In Calabria di antimafia parlano tutti. Forse persino troppi.

Ci sono professori, avvocati, commercialisti, professionisti, associazioni, esperti veri e presunti. Un gruppo ormai consolidato che si ritrova nei convegni, nelle televisioni, nelle presentazioni dei libri, nei dibattiti pubblici. Sempre presente. Sempre pronto a spiegare agli altri cosa sia la legalità, quale sia il male della Calabria e quale strada bisognerebbe percorrere per liberarsene.

Il problema non è parlare di antimafia. Il problema nasce quando l’antimafia diventa rappresentazione. Quando conta più essere fotografati accanto alla parola “legalità” che dimostrare, nella propria vita e nel proprio lavoro, di rispettarne davvero i principi.

Il caso dei docenti è probabilmente quello che dovrebbe interrogare maggiormente. A loro affidiamo la formazione delle generazioni future. Sono chiamati a trasmettere metodo, autonomia di pensiero, senso delle istituzioni e responsabilità. Proprio per questo, quando prevalgono protagonismo, convenienza, relazioni e ricerca della visibilità, la contraddizione diventa ancora più pesante.

E il discorso non riguarda soltanto il mondo universitario. Vale per quella parte dell’avvocatura, delle professioni economiche e della società civile che ha trasformato l’antimafia in un terreno sul quale costruire presenza pubblica, relazioni e reputazione.

Non significa sostenere che chi partecipa a un convegno sia in malafede. Sarebbe una sciocchezza. Significa, però, avere il coraggio di chiedere quanto di ciò che vediamo sia sostanza e quanto invece sia semplice scenografia.

Chi denuncia spesso resta solo

Esiste poi una Calabria molto diversa da quella dei palchi.

È quella di chi denuncia davvero. Di chi rompe rapporti, perde clienti, amicizie, tranquillità. Di imprenditori e cittadini che, dopo avere pronunciato un nome o raccontato un fatto, scoprono improvvisamente quanto possa essere lunga la strada che separa una dichiarazione pubblica sulla legalità dalla protezione concreta di chi decide di esporsi.

È qui che la distanza diventa evidente.

Da una parte ci sono le parole: “non siete soli”, “lo Stato c’è”, “la società civile reagisce”. Dall’altra esistono persone che spesso raccontano isolamento, paura e difficoltà quotidiane.

Nel frattempo le cronache calabresi continuano a essere attraversate da indagini, arresti, sequestri, interdittive, processi e inchieste che mostrano quanto la capacità delle organizzazioni criminali di cercare spazio nell’economia e nella società non possa essere liquidata attraverso qualche slogan.

Eppure basta ascoltare alcuni protagonisti dell’antimafia pubblica per avere talvolta l’impressione che interi sistemi siano stati definitivamente sconfitti.

Se fosse davvero così, dovremmo chiederci perché magistratura e forze dell’ordine continuino a individuare reti criminali, interessi economici e tentativi di infiltrazione. Evidentemente il problema è molto più complesso di quanto possa apparire da un palco.

Il punto non è negare i risultati ottenuti. Sarebbe altrettanto sbagliato. Il punto è evitare di attribuirsi medaglie che nessuno ha consegnato.

Una Calabria stanca dei fronzoli

Qualcosa, però, sta cambiando.
Per anni una parte dell’opinione pubblica ha accettato formule, slogan e personaggi quasi automaticamente. Bastava pronunciare determinate parole per ottenere una sorta di certificazione morale. Oggi quel meccanismo sembra molto meno efficace.

I cittadini osservano. Ricordano. Confrontano dichiarazioni pronunciate a distanza di qualche anno. Vedono cambi di posizione, nuove alleanze, improvvise conversioni, vecchi avversari diventare compagni di strada e persone capaci di stare sempre dalla parte più conveniente del momento.

Ed è proprio questo che rischia di fare un danno enorme all’antimafia autentica.

Perché quando la legalità diventa una posa, a perdere credibilità non è soltanto chi la utilizza. Perdono credibilità anche le istituzioni, le associazioni serie e soprattutto quelle persone che combattono davvero, spesso senza telecamere.

La Calabria non ha bisogno di un’altra passerella.

Non ha bisogno di un’antimafia composta da persone che cambiano direzione come canne al vento e poi pretendono di spiegare agli altri cosa siano coerenza e coraggio.

Ha bisogno di comportamenti verificabili, responsabilità, indipendenza e soprattutto coerenza.

Professori, avvocati, commercialisti e professionisti possono avere un ruolo fondamentale in questa battaglia. Ma proprio per questo devono essere sottoposti allo stesso principio che dovrebbe valere per chiunque pronunci la parola antimafia: non conta ciò che dici di essere. Conta ciò che fai quando nessuno ti guarda.

E allora la domanda resta sul tavolo, forse più scomoda di qualsiasi convegno sulla legalità:

in una regione nella quale sembrano fare tutti antimafia, quanti hanno realmente compreso il danno che può provocare un’antimafia ridotta a carriera, relazione, convenienza e visibilità?

Perché contro la ’ndrangheta non servono fronzoli.

E soprattutto non servono comparse. Ma siamo sicuri che arriveranno a breve altre comparse, il vecchio che avanza.