Etichetta

C’è una parola che in Calabria pesa più di altre. Una parola che evoca paesaggi, tradizioni, mani esperte, sapori autentici. È la parola origine. Quando compare su un’etichetta, accanto a un prodotto alimentare, crea un’aspettativa precisa nel consumatore: quel cibo viene da qui. È nostro. È calabrese.

Ma cosa significa davvero origine Calabria quando lo leggiamo su una confezione?

E soprattutto: stiamo parlando dell’origine della materia prima, del luogo di trasformazione o semplicemente della sede dell’azienda?

È da questa ambiguità, tutta legale ma spesso poco chiara, che prende avvio questa nuova inchiesta.

Origine, provenienza, trasformazione: tre concetti che non coincidono

Nel linguaggio comune, origine e provenienza vengono spesso usate come sinonimi. Nel linguaggio normativo, invece, raccontano storie diverse.

Un alimento può essere: prodotto con materie prime provenienti da fuori regione; trasformato in Calabria; confezionato in Calabria; commercializzato da un’azienda con sede legale in Calabria.

Tutte queste informazioni possono coesistere su un’etichetta senza che ci sia alcuna violazione della legge. Eppure, per il consumatore medio, il messaggio percepito rischia di essere uno solo: questo prodotto è calabrese.

Qui nasce il primo nodo. Non un inganno, ma una distanza tra ciò che è formalmente corretto e ciò che viene realmente compreso.

Quando la legge è chiara, ma la percezione no

Le norme europee e nazionali sull’etichettatura sono molto precise su alcuni aspetti, soprattutto quelli legati alla sicurezza alimentare. Meno stringenti, invece, risultano essere sul piano della narrazione territoriale. La legge direbbe cosa va indicato obbligatoriamente. Non direbbe come il consumatore interpreta simboli, colori, nomi evocativi.

E così accade che un prodotto possa essere perfettamente in regola, ma allo stesso tempo alimentare un’idea di origine che non coincide con la realtà produttiva. Non è un illecito. È un cortocircuito comunicativo.

Il potere evocativo della Calabria

La Calabria, nel racconto alimentare, non è un territorio neutro. È un marchio culturale. Richiama naturalità, tradizione, artigianalità. E questo ha un valore economico.

Il problema non è che questo valore venga utilizzato. Il problema è come viene utilizzato e chi ne beneficia.

Se l’origine diventa soprattutto uno strumento di marketing, senza una chiara distinzione tra materia prima e trasformazione, il rischio è che il consumatore attribuisca valore a qualcosa che non conosce fino in fondo.

Prodotto in Calabria non significa sempre calabrese

Un’espressione molto diffusa sulle etichette è prodotto in Calabria. Ma cosa significa davvero? Significa che l’ultima fase sostanziale della lavorazione è avvenuta in Calabria. Non significa necessariamente che il latte, il grano, la carne, l’olio siano calabresi.

Eppure, per chi legge, la distinzione non è immediata. Il linguaggio normativo è tecnico. Il linguaggio del consumo è emotivo. Tra questi due mondi si apre una zona grigia.

Il consumatore medio e il tempo che non ha

C’è un altro elemento da considerare: il tempo. Il consumatore medio non ha il tempo – né spesso le competenze – per decifrare ogni etichetta nel dettaglio. Si affida a segnali rapidi: un nome, un colore, una parola chiave. Calabria è una parola chiave potente.

E quando il sistema si basa su segnali rapidi, la responsabilità di chi comunica diventa ancora più rilevante. Perché ciò che è formalmente corretto potrebbe non essere sostanzialmente chiaro.

Il rischio della confusione: tutti calabresi, nessuno davvero

Se tutto diventa “calabrese”, nulla lo è davvero. È questo uno dei rischi più grandi.

Quando prodotti molto diversi tra loro condividono la stessa narrazione territoriale, il valore dell’origine rischia di diluirsi. Il consumatore non distingue più. E alla fine, chi utilizza davvero materie prime locali potrebbe non essere riconosciuto.

In questo scenario, l’origine smette di essere uno strumento di tutela del territorio e diventa un’etichetta generica, buona per tutto e per tutti.

Chi viene davvero tutelato?

La domanda, a questo punto, è inevitabile: chi viene davvero tutelato da questo sistema di etichettatura? Il consumatore, che crede di acquistare un prodotto interamente calabrese? Il produttore locale, che utilizza materie prime del territorio? O chi è più bravo a raccontare una storia coerente con l’immaginario, anche quando la filiera è più lunga e complessa? Non è una domanda accusatoria. È una domanda strutturale.

Legalità e trasparenza non sempre coincidono

Un prodotto può essere legale senza essere pienamente trasparente. Questo non significa che sia scorretto. Significa che il sistema normativo non sempre riesce a garantire chiarezza sostanziale, soprattutto quando entra in gioco il marketing territoriale. La trasparenza non è solo un obbligo di legge. È una responsabilità culturale. E quando si parla di cibo e territori fragili, questa responsabilità pesa ancora di più.

La Calabria tra tutela e narrazione

La Calabria avrebbe tutto da guadagnare da una narrazione più chiara. Perché è una regione che produce davvero. Che ha filiere autentiche, seppur piccole. Che potrebbe distinguersi non per slogan, ma per precisione.

Ma per farlo serve una distinzione netta tra: ciò che è davvero prodotto con materia prima calabrese; ciò che è trasformato in Calabria; ciò che è solo confezionato o commercializzato qui. Distinzione che oggi non sempre emerge con forza.

Una domanda che apre l’inchiesta

Questa prima puntata non vuole smascherare inganni. Vuole aprire una domanda semplice, ma fondamentale: quando leggiamo “Origine Calabria”, sappiamo davvero cosa stiamo comprando?

Se la risposta è “dipende”, allora c’è spazio per migliorare. Non con nuove accuse, ma con più chiarezza.