scaffale

Se nella prima puntata ci siamo chiesti cosa significhi davvero origine Calabria quando lo leggiamo in etichetta, ora è il momento di seguire il prodotto nel suo viaggio reale. Un viaggio che spesso non è lineare, né breve. Un viaggio che attraversa territori, passaggi industriali, trasformazioni successive. E che, lungo il percorso, potrebbe cambiare identità più volte, pur mantenendo un’unica narrazione finale.

Perché tra la stalla e lo scaffale, tra il campo e il banco frigo, accadono molte più cose di quanto il consumatore immagini. E non sempre queste cose sono visibili.

Il primo passaggio: la materia prima e la sua provenienza

Ogni prodotto alimentare nasce da una materia prima. Latte, carne, grano, olive, pomodori. È qui che si gioca la prima, fondamentale distinzione: dove nasce davvero ciò che mangiamo?

In un mercato sempre più integrato, la provenienza della materia prima può variare per ragioni economiche, stagionali, logistiche. Non c’è nulla di illecito in questo. Acquistare materia prima fuori regione è perfettamente legale. Ma è anche il primo punto in cui l’origine reale del prodotto può iniziare a sfumare.

Il latte può essere munto altrove, il grano coltivato in un altro Paese, le carni allevate fuori regione. Da qui, il prodotto entra in una filiera che non sempre è percepita dal consumatore.

Trasformazione: quando il territorio rientra in gioco

Il secondo passaggio è la trasformazione. È qui che la Calabria, spesso, torna protagonista. Il latte viene trasformato in formaggio, il grano in pasta, il pomodoro in conserva. Tutto avviene all’interno di stabilimenti regionali, secondo tradizioni locali, con competenze reali.

Ed è qui che nasce un equivoco comprensibile: se la trasformazione è calabrese, il prodotto è calabrese?

Dal punto di vista normativo, la risposta può essere sì, almeno in parte. Dal punto di vista culturale e percettivo, la risposta è più complessa. Perché la trasformazione racconta solo una parte della storia, non l’intera filiera. Eppure, nella comunicazione verso il consumatore, è spesso questa fase a essere enfatizzata.

Confezionamento e branding: l’identità prende forma

Il terzo passaggio è quello del confezionamento e del branding. Qui il prodotto assume un volto definitivo. Nome, colori, simboli, richiami geografici. È il momento in cui l’identità viene fissata. Ed è anche il momento in cui la narrazione può diventare più forte della filiera reale.

Un prodotto trasformato in Calabria, confezionato in Calabria, commercializzato da un’azienda calabrese, può legittimamente raccontarsi come “calabrese”. Ma questo racconto rischia di sovrapporsi alla realtà della materia prima, che potrebbe avere origini diverse.

Ancora una volta, non si parla di inganno. Si parla di gerarchie narrative: ciò che viene messo in primo piano e ciò che resta sullo sfondo.

Distribuzione: l’ultimo tratto, il più invisibile

Una volta confezionato, il prodotto entra nella distribuzione. Magazzini, piattaforme logistiche, trasporti. In questa fase, l’identità del prodotto è ormai consolidata. Difficilmente verrà messa in discussione.

Per il consumatore, ciò che conta è il punto finale: lo scaffale. È lì che si compie la scelta. Ed è lì che la narrazione territoriale, se presente, esercita il massimo effetto. Il viaggio precedente, fatto di passaggi e trasformazioni, non è più visibile.

Quante volte cambia identità un prodotto?

Se si osserva l’intero percorso, la domanda diventa inevitabile: quante identità assume un prodotto lungo la filiera?

È materia prima di un territorio. Diventa semilavorato di un altro. Si trasforma in prodotto finito altrove. Viene raccontato con un’identità unica.

Ogni passaggio è legittimo. Ma il risultato finale è una semplificazione che, se non accompagnata da chiarezza, rischia di confondere. Il prodotto non mente. Ma non racconta tutto.

Il punto di vista del consumatore: fiducia e semplificazione

Il consumatore, nella maggior parte dei casi, non cerca il dettaglio tecnico. Cerca fiducia. Vuole sapere che ciò che compra è coerente con ciò che immagina.

Quando sceglie un prodotto “calabrese”, potrebbe pensare di sostenere agricoltori calabresi, allevatori calabresi, filiere locali. In parte può essere vero. In parte no.

La fiducia, però, si basa su informazioni chiare. E quando le informazioni sono tecnicamente corrette ma narrativamente ambigue, la fiducia rischia di diventare fragile.

Il rischio della sovrapposizione

Un rischio concreto è la sovrapposizione tra prodotti molto diversi. Chi utilizza materie prime locali al 100 per cento e chi lavora con filiere più ampie potrebbe trovarsi sullo stesso piano comunicativo.

Il risultato? Il valore dell’origine si appiattisce. Il consumatore non distingue più. E chi investe davvero sul territorio potrebbe non essere premiato. In questo scenario, l’identità territoriale diventa una cornice, non più una garanzia.

La responsabilità condivisa della filiera

Attribuire responsabilità unilaterali sarebbe scorretto. La filiera è un sistema complesso, fatto di scelte economiche, logistiche, normative. Ogni anello risponde a esigenze reali.

Il punto non è colpevolizzare, ma comprendere. Comprendere come la somma di scelte legittime possa produrre un effetto complessivo poco chiaro per chi compra.

E comprendere che la trasparenza non è solo un obbligo giuridico, ma un valore competitivo.

Il valore della chiarezza

Una filiera che racconta se stessa in modo chiaro non perde valore. Lo rafforza. Perché consente al consumatore di scegliere consapevolmente. E perché premia chi investe davvero nel territorio.

Dire che un prodotto è trasformato in Calabria non è un limite. È un’informazione.

Dire che la materia prima non è locale non è una colpa. È un dato. Il problema nasce quando queste informazioni non sono messe sullo stesso piano narrativo.

Una domanda che accompagna il lettore

Dopo aver seguito questo viaggio, resta una domanda semplice, ma cruciale: quello che leggiamo sull’etichetta racconta l’intero percorso del prodotto o solo l’ultimo tratto?

Se racconta solo l’ultimo tratto, il consumatore ha diritto di saperlo. Non per diffidare, ma per scegliere in modo coerente con i propri valori.