Giovani in fuga
Giovani in fuga

La domanda non è più soltanto come formare i giovani calabresi. È come convincerli a utilizzare quelle competenze senza essere costretti a lasciare la regione.

Nel 2025 la Calabria ha registrato un saldo migratorio interno negativo di circa 7mila persone. In rapporto alla popolazione, con un -3,8 per mille, è risultata tra le regioni italiane maggiormente penalizzate dagli spostamenti verso altre parti del Paese.

Il fenomeno si inserisce in un quadro demografico già fragile e pesa soprattutto quando a partire sono persone giovani, laureate o comunque in età lavorativa. Il risultato non è soltanto una riduzione della popolazione: ogni trasferimento porta altrove competenze, consumi, capacità professionali e potenziale imprenditoriale.

Studiare non garantisce ancora di poter restare

Il titolo di studio continua a rappresentare uno strumento importante per entrare nel mercato del lavoro, ma il territorio nel quale si vive fa ancora una grande differenza.

Nel 2024 il tasso di occupazione dei laureati tra 30 e 34 anni era del 91,1% al Nord e del 73,3% nel Mezzogiorno. Il divario si è ridotto rispetto al passato, ma resta superiore ai 17 punti percentuali.

La situazione diventa ancora più problematica osservando il mercato del lavoro giovanile calabrese. Nel 2024 il tasso di disoccupazione dei giovani raggiungeva il 42,6%, mentre il 63,5% dei giovani disoccupati cercava lavoro da almeno un anno.

Numeri che spiegano perché, per molti ragazzi, terminare gli studi coincida ancora con l'inizio della ricerca di opportunità fuori regione.

Anche le competenze più elevate prendono la strada del Centro-Nord

La fuga diventa particolarmente evidente quando si guarda alla formazione più avanzata.

I dati Istat sui dottori di ricerca mostrano che quasi il 60% di quelli provenienti da Calabria, Basilicata e Molise finisce per vivere lontano dalla regione di origine. Tra chi lascia il Mezzogiorno, le destinazioni principali sono il Nord, il Centro e, in misura significativa, l'estero.

È uno dei paradossi più evidenti: il territorio investe nella formazione di capitale umano altamente specializzato, ma una parte consistente di quel capitale viene successivamente utilizzata da altre economie.

Il problema, quindi, non è soltanto aumentare il numero di laureati. È costruire un sistema produttivo in grado di assorbirli.

Nel 2026 la Regione prova a intervenire sugli under 35

Sul fronte delle politiche attive, negli ultimi mesi sono state attivate diverse misure.

“Lavoro Giovani Calabria” è stato pensato esplicitamente per contrastare lo svantaggio occupazionale degli under 35 e la fuga dei talenti. Il programma finanzia tirocini extracurriculari in aziende e organizzazioni con sede regionale, destinati a giovani residenti in Calabria.

Per i partecipanti è prevista un'indennità mensile di 650 euro lordi e un impegno massimo di 30 ore settimanali. L'obiettivo dichiarato è creare un primo collegamento tra giovani e imprese del territorio.

È una misura utile soprattutto per chi deve ancora costruire un'esperienza professionale. Ma proprio qui emerge il primo interrogativo: cosa accade quando termina il tirocinio?

Dal tirocinio al contratto: è questo il passaggio decisivo

Un incentivo produce un risultato strutturale soltanto quando riesce a trasformarsi in occupazione stabile.

La Regione ha avviato anche “Transformer Calabria”, misura che sostiene le imprese nella trasformazione dei contratti a termine in rapporti a tempo indeterminato, accompagnando la stabilizzazione con percorsi di formazione e riqualificazione dei lavoratori.

La direzione è significativa perché sposta il baricentro dalla semplice esperienza lavorativa alla permanenza in azienda.

Nel 2025, peraltro, il mercato del lavoro calabrese ha mostrato alcuni segnali positivi: secondo la Banca d'Italia l'occupazione è cresciuta più intensamente rispetto alla media del Mezzogiorno e del Paese. Rimangono però elevati i livelli di inattività e la dinamica salariale di lungo periodo continua a essere meno favorevole rispetto al resto d'Italia.

Ed è proprio il salario uno degli elementi che gli incentivi da soli non possono risolvere.

Formare per i lavori che esistono davvero

Un altro nodo riguarda la qualità della formazione. Moltiplicare corsi e qualifiche serve poco se le competenze acquisite non corrispondono alla domanda delle imprese. La programmazione regionale 2021-2027 destina oltre 233 milioni di euro alla priorità dedicata all'occupazione, puntando anche su competenze digitali, imprenditorialità, autoimpiego e aggiornamento professionale.

Nel 2026 è stata inoltre avviata la manifestazione “Formarsi per Competere”, costruita proprio sul collegamento tra giovani under 35 già selezionati dalle imprese e percorsi formativi necessari per una futura assunzione.

È probabilmente questa una delle strade più interessanti: partire dal lavoro che serve e costruire attorno a quello la formazione, invece di produrre qualifiche senza sapere se esista un mercato pronto ad assorbirle.

Startup e autoimpiego possono creare un'altra strada

Non tutti i giovani devono necessariamente trovare posto in un'impresa già esistente.

Una parte della strategia riguarda infatti la possibilità di costruire direttamente nuove attività economiche.

Nel 2026 la Calabria ha messo in campo un avviso da 5 milioni di euro per sostenere nuove iniziative imprenditoriali e professionali, con contributi che possono arrivare fino al 100% degli investimenti ammessi nell'ambito della misura contro il lavoro sommerso.

A questo si aggiungono gli interventi per startup innovative ad alta intensità di conoscenza e spin-off della ricerca, pensati per trasformare competenze scientifiche e tecnologiche in nuove imprese.

È un terreno decisivo perché una regione che non riesce ad attirare grandi quantità di occupazione qualificata può provare almeno a favorirne la nascita.

Il limite resta la struttura dell'economia calabrese

Qui, però, emerge il problema più difficile. La Banca d'Italia rileva che la capacità innovativa e l'intensità brevettuale della Calabria restano tra le più basse del Paese. Anche gli investimenti delle imprese in ricerca, tecnologie avanzate e intelligenza artificiale risultano ancora contenuti.

È difficile trattenere ingegneri, ricercatori, informatici, biotecnologi o professionisti altamente qualificati se il tessuto produttivo non genera un numero sufficiente di posizioni coerenti con quelle competenze.

L'incentivo può ridurre per qualche mese il costo del lavoro. Non può creare artificialmente una domanda professionale che non esiste.

La fuga non dipende soltanto dallo stipendio

Restare in Calabria significa inoltre valutare molto più di una busta paga.

Un giovane che sceglie dove costruire la propria vita guarda alla possibilità di fare carriera, cambiare azienda senza cambiare regione, trovare servizi efficienti, muoversi facilmente, accedere alla sanità, costruire una famiglia e vivere in un ambiente professionale dinamico.

È per questo che la questione giovanile non può essere confinata all'assessorato al Lavoro.

Trasporti, università, ricerca, infrastrutture digitali, politiche industriali, servizi pubblici e qualità urbana fanno parte dello stesso problema.

Il rischio del sussidio senza prospettiva

Gli incentivi sono indispensabili quando servono a correggere uno svantaggio iniziale. Diventano meno efficaci se rappresentano l'unica ragione per cui un'impresa assume o un giovane rimane.

Un tirocinio di sei mesi può aprire una porta. Un bonus contributivo può rendere conveniente un'assunzione. Un finanziamento può consentire di avviare una startup.

Ma il vero risultato arriva quando, terminato l'incentivo, quell'impresa continua a produrre, quel contratto rimane in piedi e quel giovane vede ancora una prospettiva professionale davanti a sé.

Trattenere chi parte e riportare indietro chi è andato via

La Calabria dovrebbe inoltre iniziare a guardare alla mobilità dei giovani in modo meno schematico.

Partire per studiare o lavorare non è necessariamente una sconfitta. Può diventarlo quando il territorio non offre più alcuna possibilità di ritorno.

L'obiettivo realistico non può essere impedire ai giovani di muoversi, ma costruire un'economia nella quale chi accumula competenze a Milano, Bologna, Roma, Londra o Berlino possa considerare credibile anche la possibilità di rientrare.

Per farlo servono imprese in grado di offrire responsabilità, stipendi e percorsi professionali confrontabili con quelli disponibili altrove.

Gli incentivi servono, ma non sono ancora una politica per il futuro

Le misure avviate nel 2026 mostrano un tentativo concreto di intervenire sul problema: tirocini under 35, stabilizzazioni, formazione collegata alle imprese, startup e autoimpiego rappresentano strumenti che possono migliorare l'ingresso nel mercato del lavoro. Ma la sfida è molto più grande.

I circa 7mila residenti persi nel solo 2025 attraverso la mobilità interna dimostrano che il vantaggio offerto dal Centro-Nord continua a essere percepito come superiore.

La vera domanda è quale lavoro offrire ai giovani

Alla fine, il punto non è quanti incentivi vengono pubblicati, ma quale Calabria troveranno i ragazzi quando quei finanziamenti saranno terminati.

Se la regione riuscirà a collegare università e imprese, aumentare gli investimenti in innovazione, far crescere aziende capaci di competere sui mercati e offrire occupazione qualificata, gli incentivi potranno essere il primo tassello di una strategia efficace.

Se invece il giovane formato continuerà a dover scegliere tra un'esperienza temporanea in Calabria e una carriera strutturata altrove, la fuga continuerà.

Per trattenere i giovani non basta finanziarne la permanenza. Bisogna fare in modo che restare diventi una scelta professionale conveniente, e non un sacrificio fatto soltanto per non lasciare la propria terra.