Quando “Origine Calabria” diventa valore economico: chi guadagna davvero dal richiamo territoriale
Tra filiera, distribuzione e narrazione, il richiamo alla Calabria genera valore che non sempre arriva a chi lo crea davvero
Arrivati a questo punto dell’inchiesta, una domanda si fa inevitabile. Dopo aver analizzato cosa significhi davvero “origine”, dopo aver seguito il viaggio del prodotto lungo la filiera e aver osservato come il marketing territoriale possa orientare la percezione del consumatore, resta da capire chi trae realmente beneficio economico dal richiamo alla Calabria.
Perché l’origine non è solo un’informazione. È anche un valore. E come ogni valore, qualcuno lo intercetta, qualcuno lo amplifica e qualcuno, forse, resta ai margini.
Il marchio invisibile che pesa sul prezzo
“Calabria” non è un semplice riferimento geografico. È un marchio culturale, identitario, emotivo.
Quando compare su una confezione, anche in forma indiretta, tende ad aggiungere qualcosa al prezzo finale. Un sovrapprezzo che il consumatore accetta volentieri, convinto di sostenere una filiera locale, una tradizione, un territorio.
Ma quel sovrapprezzo dove finisce davvero?
È una domanda che raramente viene posta, perché rischia di incrinare un racconto rassicurante: quello secondo cui più l’origine è forte, più il produttore locale ne beneficia. Ma la realtà, o almeno una parte di essa, potrebbe essere più complessa.
Il valore che cresce lungo la filiera
In molti casi, il valore economico legato all’origine si manifesterebbe soprattutto nelle fasi finali della filiera. Nel confezionamento, nella comunicazione, nella distribuzione. È lì che il prodotto viene raccontato, posizionato, reso desiderabile.
Il produttore, invece, spesso opererebbe a monte, in una fase in cui il richiamo territoriale non è ancora monetizzabile. Vende materia prima o semilavorato, spesso a prezzi che risentono più delle dinamiche di mercato che del valore identitario.
Il risultato è che il valore simbolico della Calabria potrebbe crescere dopo, non durante la produzione.
Il prezzo al consumo e la distanza dalla stalla
Uno degli aspetti più evidenti è la distanza tra il prezzo riconosciuto al produttore e quello pagato dal consumatore finale.
Il prodotto, una volta arrivato sullo scaffale, può avere un prezzo significativamente più alto rispetto al valore iniziale della materia prima.
Questo aumento non è di per sé ingiusto. Ogni passaggio ha dei costi. Ma la domanda resta: quale parte di questo aumento è davvero redistribuita lungo la filiera?
E soprattutto: il produttore locale viene premiato in modo proporzionato al valore territoriale che contribuisce a creare?

Quando l’origine diventa un moltiplicatore… selettivo
Il richiamo all’origine può funzionare come un moltiplicatore di valore. Ma non per tutti allo stesso modo.
Chi controlla la fase del branding, della comunicazione e dell’accesso al mercato avrebbe più strumenti per intercettare questo valore. Chi, invece, si limita a produrre, senza avere forza contrattuale o capacità distributiva, rischierebbe di restarne escluso.
In questo senso, l’origine Calabria potrebbe diventare una leva economica selettiva, che premia chi è più strutturato e penalizza chi opera su scala ridotta, pur essendo profondamente radicato nel territorio.
Il paradosso del produttore “invisibile”
C’è un paradosso che emerge con forza: il produttore locale, colui che garantisce davvero il legame con il territorio, rischia di essere il soggetto meno visibile nella costruzione del valore economico dell’origine.
Il suo nome non compare. La sua storia resta sullo sfondo. Ciò che arriva al consumatore è un’immagine complessiva, una narrazione generalizzata.
E quando l’origine viene raccontata come concetto astratto, chi la incarna concretamente potrebbe non essere riconosciuto.
Il ruolo della distribuzione: decidere cosa vale
Un ruolo chiave lo gioca la distribuzione. È lì che si decide quali prodotti entrano, con quale posizionamento, con quale prezzo.
Chi controlla l’accesso allo scaffale controlla anche la percezione del valore.
In questo scenario, il richiamo territoriale può diventare uno strumento di posizionamento commerciale. Ma il produttore, se non è parte attiva di questa strategia, rischia di subirla.
Il valore dell’origine cresce, ma non sempre scende fino a chi produce.
Il consumatore e l’illusione del sostegno diretto
Molti consumatori scelgono prodotti che richiamano la Calabria con l’idea di sostenere direttamente l’economia locale. È una scelta etica, oltre che gastronomica.
Ma se il valore economico dell’origine non viene redistribuito lungo la filiera, questa scelta rischia di trasformarsi in un’illusione. Il consumatore paga di più, convinto di aiutare il territorio, ma il beneficio reale potrebbe concentrarsi altrove. Non per cattiva fede. Per asimmetria di potere.
Origine come rendita o come strumento di sviluppo
Qui si apre una riflessione più ampia. L’origine può diventare una rendita: qualcosa che si utilizza per aumentare il prezzo senza modificare la struttura della filiera. Oppure può diventare uno strumento di sviluppo, capace di rafforzare davvero chi produce.
La differenza sta nei meccanismi di redistribuzione. Senza strumenti che garantiscano un ritorno economico al produttore locale, il marchio territoriale rischia di essere un’etichetta forte ma socialmente debole.
La Calabria tra opportunità e rischio
La Calabria si trova in una posizione delicata. Da un lato, ha un patrimonio agroalimentare che suscita interesse, fiducia, desiderio. Dall’altro, rischia che questo patrimonio venga valorizzato soprattutto a valle, lasciando a monte fragilità strutturali irrisolte.
Se l’origine diventa solo un argomento di vendita, senza ricadute reali per chi lavora la terra e alleva, il sistema rischia di essere sbilanciato.
Una domanda che pesa più delle altre
Alla fine di questa quarta puntata, resta una domanda centrale: il valore economico dell’origine Calabria sta rafforzando il territorio o lo sta semplicemente raccontando?
La risposta non è univoca. Dipende dai modelli, dalle scelte, dalle politiche di filiera. Ma ignorare la domanda significherebbe accettare che il valore simbolico cresca mentre quello reale resta concentrato.