Carcere di Cosenza, dai pizzini ai cellulari: cambiano i tempi, non le complicità
Ieri i pizzini e le soffiate ai boss, oggi droga e cellulari clandestini. La nuova inchiesta sul carcere di Cosenza, con 36 indagati, riporta alla luce il problema delle complicità interne

Una volta c'erano i pizzini, oggi ci sono gli smartphone. Cambiano gli strumenti, ma nel carcere di Cosenza il copione sembra sempre lo stesso: i boss dietro le sbarre, gli ordini che arrivano all'esterno e qualche guardia infedele pronta a dare una mano. I pentiti raccontavano di un carcere nel quale le cosche si erano spartite perfino i reparti: i capi comandavano nell'alta sicurezza, altri gruppi mafiosi nella media sicurezza. Si decidevano pestaggi, si organizzavano incontri clandestini, si facevano arrivare messaggi per gestire estorsioni e affari di droga. La detenzione non interrompeva il potere criminale, ma gli consentiva di continuare a esercitarsi anche dall'interno dell'istituto.
Le rivelazioni dei pentiti e gli agenti accusati di favorire i boss
Alcuni agenti della Polizia penitenziaria, secondo le ricostruzioni investigative, si trasformavano in postini dei boss, portavano informazioni riservate, agevolavano i contatti e proteggevano i detenuti più influenti. Un collaboratore di giustizia raccontò che un agente aveva avvertito un boss delle confidenze fatte da un detenuto sulle affiliazioni mafiose. Il boss aveva provveduto a minacciarlo per farlo tacere. Le complicità non servivano soltanto a garantire privilegi. Secondo le testimonianze, consentivano alle cosche di imporre le proprie regole, punire chi disobbediva e continuare a esercitare il controllo sugli altri detenuti. Nel 2019 due poliziotti penitenziari finirono arrestati con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Nuova inchiesta sul carcere di Cosenza: 36 indagati e 52 capi d'imputazione
Oggi i pizzini hanno lasciato il posto ai cellulari, le soffiate viaggiano più velocemente e la droga continua a circolare. La Procura di Cosenza ha concluso una nuova inchiesta con 36 indagati e 52 capi d'imputazione. Tra gli accusati figura un assistente capo della Polizia penitenziaria che avrebbe rivelato a un detenuto la presenza di intercettazioni ambientali, favorito comunicazioni clandestine e omesso di segnalare droga, smartphone e schede SIM. In cambio avrebbe ricevuto o si sarebbe fatto promettere sostanze stupefacenti e un orologio. Un detenuto, secondo gli investigatori, sarebbe riuscito ad avere quasi diecimila contatti telefonici in appena tre mesi attraverso dispositivi utilizzati illegalmente. E il 10 ottobre scorso, durante una perquisizione straordinaria, sono stati trovati altri cellulari e sostanze stupefacenti.
Droga, cellulari e informazioni riservate: il nodo delle complicità interne
Ieri servivano uomini fidati per far uscire un pizzino, oggi basta uno smartphone clandestino. Ma qualcuno deve comunque farlo entrare, nasconderlo o consentirne l'utilizzo. La droga non attraversa i muri, i telefoni non si materializzano nelle celle e le informazioni sulle intercettazioni non arrivano per miracolo. Dietro questi traffici possono esserci complicità di chi lavora all'interno dell'istituto e tradisce il proprio ruolo. Le vicende del passato e quelle dell'inchiesta attuale sono distinte, così come le responsabilità individuali, ancora da accertare per gli indagati di oggi. Ma il confronto mette in evidenza un problema che si ripresenta: la possibilità che alcuni appartenenti al personale penitenziario diventino il collegamento tra chi è rinchiuso e ciò che accade fuori.
Bastano pochi agenti infedeli per compromettere la sicurezza del carcere
Non occorre corrompere un intero carcere. Bastano pochi uomini infedeli nei posti giusti per consentire comunicazioni clandestine, far circolare droga, trasmettere informazioni e vanificare il lavoro dei colleghi che rispettano le regole. Sono passati anni, si sono succedute inchieste, arresti e perquisizioni. I pizzini sono diventati messaggi telefonici, le comunicazioni clandestine hanno cambiato velocità, ma il problema delle presunte complicità interne continua a emergere. Perché si possono costruire muri sempre più alti e installare sistemi di sorveglianza sempre più sofisticati. Ma quando chi dovrebbe custodire le chiavi si mette al servizio dei detenuti, il carcere rischia di diventare una prigione soltanto per chi non ha complici.