cibo genuino

Un tempo bastava un orto. Bastava saper cucinare e rispettare la terra. Oggi, per mangiare un pomodoro coltivato senza pesticidi, serve il conto in banca. In un mondo dove si predica il ritorno alla semplicità e alla tradizione, il cibo genuino è diventato una bandiera di classe, una posa borghese da esibire su Instagram più che una realtà accessibile. È la sagra del paradosso moderno: ciò che dovrebbe essere normale è diventato eccezione. E a pagare, come sempre, è chi ha meno.

Il genuino? Bello, buono… e inaccessibile

Il pomodoro “vero”, quello che sa di sole e fatica, oggi si trova in botteghe d’élite, incartato con amore e venduto al prezzo di una bottiglia di vino. Ha l’etichetta in carta riciclata, racconta una storia di “ritorno alla terra”, magari cita il nome del contadino. Ma costa il triplo. E chi lavora dodici ore al giorno per farlo crescere, spesso non può permetterselo a tavola.

E mentre il pane con lievito madre e grani antichi finisce sulle tavole dei gourmet, chi vive con stipendi minimi deve accontentarsi di pane a lunga conservazione, gommoso, insapore e pieno di additivi. La narrazione del cibo come cultura è nobile, ma finché il prezzo sarà il primo ostacolo, resterà solo una favola raccontata ai ricchi.

 Il surrogato travestito da tradizione

Nel frattempo, l’industria alimentare è diventata una truccatrice professionista. Confeziona prodotti che “sembrano” autentici, ma che di autentico non hanno nulla.

Una “soppressata” da discount imbottita di grassi di scarto, una “’nduja” industriale che odora più di conservanti che di Calabria, un pesto dove il basilico è un’ombra e l’olio d’oliva è stato sostituito da quello di palma o di semi.

È cibo progettato per evocare una storia — quella della nonna, della campagna, del Sud — ma che in realtà la tradizione la svuota e la mercifica. Non nutre. Riempie. Non unisce. Omologa.

La qualità ha un prezzo… e lo paga chi non può

La qualità costa, ci dicono. E in parte è vero. Coltivare senza pesticidi richiede lavoro, tempo, attenzione. Ma il prezzo finale racconta un’altra verità: che la qualità è diventata un simbolo di status, non un diritto.

Una pagnotta buona, un formaggio artigianale, una bottiglia d’olio extravergine – tutto ciò che dovrebbe essere la base del mangiare bene è stato impacchettato come “esperienza” e venduto come bene di lusso.

Non si paga il prodotto. Si paga la narrazione. Il branding. Il racconto emozionale incollato sopra. Si paga per dire: “Io posso”. E così il cibo diventa distinzione sociale.

Il cittadino: vittima, ma anche complice

Certo, il sistema è marcio. Ma il cittadino-consumatore non è solo una vittima: è anche complice di questa deriva.

Chi pretende pomodori freschi a gennaio, chi vuole fragole a Natale, chi compra carne a basso costo senza farsi domande — sta votando, ogni giorno, con il portafoglio.

Sta sostenendo serre riscaldate, allevamenti intensivi, pesticidi a volontà. Sta scegliendo la quantità sulla qualità, la comodità sul rispetto.

E poi si lamenta perché il cibo “vero” costa troppo. Ma quel costo è anche il risultato delle sue scelte. Ogni bistecca a 5 euro è una catastrofe travestita da offerta.

Il consumo critico: una moda solo se resta teoria

Comprare locale, mangiare stagionale, ridurre la carne, scegliere chi produce davvero — non è un gesto eroico. È l’unico modo per uscire da questo teatrino.

Ma richiede coscienza. Richiede tempo. Richiede che la gente smetta di lamentarsi e inizi a fare scelte più scomode, ma più giuste.

E non basta postare una foto di un piatto “km zero” una volta al mese. Serve coerenza, serve continuità, serve cultura.

Genuino per chi? Il cibo come frontiera sociale

La frattura è chiara: da una parte c’è chi mangia per nutrirsi, facendo la spesa con il calcolatore in mano; dall’altra c’è chi mangia per raccontarsi, per distinguersi, per “fare esperienza”.

Chi ha meno mangia quello che trova, spesso pieno di zuccheri, conservanti e grassi modificati. Chi ha più soldi può scegliere, selezionare, approfondire, permettersi persino l’etica.

La terra, un tempo risorsa per tutti, è diventata terra di pochi. Il contadino non sfama più il villaggio, ma una clientela scelta. Il supermercato riempie gli stomaci, il mercato contadino riempie i feed di chi può.

O cambiamo cultura, o continueremo a mangiare bugie

La soluzione non è facile, ma è obbligata: serve una rivoluzione culturale. Serve educazione alimentare vera, sin dalle scuole. Serve comunicazione onesta, non marketing emozionale.

Serve che la politica favorisca davvero chi produce in modo sostenibile, e che il cittadino smetta di cadere nei tranelli pubblicitari del “naturale” industriale. Il genuino deve tornare a essere normalità, non privilegio.

Perché il cibo è un diritto. Non un’esperienza deluxe. Non può raccontare chi sei in base a quanto spendi, ma solo chi sei in base a cosa rispetti: la terra, il lavoro, il prossimo.

Fino a quel momento, continueremo a vivere il paradosso più amaro: che il cibo più semplice è diventato il più inaccessibile. E che mentre si parla di tradizione e radici, il popolo mangia ombre, e il sapore lo paga a rate.