Mahhmoud Talal Alnajjar bloccato a Gaza nonostante la borsa di studio in Italia
Lo studente palestinese racconta guerra, fame e perdita della famiglia mentre resta impossibilitato a raggiungere l’università che dovrebbe accoglierlo in Calabria
Sono 165 gli studenti palestinesi, vincitori di borsa di studio in 18 università italiane, che restano intrappolati a Gaza. Le autorità israeliane impediscono il loro passaggio. A denunciarlo, tra le tante associazioni e i comitati che si stanno mobilitando in questi giorni, è il coordinamento "Cosenza e Unical per la Palestina" che ha ottenuto dal Rettorato dell’università della Calabria la proroga dei termini di accoglienza e l'impegno a fare pressione sul Ministero degli Esteri.
“A differenza degli altri partner europei – spiegano dal coordinamento - il Governo Meloni tarda a concedere i visti, negando di fatto il diritto allo studio e alla salvezza. Rilanciamo con forza la necessità di una mobilitazione in tutte le università italiane. Rompere il silenzio complice delle istituzioni è un dovere: chiediamo lo sblocco immediato delle procedure e la fine del sostegno alle politiche criminali del governo israeliano”.
Le autorità accademiche hanno garantito che saranno prolungati i termini del bando di assegnazione delle borse. Inizialmente, la data di arrivo ultima per i beneficiari palestinesi era il 28 febbraio. Anche in virtù della mobilitazione di questi giorni, il termine sarà procrastinato al 30 giugno. Nonostante le insormontabili difficoltà di comunicazione con un territorio isolato dal resto del pianeta, sono frequenti i contatti tra i comitati di sostegno del popolo palestinese e gli studenti rimasti intrappolati a Gaza.
Uno di loro, Mahhmoud Talal Alnajjar, ha rilasciato un’intervista al manifesto.
- Qual è la tua situazione?
Porto un dolore che le parole non possono descrivere. A me e a tanti altri colleghi è impedito di uscire da Gaza, nonostante abbiamo ottenuto una borsa di studio. La situazione qui è difficilissima ed instabile. La guerra ha distrutto gran parte delle infrastrutture civili, la vita quotidiana è segnata dall’incertezza e dalla carenza dei beni di prima necessità e da stress psicologico. Come molti altri, sto cercando di sopravvivere, aggrappandomi alla speranza di un futuro attraverso l’istruzione. L’ostacolo principale è l’impossibilità di uscire da Gaza, a causa della chiusura delle frontiere e le complicate procedure per attraversarle.
- Perché ti è impedito di raggiungere l’Europa?
Sebbene io sia stato ufficialmente ammesso a frequentare l’università in Italia, e mi sia stata attribuita una borsa di studio, non esiste alcun metodo sicuro e affidabile che permetta a studenti come me di poter viaggiare. Il coordinamento operativo tra le autorità è lento e poco chiaro. Il mio obiettivo è proseguire gli studi, fare esperienza per contribuire a ricostruire la nostra comunità distrutta, sostenere lo sviluppo della Palestina. In questo momento, io vivo tra macerie e spazzatura. Sono sprovvisto dei più basilari mezzi di sostentamento, non c’è cibo, non abbiamo acqua potabile, non possiamo lavarci. Vivo ogni giorno il dramma di trovare un tetto per ripararmi.
- Come stanno i tuoi familiari?
Tutta la mia famiglia è stata distrutta dalla guerra: mia moglie, i miei figli, il più giovane dei quali si chiamava Omar che è nato e morto sotto i bombardamenti. L’occupazione ha anche ucciso mio padre e i miei fratelli. Io sono l’unico sopravvissuto, rimasto a lottare col dolore e la perdita di tutto ciò che ero ed avevo. Vivo in una disperazione profonda, come milioni di altri palestinesi. Conservo ancora la speranza che persone dotate di umanità mi aiutino ad uscire da Gaza, in modo che io possa continuare gli studi e provare a ricostruire, per quanto sia possibile, un’esistenza.
Claudio Dionesalvi