Legalità

Se c’è una parola che attraversa tutte le puntate di questa inchiesta è equilibrio. Equilibrio tra regole e realtà, tra tutela del consumatore e sopravvivenza del produttore, tra controllo e accompagnamento. Perché dopo aver attraversato la giungla normativa, smontato il mito della filiera corta e analizzato prezzi, ricarichi e margini, resta una domanda che non può più essere rimandata: cosa potrebbe cambiare davvero, senza abbassare la guardia sulla legalità?

Non servono slogan. Non servono scorciatoie. Serve una riflessione concreta, che tenga insieme sicurezza alimentare, reddito agricolo e tenuta dei territori. E soprattutto serve una legalità praticabile, non solo invocata.

La legalità come percorso, non come muro

La prima distinzione da fare è concettuale. La legalità non dovrebbe essere un muro da scalare, ma un percorso da seguire. Oggi, invece, molti produttori avrebbero la percezione opposta: le regole come ostacolo, più che come tutela.

Non si tratta di ridurre i controlli, né di allentare gli standard. Si tratta di organizzarli in modo coerente. Un sistema che chiede tutto subito, senza accompagnare, rischia di produrre l’effetto contrario a quello desiderato: scoraggiare chi vorrebbe fare bene.

Una legalità sostenibile dovrebbe essere progressiva, capace di distinguere tra chi inizia e chi è già strutturato, tra micro-produzioni e grandi volumi. Non per creare zone franche, ma per adattare gli strumenti.

Semplificare non significa deregolamentare

C’è un equivoco che va sciolto: semplificare non significa togliere regole. Significa renderle comprensibili, accessibili, coerenti. Oggi, invece, molte difficoltà nascono dalla frammentazione: più enti, più interpretazioni, più adempimenti che si sovrappongono.

Una prima svolta possibile sarebbe un vero sportello unico, non solo nominale. Un luogo – fisico o digitale – dove il produttore trovi risposte univoche, tempi certi, indicazioni chiare. Dove un adempimento non venga chiesto due volte e una risposta non cambi a seconda dell’ufficio. Semplificare, in questo senso, significherebbe ridurre l’incertezza, non abbassare la qualità.

Differenziare per dimensione e rischio

Un altro nodo cruciale riguarda la proporzionalità. È ragionevole chiedere gli stessi requisiti a chi produce poche decine di chili e a chi ne produce migliaia? La risposta, se si guarda alla sostenibilità, dovrebbe essere no.

Una legalità intelligente distingue per rischio, non solo per tipologia. Dove il rischio è basso e controllabile, le procedure potrebbero essere più snelle, senza rinunciare ai controlli. Dove il rischio cresce, cresce anche il livello di vigilanza.

Questa logica è già presente in molti ambiti. Applicarla in modo sistematico all’agroalimentare significherebbe liberare energie, senza compromettere la sicurezza.

Accompagnare chi vuole mettersi in regola

C’è poi un tema culturale, prima ancora che amministrativo. Molti produttori non chiedono meno regole: chiedono aiuto per rispettarle. Formazione, affiancamento, consulenza accessibile.

Un sistema che investe solo nel controllo, senza investire nell’accompagnamento, rischia di creare una distanza crescente tra istituzioni e operatori. Al contrario, un sistema che affianca, spiega, previene l’errore, riduce i conflitti e migliora i risultati.

L’errore formale, quando non nasconde scorrettezze, dovrebbe essere l’occasione per correggere, non per punire. Questo non significa lassismo, ma intelligenza amministrativa.

Trasparenza di filiera e tutela del reddito

La sostenibilità della legalità passa anche dalla trasparenza dei rapporti economici. Se il produttore resta l’anello debole, qualunque semplificazione rischia di essere insufficiente.

Rendere più trasparenti prezzi, ricarichi e margini lungo la filiera significherebbe riequilibrare il potere contrattuale. Non per fissare prezzi dall’alto, ma per evitare che il valore si concentri sempre negli stessi punti.

Strumenti di contrattazione più equi, aggregazione tra produttori, filiere organizzate davvero – non solo sulla carta – potrebbero restituire dignità economica a chi produce.

C’è un ultimo aspetto che non può essere ignorato: il territorio. In Calabria, l’agroalimentare non è solo produzione. È presidio, è cura, è contrasto allo spopolamento.

Ogni azienda che chiude lascia un vuoto. Ogni giovane che rinuncia a investire nel cibo porta via futuro. Una legalità che non tiene conto di questo rischia di essere formalmente impeccabile, ma socialmente miope. Difendere il territorio significa anche difendere chi lo vive, lo lavora, lo mantiene.

Dalla denuncia alla proposta

Questa serie non nasce per accusare, ma per aprire un confronto. Le criticità emerse non indicano colpevoli, ma meccanismi. E i meccanismi, a differenza delle persone, possono essere cambiati.

La legalità non deve essere messa in discussione. Deve essere resa sostenibile. Perché una legalità che non si riesce a praticare diventa fragile, e una legalità fragile non protegge nessuno.

La domanda che resta

Alla fine di questo percorso, la domanda iniziale ritorna, ma con un significato diverso: chi vogliamo che resti a produrre cibo in Calabria?

Se la risposta è “chiunque lavori bene”, allora il sistema deve permetterglielo. Se invece il sistema premia solo chi è grande, strutturato, integrato, allora il rischio è di perdere quella ricchezza diffusa che rende unico il territorio.

La legalità, per essere davvero tale, deve camminare insieme al lavoro. Non davanti, non dietro. Accanto.

E forse è proprio da qui che dovrebbe ripartire il dibattito: non dal “più controlli” o “meno controlli”, ma da controlli migliori, regole più chiare, percorsi più umani.

Perché il cibo non è solo un prodotto. È una responsabilità condivisa. E senza chi lo produce, nessuna filiera – corta o lunga che sia – può reggere.