Immobilizzazione e diritti umani, il caso di Mirto Crosia arriva a Strasburgo
La morte di Vincenzo Sapia in provincia di Cosenza sotto esame della Corte europea dei diritti dell’uomo, che richiama l’Italia sulle regole di intervento delle forze dell’ordine
La Corte europea dei diritti umani sta esaminando un nuovo ricorso che riporta al centro dell’attenzione il tema dell’uso delle tecniche di immobilizzazione da parte delle forze dell’ordine. Un caso che richiama da vicino quello di Riccardo Magherini, per il quale i familiari hanno ritenuto lo Stato responsabile della morte avvenuta dopo un intervento di contenimento. Questa volta, però, il focus si sposta in Calabria, nel Cosentino, dove una vicenda analoga ha segnato profondamente una comunità locale.
La vicenda di Vincenzo Sapia a Mirto Crosia
I fatti oggetto del ricorso risalgono a pochi mesi dopo l’episodio di Firenze e si sono verificati a Mirto Crosia. Qui ha perso la vita Vincenzo Sapia, affetto da disturbi schizo-affettivi per i quali era in cura da tempo. Secondo quanto ricostruito, l’uomo sarebbe morto dopo essere stato immobilizzato a terra durante un intervento delle forze dell’ordine. I familiari hanno quindi deciso di rivolgersi alla Corte di Strasburgo, ritenendo che le modalità dell’operazione abbiano contribuito in modo determinante all’esito fatale.
Le domande della Cedu allo Stato italiano
Come nel caso Magherini, uno dei nodi centrali posti dai giudici europei riguarda le regole operative che gli agenti devono seguire quando trattengono una persona al suolo. La Corte chiede allo Stato italiano di chiarire quali siano le istruzioni in vigore e se queste siano sufficienti a prevenire rischi per la salute, soprattutto in presenza di soggetti in stato di agitazione psicofisica o affetti da patologie psichiatriche.
La circolare dei Carabinieri del 2014 sotto la lente
Nell’esame del caso calabrese, la Corte ha preso in considerazione anche la circolare emanata il 30 gennaio 2014 dal Comando generale dei Carabinieri, intitolata “Interventi operativi nei confronti di soggetti in stato di agitazione psicofisica derivante da patologie o causata da alcol e/o sostanze stupefacenti”, entrata in vigore il 13 marzo dello stesso anno. Il documento conteneva alcune avvertenze sull’uso delle tecniche di immobilizzazione, segnalando i potenziali rischi connessi a tali pratiche.
Una consapevolezza ritenuta insufficiente
Secondo i giudici di Strasburgo, quella circolare dimostra che all’epoca vi fosse una presa di coscienza dei rischi legati all’immobilizzazione. Tuttavia, la Corte ha evidenziato come sia “discutibile” considerarla una fonte di istruzioni sufficientemente chiare e dettagliate. In particolare, viene messa in dubbio la capacità del documento di fornire indicazioni operative efficaci per prevenire conseguenze gravi durante gli interventi.
Le modifiche successive e le criticità evidenziate
Un ulteriore elemento critico riguarda il fatto che la circolare del 2014 sia stata successivamente sostituita, prima nel 2016 e poi nel 2019. Secondo la Cedu, i nuovi testi non contengono riferimenti espliciti ai possibili rischi per la salute associati a immobilizzazioni prolungate, soprattutto quando i soggetti vengono posti a terra in posizione prona. Mancano inoltre indicazioni chiare sulla necessità di mitigare tali rischi attraverso procedure specifiche.
Un caso calabrese che riapre il dibattito nazionale
La vicenda di Mirto Crosia assume così un rilievo che va oltre i confini regionali, riportando la Calabria al centro di un dibattito nazionale e internazionale su diritti umani, sicurezza e tutela delle persone più fragili. L’esame della Corte europea potrebbe avere ricadute importanti non solo sul caso di Vincenzo Sapia, ma anche sulle future linee guida operative delle forze dell’ordine italiane.
Attesa per le decisioni di Strasburgo
In attesa delle determinazioni definitive della Corte, il ricorso rappresenta un nuovo passaggio nel confronto tra Stato e cittadini sul rispetto dei diritti fondamentali. Per la Calabria, e in particolare per il territorio cosentino, si tratta di una vicenda che continua a interrogare istituzioni e opinione pubblica sul delicato equilibrio tra sicurezza, intervento operativo e tutela della vita umana.