La memoria che non può morire: la voce di Rino per Francesco Borrelli e Salvatore Dragone
La storia di Francesco Pantaleone Borrelli e Salvatore Dragone è una di queste
Ci sono storie che non raccontano soltanto una regione. Raccontano uno stato d’animo, raccontano vite che hanno lasciato qualcosa agli altri e che, proprio per questo, il tempo non dovrebbe mai riuscire a cancellare.
La storia di Francesco Pantaleone Borrelli e Salvatore Dragone è una di queste.
È la storia di una delle vittime della criminalità organizzata in Calabria, ma soprattutto è la storia di un uomo che quel giorno, a Cutro, non scelse di voltarsi dall’altra parte. Scelse di intervenire. Scelse di provare a mettere in salvo le persone che aveva davanti agli occhi.
Il 13 gennaio del 1982 Francesco Borrelli, maresciallo capo dei Carabinieri in servizio all’8º Nucleo elicotteri di Vibo Valentia, si trovava fuori servizio a Cutro quando si accorse che stava per consumarsi un agguato. Vide i sicari armati, comprese il pericolo e iniziò ad allontanare la gente dalla zona. Furono quegli attimi a costargli la vita. Aveva 40 anni e due figli piccoli.
Con lui morì anche Salvatore Dragone, ragioniere e dipendente della Regione Calabria, 36 anni con tre figli.
Due vite spezzate. Due famiglie travolte. Una ferita che appartiene alla storia della Calabria. Ma che, forse, la Calabria stessa rischia di dimenticare.
«𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐫𝐢𝐦𝐚𝐬𝐭𝐨 𝐦𝐞𝐫𝐚𝐯𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐫𝐝𝐢 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐨𝐫𝐨»
A parlare oggi è Salvatore Borrelli, conosciuto da tutti come Rino. È il fratello di Francesco. Ma è anche un uomo che quella tragedia l’ha vissuta direttamente, perché quel giorno era lì.
Le sue parole non hanno il tono di chi chiede aiuto. Hanno qualcosa di diverso. Sono le parole di chi chiede memoria.
«Leggendo i vostri articoli, giorni fa, sono rimasto meravigliato che qualcuno si ricorda ancora di mio fratello e di mio suocero, anch’egli purtroppo venuto a mancare in quell’evento così tragico».
Rino torna con la memoria a quel giorno e lo fa senza costruire retorica. Perché quando una tragedia ti appartiene davvero, non c’è bisogno di aggiungere nulla.
C’è soltanto il bisogno, quasi fisico, che gli altri non dimentichino. Una memoria che sembra avere due velocità. Ed è proprio qui che il racconto di Rino diventa qualcosa di più della storia di una famiglia.
𝐃𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐫𝐢𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐚𝐥𝐚𝐛𝐫𝐢𝐚.
Perché Francesco Borrelli e Salvatore Dragone, nel corso degli anni, sono diventati nomi della memoria nazionale. Sono ricordati da Libera ogni 21 marzo, nella Giornata della Memoria e dell’Impegno, quando il loro nome viene pronunciato insieme a quello delle vittime delle mafie e dei fenomeni mafiosi.
«Quello che mi meraviglia è la memoria corta. Nella nostra regione quasi nessuno ricorda più mio fratello e mio suocero».
Non è rabbia.
È incredulità.
È il dolore di chi non riesce a capire come una terra possa dimenticare proprio coloro che hanno pagato con la vita il prezzo di una tragedia che quella stessa terra ha conosciuto.
𝐂𝐮𝐭𝐫𝐨 𝐞 𝐏𝐚𝐩𝐚𝐧𝐢𝐜𝐞, 𝐝𝐮𝐞 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚
La richiesta di Rino si muove oggi lungo due direttrici.
La prima riguarda Cutro.
È lì che Francesco e Salvatore vivevano ed è lì che vennero uccisi. È lì che quella giornata del 13 gennaio 1982 è entrata, nel modo più drammatico possibile, nella storia del territorio.
Ed è proprio per questo che Rino non comprende come, negli anni, non sia arrivato un riconoscimento capace di custodire stabilmente quella memoria.
La seconda riguarda Papanice.
Qui la questione assume anche i contorni di una vicenda amministrativa precisa.
«Lo scorso anno si parlava dell’intestazione della scuola di Papanice a mio fratello, un po’ sulla stessa direzione di quello che è successo a Crotone (dove un’aula dell’Istituto Vittorio Alfieri è stata dedicata a Francesco Borrelli e Salvatore Dragone).
La giunta comunale di Crotone ha addirittura approvato l’intitolazione della scuola a mio fratello ma poi non abbiamo avuto più notizie di come sia andata a finire. Il passaggio successivo, infatti, sarebbe dovuto essere quello dell’approvazione alla Prefettura».
𝐄𝐝 𝐞̀ 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐑𝐢𝐧𝐨 𝐚𝐟𝐟𝐢𝐝𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐥 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐞.
Che fine ha fatto a Crotone quella proposta? È ancora in piedi? È stata approvata? È stata accantonata? E, soprattutto, perché non è arrivata una risposta alla famiglia?
Una domanda semplice, alla quale però sarebbe importante dare una risposta altrettanto semplice.
Perché quando si parla di memoria, anche il silenzio diventa una risposta.
Forse è questo l’aspetto più importante delle parole di Rino. Non c’è una richiesta personale. Non c’è la ricerca di un privilegio. Non c’è neppure il desiderio di trasformare il dolore privato in una celebrazione pubblica.
C’è soltanto la volontà che due nomi non scompaiano. Francesco Pantaleone Borrelli, maresciallo dei Carabinieri. Salvatore Dragone, ragioniere e dipendente della Regione Calabria.
Due uomini che quel 13 gennaio del 1982 si trovarono dentro una tragedia che non avevano scelto. Due uomini che non dovrebbero essere ricordati soltanto dalle loro famiglie.
«𝐒𝐩𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐢 𝐬𝐢𝐚 𝐩𝐢𝐮̀»
È forse la frase più difficile da ascoltare. Perché dentro quelle parole c’è tutto.
«Non mi interessa niente. Mi interessa solo che mio fratello e il papà di mia moglie vengano ricordati dalla loro terra. E spero di vedere questo riconoscimento prima che io non ci sia più».
Non è un grido d’aiuto. È un grido di consapevolezza. E forse è proprio questo che Rino sta chiedendo alla Calabria: di fermarsi un momento e guardare indietro. Di ricordare.
Francesco Borrelli e Salvatore Dragone non sono soltanto due nomi scritti su una targa. Sono uomini che avevano una famiglia, figli piccoli, un lavoro, una vita davanti.
E se oggi, a distanza di oltre quarant’anni, il fratello deve ancora chiedere che la sua terra li ricordi, allora forse il problema non è soltanto ciò che abbiamo dimenticato. È ciò che rischiamo di diventare quando smettiamo di ricordare.