Gusto ribelle: La Calabria del latte tra racconto e realtà produttiva
Tra identità, numeri e fragilità strutturali, un viaggio nella filiera lattiero-casearia calabrese oltre la narrazione delle eccellenze
C’è una Calabria che profuma di latte caldo e di cagliata appena rotta, di mani che ripetono gesti antichi imparati senza manuali, ma osservando. È la Calabria che ama raccontarsi attraverso le sue eccellenze, i formaggi della tradizione, le immagini dei pascoli e delle stalle di montagna. Un racconto potente, identitario, spesso vero. Ma non sempre completo.
Accanto a questa narrazione esiste un’altra Calabria del latte, più silenziosa e meno visibile. È fatta di numeri, di costi che aumentano, di margini che si assottigliano, di scelte industriali e di equilibri di mercato che raramente arrivano fino al consumatore. È in questo spazio, tra ciò che viene raccontato e ciò che accade davvero lungo la filiera, che si colloca questa inchiesta. Non per smentire le eccellenze, ma per capire quanto siano sostenute, quanto siano diffuse e quanto siano riconoscibili.
I numeri ufficiali della produzione di latte in Calabria
Secondo il Rapporto Assolatte 2025, la produzione di latte bovino in Calabria si attesta attorno alle 78.892 tonnellate annue, una quota che rappresenta meno dell’1 per cento della produzione nazionale. Il dato colloca la regione tra le aree a più bassa produzione quantitativa in Italia, lontana dai grandi distretti lattiero-caseari del Nord come Lombardia ed Emilia-Romagna.
Questo non ridimensiona il valore culturale e territoriale dell’allevamento calabrese, ma ne definisce con chiarezza la scala produttiva. La Calabria non compete sui volumi e difficilmente potrà farlo. Il suo spazio naturale è quello della qualità, della differenziazione, della filiera corta. Ma questa scelta comporta anche fragilità strutturali che vanno riconosciute.
Patrimonio zootecnico e struttura degli allevamenti
I dati elaborati su base ISTAT e dalle principali banche dati zootecniche indicano che il patrimonio di vacche da latte in Calabria è di circa 19.553 capi. Un numero contenuto, che riflette una base produttiva frammentata e una prevalenza di allevamenti di piccola dimensione.
Questa struttura rende il comparto particolarmente esposto alle oscillazioni dei costi e alle dinamiche di mercato. La produzione è diversificata, spesso legata a contesti territoriali specifici, ma manca quella massa critica che consente di assorbire con maggiore facilità gli shock economici.
La riduzione delle aziende agricole e l’impatto sul comparto latte
Tra il 2010 e il 2020, il numero complessivo delle aziende agricole in Calabria è diminuito di oltre il 30 per cento. Un dato che fotografa una trasformazione profonda del mondo rurale regionale e che coinvolge anche gli allevamenti.
Le aziende più piccole, spesso a conduzione familiare, sono quelle che hanno sofferto maggiormente. Costi di produzione in aumento, difficoltà di accesso al credito, carichi burocratici e prezzi di conferimento poco remunerativi hanno reso sempre più difficile la sostenibilità economica. In molti casi, la chiusura di una stalla non è stata una scelta, ma una conseguenza.
Produzioni tipiche e limiti della distribuzione
Nonostante i numeri ridotti, la Calabria esprime produzioni casearie di rilievo, legate soprattutto alla trasformazione tradizionale. Il Caciocavallo Silano Dop rappresenta il prodotto simbolo, il Pecorino del Monte Poro DOP e Pecorino Crotonese DOP (pecora, stagionati). Altri prodotti celebri includono il Caciocavallo Podolico PAT, provole (bianche e affumicate), formaggi caprini, ricotte (fresche e stagionate/affumicate) e varianti aromatizzate come pecorino al bergamotto o alla cipolla di Tropea, frutto di antiche tradizioni agropastorali. una delle poche denominazioni meridionali con una riconoscibilità nazionale.
Accanto a questo convivono produzioni minori ma fortemente identitarie, come i formaggi caprini e ovini legati alle razze autoctone. Prodotti apprezzati, spesso di alta qualità, ma che faticano a uscire da circuiti locali o di nicchia. La mancanza di una strategia di sistema e di una logistica adeguata limita l’accesso a mercati più ampi.
Il prezzo del latte e la fragilità economica delle stalle
Il nodo centrale resta il prezzo del latte alla stalla. Molti allevatori calabresi segnalano una difficoltà crescente nel coprire i costi di produzione. Mangimi, energia, carburanti e servizi veterinari hanno registrato aumenti significativi, mentre il prezzo del latte non sempre ha seguito la stessa dinamica.
In un mercato organizzato su base regionale o nazionale, i piccoli produttori hanno una capacità contrattuale ridotta. Senza meccanismi di valorizzazione legati alla qualità o alla territorialità, il rischio è che la competizione si giochi solo sul prezzo, penalizzando chi produce in condizioni più difficili.
Trasparenza della filiera e percezione del consumatore
Dal punto di vista normativo, la filiera del latte è soggetta a controlli stringenti. La sicurezza alimentare non è in discussione. Il tema riguarda piuttosto la trasparenza sostanziale. Spesso l’etichetta racconta un’origine, ma non sempre consente di comprendere la complessità della filiera.
Un prodotto può essere legittimamente commercializzato come “calabrese”, pur utilizzando latte proveniente da circuiti più ampi o aggregati. Non si tratta di illegalità, ma di una comunicazione che tende a semplificare. Il rischio è che il consumatore non abbia strumenti per distinguere tra modelli produttivi diversi e per premiare davvero chi lavora su filiere corte e tracciabili.
Filiera corta e modelli virtuosi
Accanto alle criticità, esistono esperienze virtuose. Piccoli caseifici che trasformano latte locale, vendono direttamente o attraverso circuiti selezionati, e investono sulla relazione con il consumatore. In questi casi la trasparenza diventa un valore competitivo, non un obbligo.
La differenza non è tanto nel prodotto finale, quanto nel modello. La filiera corta riduce i passaggi, aumenta la tracciabilità e rafforza il legame con il territorio. Ma richiede sostegno, competenze e politiche mirate per non restare confinata a un ruolo marginale.
Il ruolo della Regione e la necessità di stabilità amministrativa
In questo scenario complesso, la stabilità amministrativa assume un peso concreto. La capacità della Regione Calabria di spendere le risorse europee nei tempi previsti rappresenta una condizione essenziale per sostenere il comparto agricolo e zootecnico.
In questo contesto si inserisce l’azione di Gianluca Gallo, assessore regionale all’Agricoltura, che ha lavorato per rafforzare la capacità di utilizzo dei fondi comunitari e per garantire continuità agli strumenti di sostegno. Non si tratta di una soluzione automatica ai problemi strutturali della filiera, ma di una base necessaria per consentire alle aziende di programmare investimenti e scelte di medio periodo.
Il futuro del latte in Calabria tra identità e mercato
Il mondo caseario calabrese si trova oggi davanti a un bivio. Da un lato la possibilità di puntare su qualità, trasparenza e filiere territoriali. Dall’altro la pressione di un mercato che richiede volumi, efficienza e competitività.
La sfida è trovare un equilibrio. Difendere l’identità senza trasformarla in una formula vuota. Rafforzare la trasparenza senza demonizzare l’industria. Costruire un sistema che consenta agli allevatori di restare sul territorio e ai consumatori di scegliere con consapevolezza.
Il latte che arriva sulle nostre tavole racconta sempre una storia. A volte è una storia semplice, altre volte è più complessa di quanto sembri. Conoscerla fino in fondo non serve a creare allarmi, ma a rendere il sistema più giusto, più solido e più credibile. Perché in una regione come la Calabria, il futuro dell’agroalimentare passa prima di tutto dalla verità delle filiere.