Zootecnia calabrese, stalle sempre più vuote tra costi dei mangimi e mancanza di ricambio
Bovini, ovini e caprini restano fondamentali per l’economia delle aree interne, ma margini ridotti, lavoro continuo e difficoltà nel passaggio generazionale mettono a rischio molte aziende familiari
La zootecnia calabrese non produce soltanto latte, carne e formaggi. Gli allevamenti mantengono vivi pascoli e aree montane, contrastano l’abbandono delle campagne e sostengono filiere legate a produzioni identitarie come salumi, pecorini, caprini e paste filate.
Gli ultimi dati strutturali disponibili fotografano una regione con 9.906 aziende agricole dotate di allevamenti, pari al 10,4% del totale. Nel 2020 erano censite 4.479 aziende con bovini, 3.319 con ovini, 2.594 con caprini e 1.910 con suini. La Calabria risultava comunque tra le regioni italiane con la più bassa incidenza di aziende zootecniche.
Dietro questi numeri si trova un comparto composto soprattutto da realtà familiari, spesso di piccole dimensioni, distribuite nelle aree interne del Cosentino, del Crotonese, del Catanzarese, del Vibonese e del Reggino. Aziende indispensabili per il territorio, ma sempre più difficili da mantenere economicamente.
Il peso dei mangimi sui bilanci
Uno dei problemi principali è rappresentato dall’alimentazione degli animali. Mais, soia, cereali, fieno e concentrati incidono fortemente sui costi di produzione, soprattutto nelle aziende che non dispongono di superfici sufficienti per produrre autonomamente il foraggio.
Dopo le forti tensioni registrate negli anni dell’emergenza energetica, alcuni prezzi sono diminuiti, ma il mercato resta volatile. All’inizio di luglio 2026 la farina di soia monitorata da Ismea si attestava intorno a 387,50 euro a tonnellata, confermando quanto l’acquisto delle materie prime continui a pesare sui conti degli allevatori.
Nel 2025, inoltre, i prezzi dei beni e dei servizi utilizzati complessivamente in agricoltura sono tornati a crescere dell’1%, dopo le riduzioni dei due anni precedenti. Per una stalla, anche variazioni apparentemente contenute possono erodere margini già limitati, perché gli animali devono essere alimentati e curati ogni giorno, indipendentemente dall’andamento delle vendite.
Energia, acqua e veterinari fanno salire i costi
Ai mangimi si aggiungono le spese per energia elettrica, carburanti, acqua, medicinali, assistenza veterinaria, manutenzione delle strutture e smaltimento dei reflui. Le aziende devono inoltre investire per rispettare gli standard sanitari, ambientali e di benessere animale.
Nelle zone montane e collinari il quadro è aggravato dalla distanza dai servizi, dalle condizioni delle strade rurali e dalle difficoltà di raggiungere rapidamente mercati, mattatoi e centri di raccolta del latte.
La siccità rende più costosa anche la produzione aziendale di foraggi. Quando pascoli e prati si seccano in anticipo, gli allevatori sono costretti ad acquistare quantità maggiori di fieno e mangimi, trasferendo sui bilanci il costo delle anomalie climatiche.
Il prezzo alla stalla non sempre copre il lavoro
Il nodo non riguarda soltanto quanto costa produrre, ma anche quanto viene riconosciuto all’allevatore. Latte e animali da carne entrano spesso in filiere nelle quali il produttore ha un potere contrattuale ridotto rispetto agli intermediari, alla trasformazione e alla distribuzione.
Nel 2025 il prezzo medio nazionale del latte vaccino alla stalla ha mostrato una fase favorevole, raggiungendo in autunno circa 57,3 euro per cento litri. Il miglioramento, però, non cancella le differenze territoriali né garantisce automaticamente redditività alle piccole aziende calabresi, caratterizzate da volumi inferiori e maggiori costi logistici.
Quando il valore riconosciuto non remunera il lavoro, l’allevatore può ridurre il numero dei capi, rinunciare agli investimenti o abbandonare definitivamente l’attività. Una volta chiusa una stalla, riaprirla diventa estremamente difficile.
Il lavoro che non conosce festività
L’allevamento richiede una presenza quotidiana. Gli animali devono essere alimentati, controllati e curati durante tutto l’anno, senza interruzioni per domeniche o festività.
Questa continuità rende complicato trovare manodopera e scoraggia molti giovani, soprattutto quando il reddito non appare proporzionato alle responsabilità e alle ore di lavoro. Le aziende familiari diventano così dipendenti da un numero sempre più ristretto di persone, spesso avanti con l’età.
Il CREA evidenzia che nel comparto zootecnico europeo l’età media degli operatori supera i 50 anni e considera il ricambio generazionale una delle principali sfide per il futuro. Formazione, competenze digitali e gestione aziendale vengono indicate come condizioni necessarie per rendere nuovamente attrattiva la professione dell’allevatore.
I figli non sempre raccolgono il testimone
Per molte stalle calabresi il momento più delicato arriva quando il titolare si avvicina alla pensione. I figli, pur essendo cresciuti nell’azienda, possono scegliere altri lavori o trasferirsi fuori regione, scoraggiati dalla fatica, dall’incertezza economica e dalla burocrazia.
Il passaggio generazionale richiede inoltre investimenti per ammodernare locali, attrezzature, mungitrici, recinzioni e sistemi di gestione. Senza credito e sostegni adeguati, il giovane che subentra rischia di ereditare non soltanto gli animali e la terra, ma anche strutture obsolete e costi difficili da sostenere.
La Regione Calabria ha finanziato tutte le domande ammesse nell’ultimo avviso per l’insediamento dei giovani agricoltori, indicando il ricambio generazionale come leva strategica per la competitività e la modernizzazione delle imprese rurali. Resta però necessario accompagnare i giovani anche dopo l’avvio, quando terminano i premi e comincia la gestione quotidiana dell’azienda.
Il rischio per le razze autoctone
La chiusura degli allevamenti non comporta soltanto una perdita produttiva. Può determinare anche la scomparsa di razze locali meno competitive sul piano delle rese, ma fondamentali per la biodiversità e l’adattamento ai territori.
Per sostenere gli allevatori custodi dell’agrobiodiversità, la Regione ha stanziato 10 milioni di euro per il periodo 2023-2027. La graduatoria ha ammesso a finanziamento 603 domande, riconoscendo i maggiori costi e i minori ricavi legati alla conservazione delle razze animali locali.
La forte partecipazione dimostra che esiste ancora un tessuto produttivo disposto a investire nella tutela del patrimonio zootecnico. Ma la conservazione non può dipendere soltanto dai contributi: deve trovare un riconoscimento anche nel prezzo dei prodotti.
Trasformare in azienda per recuperare valore
Una possibile risposta è accorciare la filiera. Caseifici aziendali, vendita diretta, mercati locali, mense pubbliche, agriturismo e commercio digitale possono consentire agli allevatori di trattenere una quota maggiore del valore generato.
La Calabria dispone di una forte tradizione lattiero-casearia e di produzioni capaci di distinguersi sul mercato. Tuttavia, trasformare direttamente richiede autorizzazioni, locali adeguati, competenze commerciali e investimenti che non tutte le aziende possono affrontare da sole.
Servono quindi cooperative efficienti, centri comuni di lavorazione, contratti di filiera e accordi che garantiscano quantità, qualità e prezzi più stabili. Senza organizzazione, anche un prodotto eccellente rischia di essere venduto come una materia prima indistinta.
Una strategia per evitare nuove chiusure
Difendere la zootecnia calabrese significa ridurre la dipendenza dai mangimi acquistati, sostenere la produzione locale di foraggi e proteine vegetali, migliorare l’accesso all’acqua e rafforzare i servizi veterinari nelle aree interne.
Occorrono inoltre incentivi semplici, credito accessibile, assistenza tecnica e politiche capaci di valorizzare il latte e la carne prodotti al pascolo. Innovazione e digitalizzazione possono ridurre alcuni carichi di lavoro, ma non sostituiscono la presenza dell’allevatore né risolvono da sole il problema della redditività.
Le stalle non si svuotano in un solo giorno. Prima diminuiscono i capi, poi si rinviano gli investimenti e infine si interrompe l’attività. Fermare questo processo significa intervenire prima della chiusura, riconoscendo alla zootecnia il suo valore economico, ambientale e sociale.