agricoltura biologica

La Calabria è una delle regioni italiane dove l’agricoltura biologica pesa di più sul totale della superficie agricola.

Nel 2024 la superficie condotta con metodo biologico ha raggiunto 186.521 ettari, pari al 34,7% della superficie agricola utilizzata regionale. Un’incidenza tra le più alte del Paese. Le aziende con produzione biologica erano 9.832, mentre la Calabria si collocava al quinto posto nazionale per superficie bio e al terzo per numero di aziende.

Numeri importanti, che descrivono una regione fortemente orientata verso produzioni a basso impatto ambientale. Ma il punto decisivo è un altro: quanto di quel prodotto arriva effettivamente sul mercato come biologico e quanto, invece, viene venduto senza riuscire a valorizzare economicamente la certificazione?

Il paradosso: produrre bio e venderlo come convenzionale

Il problema non è nuovo. Già nei documenti regionali dedicati allo sviluppo rurale veniva evidenziata una debolezza nella commercializzazione del biologico calabrese: una parte della produzione finiva nei canali convenzionali oppure non veniva valorizzata attraverso trasformazione e commercializzazione specifiche.

La conseguenza è evidente. L’agricoltore sostiene costi, vincoli e controlli legati alla certificazione biologica, ma non sempre riesce a ottenere sul mercato un prezzo capace di riconoscere quello sforzo.

È probabilmente questo uno dei veri paradossi del bio calabrese: una regione può avere grandi superfici certificate senza costruire automaticamente un mercato altrettanto forte.

Olio, pascoli e foraggere guidano il comparto

L’olivicoltura rappresenta uno dei pilastri del biologico regionale. Nel 2024 gli oliveti biologici occupavano circa 67.500 ettari, pari a oltre un terzo della superficie bio complessiva. Un’altra quota molto rilevante è rappresentata da prati, pascoli e colture foraggere.

Questa struttura produttiva spiega anche alcune difficoltà commerciali. Un conto è certificare il metodo di coltivazione; un altro è portare fino al consumatore un prodotto confezionato, riconoscibile e venduto con un marchio capace di comunicare chiaramente il valore del biologico.

Se l’olio viene ceduto sfuso, se il prodotto agricolo entra in filiere indistinte o se manca la trasformazione, una parte del valore della certificazione rischia di disperdersi.

Certificare non basta

Il marchio biologico può diventare un vantaggio competitivo soltanto se il consumatore lo riconosce e se l’azienda riesce a farlo valere sul prezzo.

Per questo servono trasformazione, confezionamento, etichettatura, promozione e distribuzione.

Non è un caso che la Regione abbia finanziato nel 2026, attraverso il bando dedicato alla trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli, interventi per circa 14 milioni di euro destinati anche a tracciabilità, etichettatura, innovazione dei processi e aumento del valore aggiunto delle produzioni.

Per il bio calabrese è proprio questo il passaggio fondamentale: uscire dal campo e arrivare sullo scaffale mantenendo intatta la propria identità.

Il problema delle piccole aziende

A rendere tutto più difficile è anche la dimensione media delle imprese. In Calabria la superficie biologica media per azienda è di circa 19 ettari, contro i 28,9 della media nazionale.

Le aziende più piccole hanno maggiori difficoltà a sostenere da sole i costi di confezionamento, promozione, logistica e accesso alla grande distribuzione.

Da qui l’importanza di cooperative, organizzazioni di produttori e reti di impresa. Aggregare l’offerta significa poter garantire volumi più consistenti, continuità delle forniture e maggiore forza contrattuale nei confronti dei distributori.

Senza questo passaggio, il biologico rischia di restare una caratteristica produttiva senza diventare un vero strumento commerciale.

Il mercato regionale è sufficiente?

C’è poi un altro tema: la domanda interna. Il biologico cresce soprattutto dove esistono consumatori disposti a riconoscere un sovrapprezzo, punti vendita specializzati, grande distribuzione organizzata e canali commerciali capaci di differenziare il prodotto.

In Calabria la domanda locale da sola difficilmente può assorbire tutta la produzione biologica regionale.

Per questo il futuro del comparto passa necessariamente anche dall’export e dai mercati nazionali più maturi.

L’agroalimentare calabrese ha già mostrato segnali di crescita sui mercati esteri: nel primo trimestre del 2025 l’export regionale del settore era aumentato del 15% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La sfida è fare in modo che anche il biologico intercetti una quota crescente di questa espansione.

Il sostegno pubblico resta decisivo

Sul fronte delle politiche agricole, la Regione continua a sostenere il mantenimento del metodo biologico attraverso gli interventi previsti dal Complemento strategico regionale della PAC.

Nel 2026 sono state aperte le domande di pagamento per la misura SRA29.02 dedicata proprio al mantenimento dell’agricoltura biologica.

A giugno, inoltre, Arcea aveva liquidato oltre 1,65 milioni di euro nell’ambito della misura SRA29.

Risorse importanti perché produrre biologico comporta impegni e costi. Ma gli incentivi pubblici possono sostenere la transizione, non sostituire il mercato.

Il bio deve diventare reddito, non soltanto superficie

Il vero indicatore del successo dell’agricoltura biologica calabrese non può essere soltanto il numero degli ettari certificati.

Bisogna capire quanto quelle superfici generino reddito, quanta produzione venga realmente venduta come biologica e quanta riesca a raggiungere il consumatore con un’identità riconoscibile.

Se un prodotto certificato finisce sugli stessi canali e allo stesso prezzo di uno convenzionale, una parte del valore del bio viene inevitabilmente perduta.

La sfida è trasformare il primato agricolo in un primato commerciale

La Calabria parte quindi da una posizione forte: ha superfici, aziende, produzioni e una vocazione ambientale che poche altre regioni possono vantare.

Ma ora deve affrontare il passaggio più difficile. Non basta produrre biologico. Bisogna trasformarlo, confezionarlo, raccontarlo e venderlo come tale.

Soltanto quando la certificazione riuscirà a tradursi in un prezzo migliore e in una maggiore presenza sui mercati, il primato calabrese negli ettari biologici potrà diventare anche un primato economico.