilità, assistenza e una rete commerciale, ma la partita vera comincia adesso.
​Se Pappaluni, pesca tardiva, aglio rosa e oliva Geracese continueranno a produrre reddito, resteranno alimenti vivi. Altrimenti diventeranno quattro bellissimi nomi da esibire nelle sagre, nei convegni e nei libri sulla Calabria che non esiste più.