Essere in regola conviene davvero? Quando la burocrazia soffoca più della criminalità
Tra eccellenze alimentari e norme stratificate, il dubbio che attraversa produttori e territori è se la legalità, così com’è, sia davvero un percorso possibile o un ostacolo
C’è una domanda che in Calabria, nel comparto alimentare, torna con insistenza, quasi come un ritornello amaro. Una domanda che non riguarda la qualità dei prodotti, né la passione di chi lavora la terra o alleva animali, ma qualcosa di molto più sottile e profondo: essere in regola conviene davvero?
È una domanda che nessuno pone ufficialmente, ma che serpeggia tra aziende agricole, piccoli trasformatori, giovani che vorrebbero investire nel cibo di qualità e che invece, spesso, finiscono per rinunciare prima ancora di iniziare. Non per paura della criminalità, ma per un altro motivo, meno visibile e forse più pervasivo: la burocrazia.
In Calabria, come in molte altre regioni del Sud, il cibo non è solo economia. È identità, cultura, presidio del territorio. Eppure, proprio chi prova a trasformare questa ricchezza in lavoro regolare si trova spesso davanti a un paradosso difficile da ignorare: più si cerca di fare tutto secondo le regole, più il percorso diventa tortuoso.
La legalità come valore indiscusso, ma non sempre come percorso sostenibile
Nessuno mette in discussione il principio. La sicurezza alimentare è sacrosanta, i controlli sono necessari, le regole servono a tutelare il consumatore. Su questo non c’è dibattito. Il punto, però, non è il “se”, ma il “come”.
In Calabria, il rispetto delle norme sembrerebbe richiedere una resistenza che va ben oltre la buona volontà. Chi produce formaggi, conserve, salumi, olio o vino dovrebbe affrontare una sequenza di adempimenti che, presi singolarmente, appaiono logici. Ma sommati tra loro diventano un percorso a ostacoli, spesso disorientante.
Il problema non sarebbe l’esistenza delle regole, ma la loro stratificazione. Norme nazionali, regionali, locali. Competenze che si sovrappongono. Interpretazioni che cambiano da ufficio a ufficio. Tempi che si allungano senza una reale possibilità di previsione.
Ed è qui che nasce il primo cortocircuito: la legalità, anziché incentivare, rischia di scoraggiare.
Il piccolo produttore e il peso delle stesse regole dei grandi
Uno dei nodi centrali riguarda la dimensione aziendale. In teoria, le norme sono uguali per tutti. In pratica, non tutti partono dallo stesso punto.
Un piccolo produttore calabrese, magari a conduzione familiare, che trasforma poche centinaia di litri di latte o una quantità limitata di prodotto agricolo, si troverebbe ad affrontare obblighi simili a quelli di realtà industriali con strutture dedicate, consulenti interni e uffici amministrativi.
Il risultato sarebbe un disequilibrio evidente. Per una grande azienda, il costo della burocrazia è una voce di bilancio. Per una micro-impresa, può diventare una barriera all’ingresso.
E così accade che chi vorrebbe lavorare nella legalità piena, tracciabile, certificata, inizi a chiedersi se ne valga davvero la pena.
Quando la complessità diventa un deterrente
Nel racconto informale di molti operatori del settore, emerge una sensazione ricorrente: la paura di sbagliare, anche senza volerlo. Non l’errore sostanziale, ma quello formale. Un documento presentato nel modo sbagliato. Un modulo interpretato diversamente. Un passaggio non allineato tra enti diversi.
In questi casi, non si parla di frodi o comportamenti scorretti, ma di errori burocratici che possono avere conseguenze pesanti. Sanzioni, sospensioni, ritardi. Tutti elementi che incidono sulla sostenibilità economica di attività già fragili.
Il rischio, allora, non sarebbe quello di incentivare l’illegalità, ma di spingere molti a rinunciare. Rinunciare a crescere. Rinunciare a trasformare. Rinunciare, in alcuni casi, a produrre del tutto.

Il paradosso calabrese: terra di eccellenze, ma di percorsi ad alta frizione
La Calabria viene spesso raccontata come una terra di eccellenze alimentari. Ed è vero. Ma ciò che raramente emerge è il costo invisibile di quella eccellenza quando si prova a inserirla in un circuito pienamente regolare.
Il paradosso è evidente: da una parte si invoca la valorizzazione delle produzioni locali, la filiera corta, il ritorno alla terra. Dall’altra, chi prova davvero a farlo si scontra con una macchina amministrativa che sembra pensata per contesti completamente diversi.
Non è un’accusa, ma un dato strutturale. Le norme, spesso, nascono lontano dai territori. E quando arrivano nelle aree interne, nei piccoli comuni, nelle aziende familiari, mostrano tutti i loro limiti.
Legalità e criminalità: una distinzione che rischia di diventare amara
In Calabria il tema della legalità è sempre stato associato, giustamente, alla lotta alla criminalità. Ma nel comparto alimentare, almeno secondo alcune letture, potrebbe esistere un’altra forma di soffocamento, più silenziosa e meno visibile.
Non quella di chi impone con la forza, ma quella di un sistema che, involontariamente, rende complicato fare le cose per bene. Un sistema che non distingue abbastanza tra chi opera su piccola scala e chi su larga. Che non sempre accompagna, ma spesso chiede.
Ed è qui che il confronto diventa scomodo: se rispettare tutte le regole diventa più difficile che aggirarle, qualcosa nel meccanismo meriterebbe una riflessione profonda.
Il rischio reale: non l’illegalità, ma il vuoto
Il pericolo più grande, forse, non è l’illegalità diffusa. Ma il vuoto. Aziende che chiudono. Giovani che rinunciano. Territori che si spopolano.
Ogni azienda che smette di produrre non fa rumore. Non finisce nelle cronache. Ma lascia un segno profondo: meno presidio del territorio, meno economia locale, meno identità.
E allora la domanda iniziale torna, più forte di prima: essere in regola conviene davvero, se il prezzo da pagare è la sopravvivenza stessa dell’impresa?
Una riflessione che non può più essere rimandata
Questa inchiesta non parte da accuse, né da tesi preconfezionate. Parte da un dubbio legittimo, condiviso da molti operatori del comparto alimentare calabrese: la legalità, così come è oggi strutturata, è davvero accessibile a tutti? O rischia di diventare un privilegio per chi ha più risorse, più tempo, più strumenti?
Sono domande scomode, ma necessarie. Perché il cibo non è solo un prodotto. È lavoro, è territorio, è futuro. E se il sistema non riesce a distinguere tra chi vuole fare bene e chi vuole solo sopravvivere, il rischio è quello di perdere entrambi.