Prima le fiamme, poi la bonifica delle aree percorse dal fuoco, infine il taglio e la vendita del legname danneggiato. È questo il meccanismo sul quale invita a fare luce Carlo Tansi, ex dirigente della Protezione civile regionale, intervistato da Calabria News 24 sull’emergenza incendi che sta devastando la Calabria.

«Le procure hanno individuato l’esistenza di una vera e propria mafia dei boschi», sostiene Tansi. «In passato è successo che, in alcuni casi, gli incendi siano stati innescati scientificamente perché, dopo il rogo, si procede alla bonifica del terreno e al taglio degli alberi bruciati o danneggiati. Quel legname può essere venduto alle centrali a biomassa, producendo vantaggi economici che, sommati, possono raggiungere milioni di euro».

È il punto più inquietante dell’intervista. Secondo l’ex dirigente, il fuoco potrebbe diventare, in determinate circostanze, il primo passaggio di un circuito economico costruito attorno alle operazioni successive all’incendio. «Un proprietario non può tagliare liberamente gli alberi, soprattutto nelle aree protette. Quando però il terreno viene percorso dal fuoco, si apre la fase della bonifica e gli alberi danneggiati vengono rimossi. È proprio lì che, in alcuni casi, potrebbe nascondersi il tornaconto», afferma.

Non significa che ogni incendio sia riconducibile a interessi criminali o alla cosiddetta “mafia dei boschi”. Le parole di Tansi rappresentano una denuncia e una chiave di lettura che richiedono verifiche puntuali da parte degli organi investigativi. La legge, inoltre, sottopone le aree percorse dal fuoco a vincoli proprio per contrastare possibili speculazioni, prevedendo limitazioni all’edificazione, al pascolo e ai cambiamenti di destinazione.

Il fuoco e il possibile interesse sul legname

La questione non viene sollevata per la prima volta. Già durante la sua esperienza alla guida della Protezione civile, Tansi aveva denunciato pubblicamente il possibile collegamento tra incendi dolosi, operazioni di bonifica e mercato delle biomasse. Nel corso dell’intervista ribadisce che le fiamme possono danneggiare soprattutto la base degli alberi, lasciando parte del tronco utilizzabile e commerciabile.

«Il legname bruciato o soltanto danneggiato viene tagliato e può essere portato alle centrali a biomassa. Parliamo di centinaia di migliaia di euro per grandi estensioni boschive», sostiene l’ex dirigente.

È su questo passaggio che, secondo Tansi, dovrebbero concentrarsi i controlli. Verificare chi possiede o gestisce le aree colpite, chi ottiene le autorizzazioni alla rimozione degli alberi, quali imprese eseguono i lavori, dove viene trasferito il materiale e chi trae un vantaggio economico dalla vendita. La presenza di due o più fronti separati, la persistenza dei roghi per diversi giorni e la frequente riaccensione dei focolai non costituiscono automaticamente la prova di un disegno criminale. Sono però elementi che, secondo l’ex responsabile della Protezione civile, dovrebbero spingere gli investigatori a ricostruire non soltanto il punto di innesco, ma anche ciò che accade nei mesi successivi all’incendio.

Non sono tutti piromani. Dietro il fuoco può esserci un tornaconto

La prima distinzione riguarda le parole. Il piromane agisce a causa di una patologia, mentre l’incendiario appicca il fuoco consapevolmente, talvolta per ottenere un vantaggio.

«Il piromane agisce per una patologia mentale, mentre l’incendiario lo fa per un proprio tornaconto», spiega Tansi.

Accanto agli episodi dolosi esistono poi comportamenti colposi, come una cicca lanciata dal finestrino, l’abbruciamento incontrollato di residui vegetali o persino un’automobile parcheggiata sopra la vegetazione secca, con la marmitta ad alta temperatura. «Gli incendi in Calabria non avvengono per autocombustione. C’è sempre la mano umana, volontaria o involontaria», evidenzia l’ex dirigente. Lo stesso Piano regionale antincendio boschivo individua tra le possibili motivazioni dolose la ricerca di vantaggi economici come il rinnovo dei pascoli, le ritorsioni, il bracconaggio e fattori collegati alla criminalità organizzata. L’ipotesi dell’interesse economico non può quindi essere liquidata come una semplice suggestione, ma deve essere verificata per ogni singolo incendio.

Le anomalie nella gestione degli interventi

Tansi racconta inoltre di avere segnalato in passato presunte irregolarità nella gestione economica dei servizi aerei antincendio. «Quando dirigevo la Protezione civile regionale segnalai alla Procura un caso di doppia fatturazione nella gestione degli elicotteri utilizzati per gli incendi boschivi», dichiara.

Non sono stati messi a disposizione documenti o informazioni sugli eventuali esiti giudiziari della segnalazione. Il passaggio resta quindi una dichiarazione dell’ex dirigente da approfondire e non un fatto definitivamente accertato.

Un’indagine comunicata nel 2025 dai Carabinieri forestali ha riguardato un’associazione accusata di avere percepito contributi dall’Ente Parco nazionale dell’Aspromonte e da Calabria Verde per le stesse attività antincendio, dichiarando l’impiego dei medesimi volontari e mezzi. L’inchiesta non riguardava l’origine dei roghi, ma ha mostrato la necessità di controlli rigorosi anche sulla gestione dei finanziamenti destinati alla prevenzione e allo spegnimento.

La prevenzione che arriva troppo tardi

Il secondo grande problema è ciò che dovrebbe avvenire prima dell’emergenza. Cunette invase dall’erba, bordi stradali non ripuliti, terreni privati abbandonati, piste forestali impraticabili e assenza di fasce parafuoco trasformano un piccolo innesco in un fronte incontrollabile.

«La prevenzione significa innanzitutto pulizia delle strade», evidenzia Tansi. L’ex dirigente punta il dito soprattutto contro la manutenzione insufficiente delle strade comunali e provinciali, dove la vegetazione secca può diventare il primo combustibile del rogo.

«Quando ai lati delle carreggiate l’erba rimane alta, secca e ingiallita, basta davvero una cicca di sigaretta per innescare un incendio». Tansi richiama anche la responsabilità dei proprietari dei terreni, invitati a mantenere pulita una fascia attorno alle abitazioni rurali. Il pericolo, infatti, non arriva soltanto dalle fiamme ma anche dal fumo, che può rendere l’aria irrespirabile anche quando il fronte è ancora distante. «Consiglio sempre a chi abita in campagna o in montagna di tenere pulita l’area per almeno 40 o 50 metri attorno alla casa. Molto spesso il problema non sono soltanto le fiamme, ma il fumo, che può rendere l’aria irrespirabile come in una camera a gas», avverte.

Il Piano regionale AIB 2026 indica la prevenzione e la manutenzione del territorio tra gli strumenti centrali della strategia antincendio. Il nodo, dunque, non è soltanto conoscere gli interventi necessari, ma verificare quanti siano stati effettivamente realizzati prima dell’estate, Comune per Comune e provincia per provincia.

Personale antincendio, numeri da chiarire

Sul personale emergono cifre che richiedono una lettura trasparente. Tansi sostiene che gli operatori direttamente disponibili per lo spegnimento siano numericamente insufficienti rispetto all’estensione e all’orografia della Calabria.

«Il personale è poco esperto, ma è anche scarso numericamente. Parliamo di una regione molto accidentata, con montagne e collegamenti interni insufficienti, dove intervenire da terra diventa particolarmente difficile», afferma.

Quando più territori bruciano nello stesso momento, le squadre, gli elicotteri e i Canadair devono essere assegnati secondo priorità, con il rischio che alcuni incendi rimangano attivi per ore o giorni.

Il ruolo decisivo dei DOS e il nodo della formazione

Ogni incendio rilevante necessita di un Direttore delle operazioni di spegnimento, il DOS, chiamato a coordinare squadre di terra, mezzi regionali e interventi aerei. È una funzione centrale poichè deve valutare l’evoluzione delle fiamme, le condizioni meteorologiche, le vie di accesso, i beni minacciati e l’eventuale necessità di richiedere i Canadair.

Tansi critica la preparazione e l’esperienza di parte di queste figure, sostenendo che il passaggio dalle competenze dell’ex Corpo forestale al nuovo sistema avrebbe indebolito il coordinamento sul campo.

«In passato i DOS erano rappresentati dalle guardie forestali, che avevano grande esperienza e competenza. Adesso lo spegnimento degli incendi boschivi nelle aree disabitate viene affidato a personale di Calabria Verde che, in diversi casi, ha poca esperienza nella gestione e nella direzione delle operazioni», dichiara.

La documentazione regionale prevede per i nuovi DOS una selezione, una parte teorica, l’addestramento pratico e un esame finale. Per valutare le contestazioni dell’ex dirigente sarebbe però necessario rendere pubblici il numero delle ore formative, gli affiancamenti effettuati e l’esperienza operativa maturata da ciascuna figura.

Droni e Canadair non bastano senza l’intervento da terra

La Calabria ha investito nella Control Room, nei sistemi previsionali e nell’impiego dei droni. Nel periodo più critico dell’estate il dispositivo regionale può utilizzare fino a 40 droni al giorno per il monitoraggio del territorio.

La tecnologia, però, individua il problema ma non lo spegne. È questo uno dei punti centrali sollevati durante l’intervista.

«I droni guardano, ma non operano», osserva Tansi. «Possono individuare un incendio sul nascere, ma dopo la segnalazione serve un’organizzazione di spegnimento adeguata. Da quando il rogo viene individuato a quando viene spento, purtroppo, passa troppo tempo».

I mezzi aerei sono fondamentali, ma non sostituiscono il lavoro da terra. In presenza di boschi fitti, una parte dell’acqua può essere intercettata dalle chiome, mentre i focolai continuano a bruciare nel sottobosco.

«Quando i Canadair lanciano l’acqua, una parte viene intercettata dalle chiome degli alberi e ne arriva poca sotto, dove spesso si trovano i focolai. Sarebbe quindi opportuno potenziare in modo deciso gli interventi da terra», sottolinea Tansi.

L’ex dirigente precisa anche i differenti compiti degli enti coinvolti: «Lo spegnimento degli incendi boschivi è competenza di Calabria Verde e dei Vigili del Fuoco. La Protezione civile regionale interviene quando le fiamme arrivano verso le case, per mettere in sicurezza le persone ed eventualmente procedere con gli sgomberi».

Le domande che restano aperte

L’inchiesta non porta a una conclusione semplice. La Calabria dispone di un Piano articolato, nuove tecnologie, una rete di monitoraggio e centinaia di operatori. Allo stesso tempo, i roghi continuano a propagarsi in territori già noti per la loro vulnerabilità. Occorre chiarire quale sia il tempo medio di intervento nei diversi distretti, come vengano formati e selezionati i DOS, quante strade forestali e fasce parafuoco siano state manutenute e quali controlli siano effettuati sui costi dei mezzi aerei, sulle bonifiche, sui tagli successivi agli incendi e sulle aree colpite ripetutamente. Soprattutto, servirebbe seguire il percorso del legname dopo ogni grande rogo. Chi effettua la bonifica, chi autorizza il taglio, quali ditte ottengono i lavori, dove finisce il materiale e quale valore economico produce.

Il caldo, lo scirocco e la siccità preparano il terreno. Ma il fuoco, nella quasi totalità dei casi, nasce da un comportamento umano. Ed è proprio sulla mano che accende, sugli interessi che possono nascondersi dietro un incendio e sui passaggi economici successivi alle fiamme che la Calabria deve concentrare la propria risposta.