Gusto ribelle: Formaggi in Calabria, chi controlla davvero cosa arriva sugli scaffali. Seconda puntata dell’inchiesta sul mondo caseario calabrese
Dai controlli ufficiali alle etichette poco leggibili, dal ruolo della grande distribuzione alle scelte dei consumatori. Dopo la produzione, il viaggio continua nei punti vendita
Nella prima puntata di questa inchiesta abbiamo raccontato il mondo del latte e dei formaggi calabresi partendo dalla produzione. I numeri ufficiali, la frammentazione degli allevamenti, la difficoltà di competere sui prezzi, il paradosso di una regione ricca di eccellenze che consuma sempre meno prodotti locali.
Ora il viaggio prosegue a valle della filiera, lì dove il formaggio incontra il consumatore. Sugli scaffali dei supermercati, nei banchi frigo, nei negozi di prossimità. È qui che si decide davvero cosa finisce nei carrelli e cosa resta invisibile.
La domanda è semplice, ma tutt’altro che banale: chi controlla i formaggi che arrivano in Calabria, e quanto è facile per il consumatore capire cosa sta comprando davvero?
I controlli esistono, ma cosa controllano davvero
Secondo il Ministero della Salute, i prodotti lattiero-caseari rientrano tra le categorie più monitorate nell’ambito del Piano nazionale integrato dei controlli. I Servizi veterinari verificano documentazione, tracciabilità, condizioni igienico-sanitarie e rispetto delle norme europee. Questo punto va chiarito subito: i controlli sulla sicurezza alimentare ci sono.
Ma l’inchiesta non si ferma qui. Perché la sicurezza non coincide automaticamente con la trasparenza commerciale. Un prodotto può essere sicuro, conforme alle norme, e allo stesso tempo opaco nella sua comunicazione. È su questo confine che si gioca la partita più delicata.
Etichette legali, ma poco comprensibili
Molti formaggi venduti in Calabria riportano diciture come “latte UE” o “latte di Paesi UE ed extra UE”. È tutto legale. È tutto conforme. Ma è davvero chiaro per chi compra?
La normativa europea consente queste formule, ma non obbliga a raccontare la filiera in modo comprensibile. Il risultato è che un formaggio prodotto a centinaia o migliaia di chilometri può finire accanto a uno calabrese, con un packaging simile, richiami alla tradizione e colori rassicuranti. Per il consumatore medio, distinguerli diventa difficile.
Qui non si parla di frode. Si parla di asimmetria informativa, un tema più volte affrontato anche dalle inchieste di Report condotto da Sigfrido Ranucci.
La grande distribuzione e il potere dello scaffale
Gli scaffali non sono neutri. Sono il risultato di accordi commerciali, volumi garantiti, margini.
I formaggi industriali, prodotti su larga scala, arrivano con prezzi più bassi e continuità di fornitura. I piccoli produttori calabresi, invece, faticano a garantire quantità costanti e condizioni economiche competitive.
Secondo dati ISMEA, oltre il 70 per cento degli acquisti di formaggi passa attraverso la grande distribuzione. Questo significa che chi non entra in quei circuiti resta marginale, anche se produce qualità.
Il risultato è evidente. Nei supermercati calabresi i formaggi locali sono spesso pochi, poco visibili o relegati in spazi secondari. Il grosso dell’offerta è occupato da prodotti che arrivano da altre regioni o dall’estero.
Importazioni e concorrenza silenziosa
I dati ISTAT sul commercio agroalimentare mostrano che l’Italia importa quantità significative di formaggi e semilavorati lattiero-caseari. Parte di questi prodotti arriva anche in Calabria. Non è illegale. Non è nascosto. Ma è poco raccontato.
Il consumatore spesso non sa che sta comprando un prodotto importato, perché l’etichetta non lo rende immediatamente evidente. E così si crea un paradosso: una regione che produce pecorini, caprini, ricotte e paste filate locali consuma sempre più formaggi senza identità territoriale.
Il precedente delle mozzarelle “artigianali”
Il settore ha già mostrato quanto il racconto possa essere distante dalla realtà. Le inchieste sulle mozzarelle di bufala vendute come artigianali, finite poi sotto la lente per filiere complesse e industriali, hanno insegnato una lezione chiara.
Quando il consumatore non ha strumenti, il marketing vince sull’informazione.
Anche Giulia Innocenzi ha più volte evidenziato come il problema non sia solo cosa si produce, ma come lo si racconta. La Calabria non è immune da queste dinamiche. Anzi, rischia di subirle di più, proprio perché il suo racconto identitario è forte.
Il danno invisibile ai produttori locali
Quando sugli scaffali prevalgono prodotti importati o industriali, il danno non è immediato, ma progressivo. I produttori locali perdono spazio, visibilità e reddito. Secondo Coldiretti Calabria, molte aziende zootecniche operano già al limite della sostenibilità economica.
Non basta produrre bene se poi non si riesce a vendere. E non basta essere in regola se il sistema non aiuta a distinguere.
Il consumatore è davvero libero di scegliere
Arriviamo al punto finale. Il consumatore calabrese è davvero libero di scegliere? Sulla carta sì. Nella pratica, spesso no. Perché sceglie tra ciò che vede, non tra tutto ciò che esiste. E ciò che vede è il risultato di logiche commerciali.
Comprare calabrese non è un atto di nostalgia. È una scelta economica e sociale. Significa sostenere allevamenti, lavoro, territorio. Ma perché questa scelta avvenga, serve chiarezza. Etichette leggibili. Scaffali che raccontino davvero cosa c’è dietro un prodotto.
Sistema legale ma poco trasparente
Questa seconda puntata dell’inchiesta non denuncia un sistema illegale. Denuncia qualcosa di più sottile. Un sistema legale che non sempre è trasparente.
In Calabria arrivano formaggi da ogni parte, ed è consentito. Ma in una terra che produce eccellenze, il vero problema è che spesso non riusciamo a riconoscerle quando le abbiamo davanti.
La filiera del latte non si ferma in stalla. Continua sugli scaffali, nelle etichette, nelle scelte quotidiane. E finché non sapremo distinguere davvero, continueremo a mangiare altrove anche quando potremmo scegliere casa nostra.