etichetta calabrese

Dopo le puntate passate a smontare ambiguità, seguire filiere, analizzare etichette e interrogarsi su chi guadagni davvero dal richiamo territoriale, l’inchiesta arriva al punto più delicato. Quello che non riguarda più solo le aziende, il mercato o le regole, ma tutti noi.

Perché se è vero che l’origine viene spesso raccontata più che spiegata, allora una domanda diventa inevitabile: chi ha davvero il potere di cambiare le cose?

Il consumatore? Le istituzioni? Le filiere? O nessuno, perché il sistema è ormai troppo stratificato?

La risposta, probabilmente, non è unica. Ma una cosa appare chiara: scegliere calabrese oggi richiede più fiducia che informazione. E questo è un problema.

Il consumatore tra buona fede e responsabilità

Il consumatore medio non è un investigatore. Non ha il tempo, né gli strumenti, per ricostruire filiere complesse davanti a uno scaffale. Eppure, negli ultimi anni, gli viene chiesto sempre di più: leggere le etichette, interpretare i simboli, distinguere tra origine della materia prima e luogo di trasformazione.

È una richiesta implicita, mai dichiarata, ma reale.

E qui nasce una prima distorsione: la responsabilità dell’informazione viene scaricata su chi compra, non su chi comunica.

Il consumatore calabrese – o chi sceglie prodotti calabresi – spesso agisce in buona fede. Compra “locale” per sostenere il territorio, per mangiare meglio, per sentirsi parte di una scelta etica. Ma se le informazioni non sono chiare, quella scelta rischia di diventare un atto di fiducia, non una decisione consapevole.

Leggere l’etichetta non basta più

Si dice spesso: “Basta leggere l’etichetta”. Ma questa affermazione, alla prova dei fatti, appare riduttiva.

Le informazioni obbligatorie ci sono. Ma sono tecniche, frammentate, spesso relegate sul retro della confezione. Nel frattempo, il fronte racconta altro: immagini, colori, nomi, richiami identitari.

Il consumatore si trova così davanti a due livelli di comunicazione: uno formale, corretto ma poco accessibile; uno emotivo, immediato ma semplificato. E tra questi due livelli, la scelta avviene quasi sempre sul secondo. Chiedere al consumatore di colmare da solo questo divario significa chiedergli troppo.

Il rischio della delega totale

Se tutto viene affidato alla scelta individuale, il rischio è che il sistema non cambi mai. Perché non tutti hanno le stesse competenze, lo stesso tempo, la stessa attenzione.

In questo scenario, chi è più abile nel raccontare l’origine continua a vincere. Chi lavora davvero sul territorio, ma comunica meno, resta indietro. E il mercato finisce per premiare la narrazione, non la filiera. È qui che il ruolo delle istituzioni e delle filiere organizzate diventa centrale.

Le istituzioni: arbitri o semplici garanti formali?

Le istituzioni oggi garantiscono la legalità formale. Ma la legalità formale, come abbiamo visto, non sempre coincide con la chiarezza sostanziale.

La domanda che emerge è delicata ma necessaria: le istituzioni dovrebbero limitarsi a verificare il rispetto delle regole o dovrebbero anche promuovere una comunicazione più trasparente dell’origine?

Non si tratta di introdurre nuovi obblighi punitivi, ma di innalzare il livello di chiarezza. Rendere immediatamente comprensibile ciò che oggi è tecnicamente corretto ma comunicativamente ambiguo.

Un’origine spiegata meglio non penalizza nessuno. Anzi, tutela: il consumatore; il produttore realmente locale; il territorio.

Le filiere: responsabilità collettiva o opportunità mancata

Le filiere organizzate potrebbero essere lo strumento più efficace per trasformare l’origine da racconto a garanzia. Ma solo se funzionano davvero come filiere, e non come semplici aggregazioni commerciali.

Una filiera che tutela l’origine dovrebbe: garantire trasparenza sui passaggi; redistribuire il valore economico; rendere riconoscibile chi produce davvero.

Se questo non accade, il rischio è che la filiera diventi solo un contenitore narrativo, utile a rafforzare il marchio ma non il territorio.

Il produttore tra identità e invisibilità

In tutta questa dinamica, il produttore resta spesso l’anello meno visibile. Eppure è colui che dà senso all’origine. Se il sistema non restituisce valore a chi produce davvero in Calabria, l’origine perde progressivamente contenuto. Diventa una parola, non una garanzia.

E quando l’origine diventa solo una parola, il consumatore smette di fidarsi. Non subito. Ma lentamente.

10 b

Origine come patto, non come slogan

L’origine dovrebbe essere un patto implicito tra chi produce, chi vende e chi compra. Un patto basato su chiarezza, non su suggestione. Su informazioni leggibili, non su interpretazioni. Se questo patto si spezza, non serve più gridare al “compra calabrese”. Perché nessun territorio può vivere di slogan.

Cosa può fare davvero il consumatore

Il consumatore, da solo, non può cambiare il sistema. Ma può fare una cosa fondamentale: chiedere chiarezza. Chiederla senza sospetto, ma con consapevolezza. Premiare chi spiega, non solo chi evoca. Sostenere chi racconta la propria filiera senza nascondere nulla. Ma perché questo sia possibile, serve che il sistema renda la chiarezza accessibile.

La responsabilità finale: di chi racconta l’origine

Alla fine di questa inchiesta, una responsabilità emerge più delle altre: quella di chi racconta l’origine. Perché raccontare non è neutro. Raccontare orienta, guida, influenza. Se l’origine viene raccontata come promessa implicita, senza essere spiegata, allora non è più uno strumento di valorizzazione, ma un’aspettativa non verificabile.

Dalla fiducia cieca alla scelta informata

Scegliere calabrese non dovrebbe essere un atto di fede. Dovrebbe essere una scelta informata, serena, consapevole. Una scelta in cui il consumatore non debba chiedersi “sarà davvero così?”, ma possa sapere cosa sta comprando e perché.

Solo così l’origine può tornare a essere ciò che dovrebbe: non un racconto suggestivo, ma una garanzia concreta. E solo così la Calabria può difendere davvero il valore di ciò che produce, senza affidarlo solo alle parole, ma ai fatti.