Un carcere
Un carcere

Un euro e 73 centesimi. Provate a entrare in un supermercato con questa cifra e a comprare gli ingredienti per preparare un pranzo completo. Un primo, un secondo, un contorno, il pane e un frutto. Poi provate a fare lo stesso per centinaia di persone, ogni giorno, rispettando quantità, qualità e requisiti nutrizionali. È da qui che bisogna partire per capire come funziona l'alimentazione nelle carceri calabresi. ​Il sistema penitenziario deve garantire colazione, pranzo e cena a ogni detenuto. Per acquistare le derrate alimentari si affida a imprese private selezionate attraverso gare pubbliche. I prezzi di riferimento della precedente gara, utilizzati anche per le successive proroghe, sono particolarmente contenuti: 5,18 euro al giorno per detenuto nelle carceri di Cosenza, Castrovillari, Paola e Rossano; 5,22 euro a Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia; 5,50 euro negli istituti di Reggio Calabria, Palmi, Locri e Laureana di Borrello. Gli importi sono al netto dell'Iva.​ Se dividiamo i 5,18 euro per i tre pasti quotidiani, otteniamo una media di 1,73 euro. È un calcolo aritmetico, perché la colazione costa evidentemente meno del pranzo e della cena. Ma serve a comprendere la dimensione economica del problema: con poco più di cinque euro bisogna assicurare l'intera alimentazione giornaliera di una persona.

​I costi nascosti dietro il prezzo del pasto

​E quei soldi non finiscono tutti negli ingredienti. Il prezzo dell'appalto comprende anche le attività e le spese necessarie alla fornitura, dalla movimentazione delle merci alla pulizia e disinfezione dei locali interessati dal servizio, dalla manutenzione ordinaria alle spese generali, fino all'utile dell'impresa. Il valore effettivo degli alimenti che arrivano nelle cucine è dunque inferiore alla cifra riconosciuta per ciascun detenuto.​Proviamo allora a costruire un pranzo. Un piatto di pasta, una porzione di carne oppure di pesce, un contorno di verdure, il pane e un frutto. Non parliamo di un menù raffinato, ma di un pasto ordinario, che deve garantire un apporto nutrizionale adeguato. Certo, la ristorazione collettiva può acquistare grandi quantità di prodotti a prezzi inferiori rispetto a quelli praticati nei supermercati. Ma anche comprando tonnellate di pasta, riso, carne e ortaggi, i conti devono tornare. Con un euro e 73 centesimi non si può pretendere caviale e champagne. Ma nemmeno si può far finta che basti pronunciare la parola "risparmio" per trasformare pochi centesimi in un pranzo dignitoso. Soprattutto quando una parte del denaro serve a coprire le spese della fornitura e il guadagno dell'impresa. Il rischio è che a pagare il prezzo più basso dell'appalto sia proprio la qualità del cibo. Chi è in carcere deve scontare la propria pena, non essere condannato anche a mangiare male. La privazione della libertà non cancella il diritto a un'alimentazione dignitosa e di qualità. Un diritto che, con una media di appena 1,73 euro a pasto, appare difficile da garantire, soprattutto quando quella cifra deve coprire anche le spese della fornitura e il guadagno dell'impresa.

​Regole, gestione e il nodo del sopravvitto

​L'alimentazione penitenziaria è regolata da disposizioni precise. L'ordinamento prevede che ai detenuti sia assicurato un vitto sano e sufficiente, adeguato all'età, allo stato di salute, all'attività lavorativa, alla stagione e al clima. Le tabelle alimentari stabiliscono quantità e caratteristiche dei prodotti, mentre l'organizzazione delle cucine e della distribuzione deve garantire il rispetto delle condizioni igienico-sanitarie. ​Le imprese aggiudicatarie forniscono le derrate, che vengono utilizzate nelle cucine degli istituti. Alla preparazione dei pasti possono partecipare anche detenuti impiegati nelle attività lavorative interne. Il sistema deve funzionare tutti i giorni dell'anno, indipendentemente dal numero di persone presenti e dalle difficoltà organizzative delle singole strutture.​ C'è poi il sopravvitto, un aspetto che introduce una differenza concreta tra i detenuti. Chi dispone di denaro può acquistare generi alimentari aggiuntivi attraverso i canali autorizzati dall'istituto. Chi riceve aiuti economici dalla famiglia può quindi integrare la propria alimentazione, mentre chi non ha risorse dipende maggiormente dal vitto ordinario. Ma avere soldi non significa necessariamente poter scegliere cosa mangiare. Non tutte le categorie di detenuti, infatti, sono autorizzate a utilizzare i fornellini a gas per cucinare in cella. Le possibilità cambiano in base al regime detentivo e dalle disposizioni applicabili. Così, anche chi dispone del denaro necessario per acquistare gli alimenti può non avere la possibilità di prepararli autonomamente ed essere costretto a consumare i pasti forniti dall'amministrazione penitenziaria. In carcere, insomma, non basta potersi permettere il cibo: bisogna anche avere il permesso di cucinarlo.

​Gli appalti e le nuove gare per il vitto

​Il sistema degli appalti coinvolge tutte le principali carceri calabresi ed è organizzato in tre lotti territoriali. Nella precedente procedura risultano aggiudicatarie Pastore Srl per Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia, Rag. Pietro Guarnieri-Figli Srl per gli istituti del Cosentino e Ladisa Srl per quelli del Reggino. Il valore complessivo dei contratti supera i 16 milioni di euro, Iva esclusa. ​Per il biennio 2026-2027 il Ministero della Giustizia avvia una nuova gara, con una base giornaliera di 5,80 euro per detenuto. La procedura incontra anche ostacoli amministrativi e giudiziari, tra cui l'annullamento di una determina di aggiudicazione da parte del Tar Calabria. La cifra della precedente gara resta comunque un riferimento concreto per comprendere l'ordine di grandezza delle risorse destinate al vitto.

​Il limite tra risparmio e dignità

​Il rispetto delle tabelle alimentari, da solo, non basta a garantire la qualità di ciò che arriva nel piatto. Il vero problema è quanto lo Stato sia disposto a spendere per nutrire chi tiene sotto la propria custodia. Perché, se il criterio dominante è contenere i costi, il rischio è che il risparmio venga fatto proprio sul cibo. Il vero scandalo non è che un detenuto mangi con poco più di cinque euro al giorno. È che qualcuno possa considerare quella cifra sufficiente per garantirgli tre pasti di qualità. La pena la stabilisce un giudice. Il prezzo di ciò che finisce nel piatto, invece, lo decide un appalto.