Omicidio di Renato Lio, il sacrificio dell’appuntato dei Carabinieri
Un posto di blocco a Soverato diventa teatro di un agguato: trentatre anni dopo, il ricordo e la verità ancora cercata
Era la notte tra il 19 e il 20 agosto 1991 quando l’appuntato scelto Renato Lio, in servizio nel Nucleo Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Soverato, si trovava insieme al collega Francesco Baita in località Russomanno, nei pressi della strada statale 106. La pattuglia aveva fermato un’autovettura sospetta con tre persone a bordo: mentre Baita controllava i documenti, Lio ispezionava il veicolo. In quell’istante l’autista, identificato in seguito come Massimiliano Sestito, estrasse all’improvviso una pistola nascosta e sparò diversi colpi: l’appuntato Lio fu colpito a morte, nonostante il coraggio mostrato nel fronteggiare l’aggressore. I tre occupanti dell’auto tentarono la fuga, ma Sestito fu catturato dopo una intensa caccia all’uomo, mentre due cugini incensurati si costituirono autonomamente.
Un militare senza precedenti, ucciso in un contesto mafioso
Renato Lio non era un bersaglio abituale della criminalità organizzata: non aveva precedenti penali né risultava coinvolto in vicende mafiose. Tuttavia, l’omicidio si inserisce nel contesto della forte presenza della ’ndrangheta nella zona jonica della Calabria e nella strategia di attacco allo Stato portata avanti dalle cosche locali. L’uccisione di Lio, avvenuta durante un normale servizio di controllo, rappresenta un chiaro messaggio di sfida verso le istituzioni e un esempio del rischio a cui sono esposti i servitori dello Stato. Il militare è stato insignito della Medaglia d’oro al valor civile alla memoria, in riconoscimento del suo estremo sacrificio.
Le indagini e la lunga attesa della verità
Le forze dell’ordine e la magistratura hanno da subito considerato il delitto come parte di una dinamica mafiosa: l’aggressione esplosa durante un posto di blocco tradiva una volontà ben precisa di colpire l’Arma dei Carabinieri. L’assassino Sestito sarà poi condannato a 30 anni per l’omicidio. Nonostante ciò, a distanza di decenni, molte domande restano aperte: le ragioni precise dell’agguato, eventuali mandanti e la presenza di omertà sul territorio. La memoria dell’appuntato è ancora viva nelle celebrazioni annuali in Calabria, e il suo caso è ricordato come simbolo della lotta alla criminalità organizzata.
Il significato per la Calabria e il valore della memoria
L’omicidio di Renato Lio non è soltanto una pagina di cronaca, ma un capitolo simbolico nella storia della lotta contro la ’ndrangheta. Il sacrificio di un giovane carabiniere impegnato in un compito ordinario testimonia quanto la criminalità possa colpire in modo imprevedibile chi rappresenta lo Stato. Per la Calabria, la vicenda rappresenta una ferita aperta: il ricordo di Lio è un monito per riaffermare la legalità, sostenere le vittime e valorizzare il coraggio delle istituzioni. Mantenere viva la memoria significa continuare a promuovere una cultura antimafia che non si limiti a commemorare, ma operi per prevenire nuove vittime e rafforzare la presenza dello Stato sul territorio.
Un ricordo con onore
A oltre trent’anni dall’omicidio, Renato Lio resta un nome e un volto della Calabria che sceglie la via della legalità. La sua morte, avvenuta in un controllo di routine, ribadisce che la lotta alle mafie è un compito che richiede il sostegno di tutti: istituzioni, cittadini, scuole e forze dell’ordine. Se oggi l’appuntato è ricordato con onore, è anche perché il comune impegno a onorare la memoria di chi ha dato la vita per lo Stato diventi passaggio verso una società più giusta e libera.