Venerdì 23 gennaio, a Rende, in via Orazio Antinori, sono stati eseguiti lavori sulla rete elettrica. Fin qui, nulla da eccepire. La manutenzione è necessaria, che sia ordinaria o straordinaria: senza interventi periodici, gli impianti invecchiano, aumentano i guasti, e a pagare il conto – prima o poi – sono sempre cittadini e imprese. Su questo, è difficile trovare qualcuno in disaccordo. Il punto, però, non è se i lavori vadano fatti, ma come e quando.

Via Orazio Antinori non è una strada qualsiasi. È uno degli accessi che segnano l’avvio dell’area industriale di Rende, un tratto dove si concentrano attività che aprono ogni mattina la saracinesca per lavorare: artigiani, fornitori, officine, logistica, servizi, piccole aziende che vivono di operatività quotidiana. Proprio per questa ragione, la scelta dell’orario lascia più di un interrogativo: gli interventi sarebbero iniziati alle 08:30 e sarebbero proseguiti fino alle 15:30. In pieno giorno. Nel cuore della fascia produttiva.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: perché programmare un intervento con impatto così pesante durante l’orario lavorativo, costringendo imprese e lavoratori a perdere un’intera giornata o quasi? Perché non pianificare, almeno quando tecnicamente possibile, interventi notturni o in fasce meno critiche, come accade in molti Paesi e – spesso – anche in molte città italiane quando si tratta di infrastrutture strategiche?

Manutenzione sì, ma il costo di chi lo paga

C’è una verità che chi governa i servizi pubblici conosce benissimo: ogni lavoro sulla rete comporta un costo. Solo che non sempre quel costo lo paga chi decide. Quando un intervento viene programmato dalle 08:30 alle 15:30, il prezzo non è solo in ore-uomo o in mezzi tecnici: diventa anche tempo perso, clienti rinviati, consegne saltate, appuntamenti cancellati, lavorazioni bloccate, fatturato che evapora. E per molte piccole attività, soprattutto in un contesto economico fragile, “una giornata” non è una parentesi trascurabile. È margine che si assottiglia, è cassa che manca, è pianificazione che salta.

Chi lavora nelle zone industriali lo sa: basta un ritardo nella catena di fornitura, una commessa che slitta, un macchinario fermo, per trasformare un giorno “normale” in un domino di problemi. Se poi ci aggiungiamo che spesso le attività non hanno un’alternativa immediata – generatori, backup energetici, sistemi di emergenza – il blocco diventa totale. E un blocco totale, in una fascia oraria così ampia, assomiglia molto a una decisione calata dall’alto, più comoda per l’organizzazione dei lavori che compatibile con la vita produttiva del territorio.

La differenza tra “avviso” e “rispetto”

Qualcuno potrebbe obiettare: se il distacco è stato comunicato, allora l’azienda può organizzarsi. Ma qui entra in gioco un concetto che troppo spesso viene confuso: comunicare non significa rispettare. Un preavviso serve, certo, ma non può diventare la foglia di fico dietro cui nascondere una pianificazione che scarica il peso sui più deboli. Perché, se un’attività deve chiudere otto ore, non basta dire “ve lo abbiamo detto prima”. Bisogna chiedersi se non esistano soluzioni alternative.

In molte realtà, gli interventi che incidono sulla continuità operativa vengono programmati di notte proprio per ridurre l’impatto economico e sociale. Non è una leggenda metropolitana: è un criterio di buon senso, soprattutto in aree produttive. È chiaro che non ogni intervento è replicabile in notturna e che esistono vincoli di sicurezza, di personale, di logistica, di costi. Ma proprio perché esistono questi vincoli, la domanda diventa ancora più concreta: l’impatto sulle imprese è stato valutato? È stato messo sul piatto come voce reale, o è rimasto un dettaglio secondario?

Il paradosso della zona industriale trattata come periferia

C’è un paradosso che molte comunità vivono da anni: le aree industriali vengono invocate nei discorsi pubblici come “motore dell’economia”, “cuore produttivo”, “spina dorsale del lavoro”, ma poi trattate nella pratica come spazi marginali, sacrificabili, dove il disagio è più tollerabile. Se una via è all’ingresso della zona industriale, ogni intervento dovrebbe essere progettato con un livello di attenzione superiore, non inferiore. Perché lì il tempo è denaro in modo letterale.

Quando un servizio essenziale come l’energia viene interrotto per l’intera mattinata e buona parte del pomeriggio, il messaggio implicito che arriva alle imprese è semplice: la vostra operatività vale meno della comodità della programmazione. Non è detto che sia l’intenzione di chi decide, ma è l’effetto concreto.

Dove sta l’analisi costi-benefici?

In un Paese che parla continuamente di competitività, di attrazione di investimenti, di sostegno alle imprese, scelte del genere suonano stonate. Perché non si tratta di “fare polemica sui lavori”, ma di chiedere un criterio: quale analisi ha portato a fissare una finestra così ampia e così centrale nel giorno lavorativo? Esiste un documento interno di valutazione dell’impatto? Si è ragionato su alternative, come lavori notturni, turnazioni, o interventi a tratti per garantire una continuità minima?

Un’altra domanda riguarda il perimetro: l’interruzione ha riguardato solo una parte della via o l’intera area? Perché anche questo cambia molto la percezione e l’impatto. Ma, al di là dei dettagli, il punto resta: in una zona produttiva, la regola dovrebbe essere minimizzare i fermi e ridurre il danno. Non subirlo come fatalità.

Sicurezza del personale e costi: motivazioni legittime, ma non definitive

È vero: lavorare di notte costa di più. Servono turni, maggiorazioni, illuminazione, condizioni diverse. È vero anche che, per alcune attività sulla rete, l’orario notturno può aumentare i rischi operativi. Ma è proprio qui che il discorso diventa politico e amministrativo: quanto vale una giornata di attività produttiva? Se il costo extra di un turno notturno evita la chiusura di decine di imprese per ore, è davvero un “costo” o è un investimento sul territorio?

In altre parole: il costo dell’intervento non può essere calcolato solo dentro il cantiere. Deve includere ciò che succede fuori. E ciò che succede fuori, in via Orazio Antinori, è che aziende e lavoratori devono fare i conti con una giornata monca. Se questo aspetto non entra nell’equazione, allora la manutenzione diventa un esercizio tecnico scollegato dalla realtà economica.

Serve un protocollo: zone produttive non sono uguali a zone residenziali

Un’idea semplice, che molte città adottano in forme diverse, è un protocollo di priorità e fasce orarie: quando l’intervento coinvolge un’area produttiva, la programmazione deve privilegiare notturne, weekend o finestre ridotte, salvo impossibilità tecnica motivata. Un sistema del genere non “impedisce i lavori”: li rende compatibili con la vita economica.

Ed è qui che entrano in gioco anche Comune e istituzioni locali: se una zona industriale è strategica, allora la gestione delle interruzioni programmate dovrebbe essere oggetto di interlocuzione, almeno informativa, tra gestore e amministrazione. Non per interferire, ma per rappresentare una comunità produttiva che altrimenti resta senza voce.

La questione di fondo: la qualità del servizio si misura anche da come si interrompe

Un servizio efficiente non è quello che non ha mai guasti – perché è impossibile – ma quello che gestisce manutenzione e disservizi con intelligenza. La qualità non si vede solo quando tutto funziona, ma soprattutto quando bisogna intervenire. E intervenire bene significa ridurre l’impatto, ascoltare il territorio, scegliere l’orario più sensato.

Via Orazio Antinori, venerdì 23 gennaio, porta quindi a una riflessione più ampia: siamo sicuri che, in Calabria e non solo, la manutenzione delle infrastrutture venga programmata con la stessa cura con cui si chiedono sacrifici alle imprese? Oppure continuiamo a considerare “normale” che a pagare siano sempre gli stessi: chi lavora, produce, apre ogni mattina, e si ritrova a chiudere non per scelta propria, ma per una pianificazione che non lo ha messo al centro?

Una richiesta chiara: trasparenza e criteri

Non serve lo scontro, serve una risposta. Basterebbe spiegare: perché proprio 08:30–15:30? Quali vincoli hanno imposto quella scelta? Quali alternative sono state valutate? E soprattutto: in futuro, per interventi simili in aree produttive, si può adottare un criterio che privilegi fasce meno dannose?

Perché la manutenzione è necessaria, sì. Ma in una zona industriale la manutenzione, per essere davvero “servizio”, deve essere anche rispetto del lavoro.