Angelica e Rahel, due vite inghiottite dal silenzio a pochi chilometri di distanza
A undici mesi di distanza, due giovani donne spariscono nella stessa area urbana tra Quattromiglia e il campus dell'Unical. Una colombiana, l'altra etiope. Due storie ancora senza risposte pubbliche definitive che riaprono una questione scomoda: perc

Ci sono persone che scompaiono due volte. La prima quando si perdono le loro tracce, la seconda quando il loro nome smette di circolare, quando gli appelli si diradano e l'assenza diventa una notizia vecchia. È proprio questa seconda scomparsa, quella dalla memoria collettiva, a imporre una riflessione su quanto sta accadendo nell'area di Rende, alle porte di Cosenza. Il 25 novembre 2025 sparisce Angelica Causil, 28 anni, cittadina colombiana che viveva a Quattromiglia. L'ultimo luogo conosciuto della sua presenza è la zona di via Ettore Majorana. Angelica è una donna transgender, vive in Italia da alcuni anni e mantiene rapporti stretti con la famiglia rimasta in Colombia. Il silenzio improvviso preoccupa soprattutto la madre, che non ritiene credibile un allontanamento così prolungato senza alcuna comunicazione. Undici mesi dopo, il 19 ottobre 2026, si perdono le tracce di Rahel Gebrezgi Mengesha, anche lei 28enne, studentessa etiope dell'Università della Calabria. Il suo telefono risulta spento e le ultime segnalazioni la collocano nell'area delle Maisonettes, all'interno del campus di Arcavacata. Amici e conoscenti lanciano appelli sui social, chiedendo a chiunque abbia informazioni di contribuire a ricostruire i suoi spostamenti. Durante la Festa dei Popoli viene rivolto anche un pensiero alla giovane, nella speranza di poterla riabbracciare. Due donne straniere, due vite diverse, un territorio relativamente circoscritto e due interruzioni improvvise dei contatti. Non esistono elementi pubblici verificati che consentano di collegare le vicende o di attribuirle a una causa comune. E sarebbe irresponsabile suggerire il contrario. Ma la vicinanza geografica e temporale solleva interrogativi legittimi, che riguardano la capacità di una comunità di mantenere alta l'attenzione sulle persone scomparse, indipendentemente dalla loro provenienza. La domanda non è se dietro queste storie ci sia necessariamente un unico pericolo. La domanda è quanto a lungo una società sia disposta a cercare risposte quando chi manca all'appello non appartiene alla maggioranza della popolazione.
Angelica Causil, un'indagine per sequestro e le domande rimaste aperte
La storia di Angelica presenta elementi sui quali la magistratura ha ritenuto necessario approfondire. Dopo le prime segnalazioni e gli appelli della famiglia, la Procura di Cosenza ha aperto un fascicolo contro ignoti per l'ipotesi di sequestro di persona. Un'ipotesi investigativa, non la prova che un rapimento sia effettivamente avvenuto. Le verifiche si sono concentrate sugli ultimi movimenti della giovane e su una somma di circa 10mila euro che, secondo le ricostruzioni giornalistiche e le dichiarazioni dei familiari, Angelica aveva intenzione di destinare alla famiglia in Colombia per l'acquisto di una casa. Tra gli elementi esaminati anche alcune testimonianze relative ai suoi spostamenti nella zona di Rende nelle ore precedenti alla scomparsa. Il caso non è stato ignorato del tutto. Se ne è occupata la trasmissione televisiva Chi l'ha visto? su Rai 3, che ha dedicato diversi approfondimenti alla vicenda. Nel gennaio 2026 è intervenuta pubblicamente anche Vladimir Luxuria, invitando chiunque fosse in possesso di informazioni a collaborare. Eppure, a quasi undici mesi da quella scomparsa, non emergono dalle informazioni pubbliche consultate notizie conclusive sul destino di Angelica. La sua storia continua a rappresentare una domanda aperta. Essere straniera, essere transgender, vivere lontano dalla propria famiglia: sono condizioni che possono rendere ancora più complesso ottenere ascolto, sostegno e continuità nell'attenzione pubblica. Non dimostrano, da sole, che nel suo caso vi sia stata una discriminazione concreta, ma impongono di interrogarsi su quali persone riescano più facilmente a entrare e soprattutto a restare nel racconto collettivo.
Rahel, la studentessa etiope e il silenzio dopo il 19 ottobre
Per Rahel la vicenda è ancora più recente. Le informazioni disponibili sono poche e provengono soprattutto dagli amici, dai conoscenti e dagli appelli diffusi attraverso i social network. Non risultano, nelle fonti pubbliche consultate, ricostruzioni definitive sulle circostanze della scomparsa. La giovane si trovava in Calabria per studiare all'Unical, in un contesto universitario che accoglie studenti provenienti da numerosi Paesi. Le ultime segnalazioni rimandano alla zona delle Maisonettes, uno degli spazi residenziali del campus. Poi il telefono spento, l'impossibilità di mettersi in contatto con lei e la crescente preoccupazione di chi la conosce. Anche in questo caso sarebbe scorretto parlare di un reato accertato, così come suggerire scenari criminali in assenza di riscontri. Una persona scomparsa può trovarsi in situazioni molto diverse e il compito delle autorità è precisamente quello di ricostruire i fatti. Ma esiste una questione che precede persino l'esito delle indagini: la visibilità. Perché sono stati soprattutto gli amici a mobilitarsi? Quali strumenti vengono messi a disposizione degli studenti internazionali quando uno di loro diventa irreperibile? E quanto una comunità universitaria riesce a trasformare la preoccupazione di pochi in un'attenzione pubblica duratura? Non è sufficiente pubblicare una fotografia, chiedere condivisioni e attendere. La notizia di una scomparsa deve continuare a essere seguita, senza compromettere le verifiche investigative e senza trasformare la mancanza di informazioni in un racconto costruito sulla paura.
La sindrome della donna bianca scomparsa: il fenomeno studiato negli Stati Uniti
Negli Stati Uniti esiste un'espressione che descrive una delle distorsioni più controverse dell'informazione: Missing White Woman Syndrome, letteralmente la sindrome della donna bianca scomparsa. Il termine, reso celebre dalla giornalista afroamericana Gwen Ifill nel 2004, indica la tendenza dei grandi mezzi di comunicazione a dedicare una copertura sproporzionata alle sparizioni di giovani donne bianche, spesso appartenenti a contesti sociali medio-alti e rispondenti a determinati canoni estetici, rispetto alle scomparse di donne nere, indigene o appartenenti ad altre minoranze. Non è soltanto una provocazione sociologica. Nel 2016 il ricercatore Zach Sommers ha pubblicato sul Journal of Criminal Law and Criminology uno studio basato sui dati dell'FBI e sull'analisi di quattro importanti testate online americane. I risultati hanno individuato disparità legate al genere e all'appartenenza etnica sia nella probabilità che una persona scomparsa diventasse una notizia, sia nella quantità di copertura ricevuta. Un'altra ricerca, pubblicata su Journalism Practice, ha analizzato il trattamento mediatico riservato alle donne scomparse appartenenti a minoranze etniche, confrontandolo con quello ricevuto dalle donne bianche nel periodo della vicenda di Gabby Petito. Anche in quel caso sono emerse differenze nel numero di articoli, nell'attenzione nazionale e nello spazio dedicato alle storie. La scomparsa di Gabby Petito nel 2021 aveva catalizzato l'interesse dell'opinione pubblica americana, diventando un racconto seguito quotidianamente dalle televisioni e sui social. Quella mobilitazione aveva però riaperto un interrogativo: perché altre donne, scomparse nello stesso periodo, non ricevevano una visibilità paragonabile? È una domanda che riguarda il funzionamento stesso dell'informazione. Le redazioni scelgono quali vicende approfondire, quanto spazio assegnare e per quanto tempo mantenerle al centro dell'attenzione. Scelte che possono essere influenzate dalla disponibilità di immagini, dalla capacità delle famiglie di comunicare, dall'interesse del pubblico e, talvolta, da stereotipi culturali inconsapevoli. Il fenomeno è documentato negli Stati Uniti. Non esistono però, nelle fonti esaminate per questo articolo, dati comparativi sufficienti a dimostrare che la stessa disparità abbia determinato la copertura giornalistica delle scomparse di Angelica e Rahel. Il paragone serve a porre una domanda critica, non a trasformare un'ipotesi in una conclusione.
Quando la nazionalità rischia di determinare il peso di una notizia
C'è una differenza sostanziale tra raccontare una persona scomparsa e trasformarla in una semplice segnalazione di cronaca. Nel primo caso si prova a ricostruire la sua vita, si ascoltano i familiari, si cercano aggiornamenti e si mantiene aperto il racconto. Nel secondo, la notizia rischia di esaurirsi nel momento stesso in cui viene pubblicata.
Le storie di Angelica e Rahel mettono davanti a questa responsabilità.
La prima è una donna colombiana, transgender, che aveva costruito una parte della propria vita a Rende. La seconda è una studentessa etiope che aveva scelto l'Università della Calabria per il proprio percorso formativo. Non sono soltanto due cittadine straniere delle quali non si hanno notizie. Sono due persone con relazioni, progetti, famiglie e comunità che aspettano risposte. Eppure è legittimo chiedersi cosa sarebbe accaduto sul piano mediatico se le protagoniste fossero state due giovani italiane, magari cresciute nella stessa città, con famiglie presenti sul territorio e una rete di conoscenze capace di sollecitare quotidianamente televisioni e giornali. Avremmo assistito a una copertura più intensa? A servizi televisivi ripetuti, approfondimenti sulle loro ultime ore, interrogativi pubblici sulle indagini? Oppure l'attenzione sarebbe stata la stessa? Non possiamo conoscere la risposta senza un confronto documentato. Ma interrogarsi su questa possibilità non significa sminuire le altre persone scomparse. Significa chiedere che a tutte venga riconosciuta la medesima dignità.
Quattromiglia e l'Unical, due storie che interrogano un intero territorio
C'è poi un elemento che rende queste vicende particolarmente significative per la comunità cosentina: la geografia. Angelica scompare nell'area urbana di Quattromiglia, Rahel nel campus universitario di Arcavacata. Due luoghi distinti ma inseriti nello stesso territorio, attraversato quotidianamente da studenti, lavoratori, residenti italiani e stranieri. La coincidenza non autorizza a parlare di una zona pericolosa per le donne, né di una relazione tra le due sparizioni. Mancano elementi verificati per sostenere affermazioni simili. Tuttavia il ripetersi, a distanza di undici mesi, di due vicende senza un esito pubblico conosciuto dovrebbe sollecitare un'attenzione che vada oltre il clamore delle prime ore. Quali informazioni possono essere rese pubbliche sull'avanzamento delle ricerche, senza compromettere le indagini? Esistono procedure di collaborazione tra università, istituzioni e rappresentanze delle comunità straniere per affrontare situazioni di questo genere? E soprattutto, chi continua a occuparsi di una scomparsa quando l'interesse iniziale diminuisce? Sono domande alle quali sarebbe importante ottenere risposte, senza attribuire omissioni o responsabilità a istituzioni e investigatori in assenza di elementi concreti.
La responsabilità del giornalismo: nessuna scomparsa deve diventare invisibile
Il rischio maggiore è abituarsi all'assenza. Considerare normale che una giovane donna possa uscire di casa e non dare più notizie, finché la sua storia non viene sostituita da un'altra. La ricerca di Angelica e Rahel non può essere affidata esclusivamente alla capacità dei loro amici di condividere appelli, né il loro diritto a ricevere attenzione dovrebbe dipendere dal passaporto, dal colore della pelle, dall'identità di genere o dalla condizione sociale. Il giornalismo ha il dovere di raccontare, verificare e continuare a fare domande. Non di alimentare paure prive di fondamento, ma neppure di lasciare che il tempo cancelli una vicenda soltanto perché non produce nuovi titoli. Negli Stati Uniti ci si interroga da decenni su quanto l'identità di una persona possa condizionare la sua visibilità mediatica. Le storie di Angelica Causil e Rahel Gebrezgi Mengesha offrono l'occasione per aprire la stessa riflessione anche in Calabria. Perché una scomparsa non diventa meno importante dopo una settimana, un mese o quasi un anno. E perché una donna non deve essere italiana, bianca o riconoscibile negli stereotipi della vittima ideale per meritare attenzione. Angelica manca dal 25 novembre 2025. Rahel dal 19 ottobre 2026. Per entrambe, allo stato delle informazioni pubbliche consultate, restano domande senza risposta. La vera sfida è impedire che, insieme alle loro tracce, scompaia anche l'attenzione di tutti.
Chiunque disponga di informazioni concrete utili al ritrovamento può rivolgersi alle forze dell'ordine, anche attraverso il numero unico di emergenza 112.