La macellazione del maiale, rito e tradizione della Calabria contadina
Dalle credenze antiche alle frittole nella caddara, un evento collettivo che unisce cucina, comunità e identità culturale
La macellazione del maiale, nelle famiglie calabresi, affonda le radici in credenze e tradizioni secolari. Non era soltanto un gesto legato alla necessità alimentare, ma un vero rito propiziatorio, carico di significati simbolici, pensato per allontanare le forze naturali ostili e garantire prosperità alla famiglia. In questo contesto convivono l’allevamento del maiale rosa e quello del maiale nero di Calabria, razza autoctona dal mantello scuro e dalle setole ispide, da sempre considerata ideale per la produzione di salumi tipici come capocollo, pancetta, ’nduja, sanguinaccio, agliata e salsicce.
Le frittole, cuore della tradizione gastronomica
Il momento più atteso è la preparazione delle frittole, o frittuli, che trasforma il giorno della macellazione in una vera festa collettiva. Dopo aver destinato le parti più pregiate alla salumeria, muso, orecchie, coda, cotenne e altri tagli vengono cotti lentamente nella grande caddara di stagno. La lunga cottura, affidata al firttularu, dura anche otto ore a fuoco bassissimo, con il grasso che si scioglie rendendo la carne morbida e saporita. Le frittole si gustano calde, accompagnate da verza sbollentata e abbondante vino rosso.
Dal cibo alla festa, tra balli e identità
Sul fondo della caddara restano i curcùci, piccoli pezzi di carne e cotenna solidificati, protagonisti di altre preparazioni tradizionali. Il pasto diventa così un’occasione di incontro che coinvolge amici e parenti, culminando spesso in balli collettivi al suono della tarantella. Un momento in cui il cibo si intreccia con la musica e la convivialità, rafforzando il senso di appartenenza e custodendo un patrimonio culturale che ancora oggi racconta l’anima più autentica della Calabria.