Damiano Pepe (foto Gazzetta del Sud)
Damiano Pepe (foto Gazzetta del Sud)

Un sistema capace di trasformare le procedure di ingresso dei lavoratori stranieri in Italia in un affare potenzialmente milionario, sfruttando le opportunità offerte dal Decreto flussi e manipolando i cosiddetti click day. È uno degli scenari ricostruiti dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nell'ambito della maxioperazione che ha portato all'esecuzione di 41 misure cautelari nella Sibaritide.

Secondo gli investigatori, la presunta organizzazione criminale riconducibile a Damiano Pepe avrebbe richiesto 2.500 euro in nero per ciascun lavoratore straniero, garantendo esclusivamente il nulla osta all'ingresso in Italia, senza che a questo seguisse una reale assunzione.

Attraverso una rete di aziende agricole e cooperative ritenute compiacenti sarebbero state inoltrate 1.254 domande, prive di un'effettiva prospettiva occupazionale. Un meccanismo che, considerando la cifra richiesta per ogni pratica, avrebbe potuto generare introiti teorici superiori ai tre milioni di euro.

La rete della cosca e il ruolo degli imprenditori

Al vertice del presunto sistema, secondo la ricostruzione degli inquirenti, ci sarebbe stato Damiano Pepe, affiancato dal fratello Marcello, da Vincenzo Sibarella, conosciuto come Mario, da Rocco Azzaro e dal figlio Antonio.

Un ruolo operativo sarebbe stato affidato ad Antonio Angiò, soprannominato "il professore", che avrebbe avuto il compito di raccogliere la documentazione necessaria e inserire le richieste sulla piattaforma ministeriale durante le giornate dedicate al Decreto flussi.

L'inchiesta coinvolge anche diversi imprenditori, indagati per il presunto contributo al funzionamento del sistema. Tra questi figurano Domenico Arcidiacono, Luigi Benincasa, Walter Giovanni La Fauci, Giovanni Maulicino, Sandro Sibarelli e Santo Straface.

Le aziende agricole e le cooperative avrebbero rappresentato lo strumento attraverso cui presentare richieste formalmente riconducibili a esigenze di manodopera, ma che, secondo l'accusa, non sarebbero state seguite dalla stipula di contratti né dallo svolgimento di effettive prestazioni lavorative.

Le intercettazioni: «Mangiamo e mangiamo un po' per ciascuno»

A delineare gli interessi economici dell'organizzazione sarebbero anche le conversazioni intercettate dagli investigatori, nelle quali emergerebbe l'aspettativa di consistenti guadagni legati alle domande di ingresso.

«Mangiamo e mangiamo un po' per ciascuno», afferma Rocco Azzaro in una conversazione riportata negli atti dell'inchiesta, facendo riferimento alla distribuzione dei proventi.

Ancora più esplicite sarebbero le parole di Marcello Pepe che, commentando i conteggi delle somme incassate, parla di «duemila e cinquecento euro che ci entrano a noi».

Elementi che, nella prospettiva investigativa, contribuirebbero a descrivere un'organizzazione strutturata, nella quale le procedure amministrative per l'ingresso regolare degli stranieri sarebbero state piegate a finalità di profitto illecito.

Le minacce e il pestaggio per recuperare il denaro

Il presunto business non si sarebbe limitato alla gestione delle pratiche. Le carte dell'inchiesta descrivono anche un sistema di intimidazioni e violenze che sarebbe stato utilizzato per garantire la riscossione delle somme.

Uno degli episodi più significativi risalirebbe al 16 gennaio 2024, a Marina di Sibari, quando Damiano Pepe, insieme al fratello Marcello e a Vincenzo Sibarella, avrebbe affrontato e picchiato Antonio Angiò.

Il motivo dell'aggressione sarebbe stato il ritardo nella consegna del denaro raccolto attraverso le pratiche del Decreto flussi.

Durante il confronto, secondo quanto registrato dalle microspie, Damiano Pepe avrebbe rivolto ad Angiò una minaccia di morte: «Ti ammazzo io».

Un episodio che, secondo gli investigatori, mostrerebbe come la gestione del presunto traffico di nulla osta fosse accompagnata da metodi intimidatori riconducibili al contesto mafioso oggetto dell'indagine.

L'ombra della 'ndrangheta sulle procedure di ingresso

L'inchiesta della Dda di Catanzaro apre uno spaccato sul possibile sfruttamento criminale di uno strumento amministrativo concepito per rispondere alla domanda di manodopera delle imprese italiane, in particolare nel settore agricolo.

Il presunto sistema avrebbe utilizzato richieste di assunzione fittizie per ottenere autorizzazioni all'ingresso, trasformando la necessità di lavoro dei cittadini stranieri in una fonte di guadagno per l'organizzazione.

Le 1.254 istanze individuate dagli investigatori rappresentano uno degli elementi centrali dell'indagine, che punta a ricostruire i rapporti tra criminalità organizzata, intermediari e realtà imprenditoriali coinvolte.

Le accuse dovranno essere verificate nelle successive fasi del procedimento giudiziario, nel rispetto della presunzione di innocenza degli indagati.