filiera

La chiamano filiera corta. La evocano nei convegni, nei documenti programmatici, nei comunicati istituzionali. La filiera corta viene presentata come la soluzione naturale a molti problemi: meno passaggi, più reddito per il produttore, maggiore trasparenza per il consumatore, un legame più stretto tra cibo e territorio.

Eppure, quando si scende dal piano delle parole a quello dei fatti, la filiera corta in Calabria sembra diventare improvvisamente lunga, tortuosa, faticosa.

Non per mancanza di volontà, ma per una serie di ostacoli che finiscono per scoraggiare proprio chi vorrebbe praticarla davvero.

La domanda, allora, è inevitabile: perché vendere diretto, in Calabria, è spesso più complicato che entrare in una filiera lunga e anonima?

Il mito della vendita diretta

Nel racconto pubblico, la vendita diretta appare quasi semplice. Produci, trasformi, vendi. Dal produttore al consumatore, senza intermediari.

Ma questo schema, nella realtà calabrese, rischia di essere più teorico che pratico.

Per vendere direttamente un prodotto alimentare, anche in piccole quantità, non basta la qualità. Non basta la tracciabilità. Non basta nemmeno la volontà di rispettare le regole. Serve un apparato amministrativo che spesso risulta sproporzionato rispetto alla dimensione dell’attività.

Così accade che la filiera corta venga celebrata come modello ideale, ma poco praticata nella quotidianità.

Vendita in azienda: il primo ostacolo

La vendita diretta in azienda agricola viene spesso indicata come la forma più semplice di filiera corta. Ma semplice non è.

Chi decide di vendere direttamente dal proprio laboratorio o dalla propria azienda si troverebbe a dover rispettare requisiti che, di fatto, avvicinano la struttura a un punto vendita vero e proprio. Spazi separati, requisiti igienici aggiuntivi, adeguamenti strutturali, segnaletica, documentazione.

Nulla di illegittimo. Ma tutto oneroso, soprattutto per realtà che producono su scala ridotta.

Il risultato è che molti preferiscono rinunciare, continuando a conferire il prodotto a intermediari, anche a condizioni economiche meno favorevoli, pur di evitare una complessità che rischia di diventare ingestibile.

Mercati contadini: tra entusiasmo e limiti

I mercati contadini vengono spesso presentati come l’emblema della filiera corta. Ed effettivamente rappresentano una vetrina importante per i produttori locali.

Ma anche qui, il quadro non è privo di criticità. Partecipare a un mercato significa rispettare regolamenti comunali, autorizzazioni temporanee, controlli, adempimenti che cambiano da territorio a territorio. Ciò che è consentito in un comune potrebbe non esserlo in quello vicino. Le regole non sono sempre uniformi, e questo crea incertezza.

Inoltre, i mercati non garantiscono continuità. Sono eventi settimanali, stagionali, spesso legati al clima e all’affluenza. Per un’azienda, basare la propria sostenibilità economica solo su questo canale può risultare rischioso. La filiera corta, così, resta parziale, intermittente.

E-commerce alimentare: un’opportunità solo teorica?

Negli ultimi anni si è parlato molto di e-commerce come soluzione per superare i limiti geografici. Ma anche qui, la realtà è più complessa.

Vendere online prodotti alimentari significa affrontare norme specifiche su etichettatura, conservazione, trasporto, responsabilità lungo la catena logistica. Significa interfacciarsi con corrieri, piattaforme, sistemi di pagamento, resi.

Per un piccolo produttore calabrese, l’e-commerce rischia di trasformarsi da opportunità a fonte di ulteriore burocrazia.

E così, anche questo canale resta spesso inutilizzato o limitato a pochissime realtà strutturate.

Il paradosso: è più facile vendere fuori che vicino

Ed è qui che emerge uno dei paradossi più evidenti. Per molti produttori, entrare in una filiera lunga, magari conferendo il prodotto a un trasformatore o a un distributore nazionale, risulta più semplice che vendere direttamente nel proprio territorio.

La filiera lunga assorbe la complessità. Gestisce le autorizzazioni. Centralizza i controlli.

Il produttore, in questo schema, diventa un anello iniziale, meno esposto, ma anche meno remunerato.

La filiera corta, invece, scarica tutta la responsabilità sul singolo operatore, che deve essere contemporaneamente produttore, trasformatore, venditore, amministratore. E non tutti possono permetterselo.

La distanza tra narrazione e realtà

C’è una distanza evidente tra la narrazione istituzionale della filiera corta e la sua applicazione concreta.

Si parla di prossimità, ma si costruiscono percorsi complessi. Si invoca il territorio, ma si chiede al produttore di muoversi come una piccola multinazionale.

Non si tratta di mala fede. Ma di mancanza di adattamento. Le regole sono spesso pensate per garantire standard elevati in contesti standardizzati. Quando vengono applicate in modo uniforme a realtà diverse, producono effetti distorsivi. La filiera corta, così, rischia di restare uno slogan.

Chi resta fuori dal sistema

A pagare il prezzo più alto sono spesso le aziende più piccole, quelle che operano nelle aree interne, quelle che custodiscono produzioni tradizionali, spesso non replicabili su larga scala.

Queste realtà, se non riescono a vendere direttamente, finiscono per dipendere da intermediari che non sempre valorizzano il prodotto per quello che è. Il rischio è la perdita di identità, oltre che di reddito. E quando una produzione tradizionale scompare, non torna più.

Una filiera corta che non accorcia davvero

Il punto, allora, non è se la filiera corta sia giusta o sbagliata. Il punto è se sia realmente accessibile.

Se per praticarla servono risorse, competenze e tempo che solo pochi hanno, la filiera corta diventa un modello elitario, non inclusivo. E questo contraddice la sua stessa filosofia.

Una riflessione necessaria

Questa terza puntata non vuole smontare la filiera corta. Vuole metterla alla prova.

Perché se resta confinata nei documenti e nei convegni, senza diventare una pratica quotidiana sostenibile, allora non è una soluzione, ma una promessa mancata.

E in Calabria, dove il cibo è territorio, storia e lavoro, le promesse mancate hanno un costo alto.