’Nduja, il nome non garantisce l’origine calabrese: l’Igp richiesta nel 2008 è ancora in attesa
Nonostante il successo mondiale, il celebre insaccato non gode di una denominazione protetta: un iter burocratico lungo diciotto anni tra dispute territoriali e risposte ministeriali ne blocca la tutela
È uno dei prodotti calabresi più conosciuti nel mondo. Si trova sulle pizze di Londra, nei ristoranti di New York, nei supermercati europei e ormai persino in preparazioni che con Spilinga hanno ben poco a che fare. Eppure la ’nduja, a differenza della Soppressata di Calabria, del Capocollo di Calabria, della Salsiccia di Calabria e della Pancetta di Calabria, non ha ancora ottenuto né la Dop né l’Igp. Per la “’Nduja di Spilinga” è stato richiesto il riconoscimento Igp, non la Dop. La differenza non è soltanto formale. La Dop richiede che tutte le fasi della produzione avvengano nell’area geografica indicata, mentre per ottenere l’Igp è sufficiente che almeno una fase della produzione, trasformazione o preparazione sia legata a quel territorio. È proprio l’Igp richiesta nel 2008 che, dopo diciotto anni, non è stata ancora riconosciuta. La conseguenza è sorprendente: leggere semplicemente “’nduja” su una confezione non garantisce che il prodotto sia stato realizzato a Spilinga e neppure in Calabria. Per scoprirlo bisogna controllare sull’etichetta la sede dello stabilimento di produzione e la provenienza degli ingredienti.
Il riconoscimento PAT e la necessità dell'Igp
La ’nduja compare nell’elenco nazionale dei Prodotti agroalimentari tradizionali, i cosiddetti PAT. È un riconoscimento importante sul piano storico e culturale, ma non equivale a una denominazione protetta. È la stessa Regione Calabria a precisare che il riferimento geografico contenuto nell’elenco PAT serve a identificare il prodotto e non può assumere il valore di un’attestazione dell’origine o della provenienza. In altre parole, certifica l’esistenza di una tradizione, non riserva il nome ai produttori del territorio. Per ottenere una vera protezione servirebbe dunque l’Igp. L’Indicazione geografica protetta stabilirebbe un disciplinare, delimiterebbe l’area di produzione, fisserebbe ingredienti e metodi di lavorazione e consentirebbe di perseguire chi utilizza impropriamente il nome registrato.
Diciotto anni di attesa nel registro europeo
Il percorso per ottenere il riconoscimento della “’Nduja di Spilinga Igp” risulta avviato nel 2008. Sono trascorsi quindi diciotto anni, ma la denominazione non compare ancora in eAmbrosia, il registro ufficiale dell’Unione europea nel quale sono raccolti i prodotti riconosciuti o in corso di riconoscimento come Dop e Igp. Non risulta neppure una decisione ufficiale che abbia respinto definitivamente la richiesta. Più semplicemente, l’iter non è arrivato al traguardo.
Lo scontro sulla delimitazione geografica
Perché tanto tempo? Il primo ostacolo è stato proprio quello che avrebbe dovuto costituire il cuore della tutela: decidere quale territorio potesse utilizzare il nome “’Nduja di Spilinga”. Il disciplinare iniziale indicava esclusivamente il territorio comunale di Spilinga. Una scelta contestata dai produttori presenti nel resto della provincia e della Calabria, che sarebbero rimasti fuori dalla futura Igp. Nel 2019 il confronto era ancora aperto: il Consorzio difendeva il vincolo comunale, mentre altre imprese chiedevano di estendere l’area di produzione. Nel 2020, dopo le consultazioni con Regione e Ministero, il Consorzio accettò di allargare il perimetro a una zona contigua con caratteristiche climatiche considerate omogenee. Nel disciplinare più recente, oltre a Spilinga, sono entrati sette comuni del territorio vibonese: Drapia, Joppolo, Nicotera, Ricadi, Rombiolo, San Calogero e Zungri. Un compromesso che ha richiesto una modifica sostanziale della proposta originaria.
Una burocrazia ancora impantanata
Ma non è bastato. Nel febbraio 2024 una delegazione del Consorzio, del Comune e della Camera di commercio ha incontrato a Roma i funzionari del ministero dell’Agricoltura. In quell’occasione si parlò ancora di “ultimi passaggi” e di alcuni interrogativi ministeriali ai quali rispondere, affinando il disciplinare e la documentazione destinata a dimostrare il legame tra prodotto e territorio. Da allora, però, non risulta pubblicato il provvedimento nazionale che permetterebbe alla pratica di proseguire verso Bruxelles. Non è dunque corretto affermare che l’Europa abbia bocciato la ’nduja o che il Ministero abbia negato il riconoscimento. Non esiste una bocciatura ufficiale dalla quale ricavare una motivazione precisa. I documenti disponibili raccontano invece una procedura rimasta impantanata per anni tra delimitazione dell’area, modifiche del disciplinare, richieste di chiarimento e contrasti tra gli interessi dei diversi produttori.
Il mercato globale e il ruolo del consumatore
Intanto il mercato non ha aspettato. La ’nduja è diventata internazionale prima ancora di essere protetta. Può essere prodotta e commercializzata anche fuori dalla Calabria utilizzando il nome generico, purché l’etichetta non attribuisca al prodotto un’origine falsa o ingannevole. Persino la dicitura “’nduja di Calabria”, secondo quanto dichiarato nel 2024 da una dirigente ministeriale durante l’incontro con il Consorzio, può identificare legittimamente produzioni calabresi esterne all’area di Spilinga. L’eventuale Igp proteggerebbe invece la denominazione completa “’Nduja di Spilinga” entro il territorio stabilito dal disciplinare. Il paradosso è tutto qui: la Calabria ha regalato il nome della ’nduja al mondo, ma dopo diciotto anni non è ancora riuscita a legarlo giuridicamente al territorio nel quale quel prodotto è nato. E mentre la pratica continua il suo interminabile viaggio tra Spilinga, Catanzaro, Roma e Bruxelles, sugli scaffali il consumatore deve arrangiarsi: girare la confezione e leggere dove la ’nduja è stata prodotta davvero.