Dietro la cartolina dell'estate calabrese c'è lo sfruttamento dei lavoratori stagionali
Turni fino a 15 ore, settimane senza riposo, paghe da pochi euro l’ora e contributi ridotti: le testimonianze dei lavoratori raccontano l’altra faccia della stagione turistica calabrese.
Estate. Mare, sole, spiaggia. Sdraio, ombrellone e lettino. Poi un salto su al lido, per un gelato ed un caffè. Stabilimenti balneari sempre puliti. Gli ombrelloni in fila colorano la spiaggia. Sul bagnasciuga turisti in posa a fotografare l'acqua baciata dal caldo augustino. La bellezza della cartolina calabrese. Ma dietro quei colori sgargianti, quei sorrisi rilassati, quei visi gioiosi, esiste una realtà ben più scura e tenebrosa. Dietro quella bottiglietta d'acqua servita, quel lettino pulito dalla sabbia, c'è chi ha lavorato in una sola settimana dalle 40 alle 70 ore. C'è chi non dorme da giorni, c'è chi non sa neanche se - a fine stagione - verrà pagato. Perchè il contratto in fase di colloquio, si, lo avevano promesso. Ma ancora nessuno ha fatto firmare nulla. E' tutto in bilico. Ma le giornate sono talmente frenetiche che neanche ci si è resi conto che è passato un mese. Un mese in nero. Ma - si sa - c'è poco lavoro e i soldi servono. Non hai trovato altro e questo era l'unico annuncio a cui avevano risposto. I tuoi, alla tua età, avevano già comprato casa. Non avresti voluto sentirti ripetere, nuovamente, quella frase "Alla tua età.." "Adesso i giovani non hanno voglia di lavorare".
Questo incipit serve ad introdurre una realtà scabrosa, raccapricciante. Una realtà che dovrebbe farci fermare, sedere a riflettere per guardare il mondo così com'è (e non al contrario, come dice qualcuno). Un mondo che fa mangiare pochi grossi su una poltrona e lascia gli altri ischeletriti attaccati ad una scodella vuota. A raccattare quattro briciole a terra, mentre guardano l'imprenditore di turno fare il via vai del vialetto ben comodo sulla sua nuova Porsche. Un quadro oscuro che prende vita nelle decine e decine di testimonianze rilevate in una pagina di protesta contro lo sfruttamento del lavoro in Calabria, che - ogni giorno - pubblica i numerosissimi messaggi di lavoratori stanchi, oppressi dal sistema del "padrone" ossia quello che chiede, si attacca alla vena e succhia fino a far scomparire il lavoratore oppresso. Si tratta, è necessario precisarlo, di racconti personali che non equivalgono ad accertamenti ispettivi o giudiziari. Ma la quantità delle segnalazioni e la ricorrenza degli stessi temi – orari, retribuzioni, riposi e contributi – pongono domande che meritano attenzione.
I messaggi
In uno dei messaggi pubblicati si sostiene che sulla Costa degli Dei sarebbe frequente lavorare dieci ore vedendosene registrate soltanto tre. L’autore arriva a proporre l’obbligo del badge marcatempo anche nelle imprese con un solo dipendente, proprio per rendere verificabili gli orari effettivamente svolti. Un’altra testimonianza utilizza addirittura il termine «caporalato» parlando di una retribuzione di 2,70 euro l’ora a Tropea. Nello stesso spazio social viene citato il caso di un supermercato appartenente, secondo chi scrive, a una nota catena regionale, dove la paga sarebbe stata di circa 4 euro l’ora, con una contribuzione riferita soltanto a parte dell’attività svolta. Da Ricadi arriva un altro racconto: sette giorni di lavoro su sette e 75 giorni consecutivi senza alcun giorno libero.
Ancora più pesante la testimonianza di una lavoratrice impiegata in cucina, che parla di 15 ore di lavoro al giorno, raccontando di essersi sentita male e di essere svenuta quattro volte durante la stagione. La stessa persona sostiene inoltre di essere stata minacciata di possibili ritorsioni qualora avesse presentato una denuncia all’Inail.
Affermazioni gravi, che richiederebbero evidentemente verifiche da parte degli organismi competenti. Ma proprio perché riguardano aspetti come orari, riposi, contribuzione e sicurezza, pongono una questione precisa: quanto viene controllato realmente il lavoro stagionale nelle località a maggiore pressione turistica?
Un’altra testimonianza racconta dieci anni di lavoro a Tropea. La persona scrive di aver avuto un contratto, ma allo stesso tempo parla di «turni e orari massacranti» e dell’impossibilità, in alcuni momenti, di avere perfino un’ora di pausa. Dopo dieci anni, racconta, si sarebbe ritrovata senza lavoro e attribuisce questa condizione anche a voci negative diffuse sul proprio conto.
I lavoratori "usa e getta"
In un continuo ricambio di personale, il processo capitalista sembra aver inghiottito anche le persone, così da rendere il lavoratore stagionale un vero e proprio "strumento usa e getta", qualcosa da prendere, sfruttare e mandar via una volta che abbia concluso la propria mansione. La pagina Facebook non verrà menzionata in questo articolo, in quanto tengo a tutelare il lavoro di denuncia e protesta contro un sistema altamente tossico e distruttivo. Bisogna tener conto dell'altra faccia della medaglia. E senza lavoratori, non esisterebbe nessun turismo possibile. E' importante dar voce a chiunque porti addosso il peso del lavoro "umile", quello che sembra non debba aver voce perchè non la merita, eppure quello necessario al sostentamento della vita di ognuno di noi. Forse, più che chiedersi perché tanti giovani non vogliano fare la stagione, bisognerebbe cominciare a chiedersi a quali condizioni viene chiesto loro di farla.