La scelta di tagliare le accise sul gasolio di circa 17 centesimi al litro è la classica pezza a colori applicata su uno strappo ormai troppo largo per essere rammendato con scorciatoie congiunturali.

Vendere questa misura come un reale elemento di sollievo per le famiglie e per il tessuto imprenditoriale significa ignorare la realtà dei numeri, la struttura dei costi aziendali e il concreto funzionamento dei mercati finanziari ed energetici.

Quando il prezzo del diesel schizza verso l'alto, spinto da dinamiche geopolitiche complesse, strozzature nelle catene di fornitura e speculazioni sui mercati a termine, un risparmio di meno di venti centesimi alla pompa viene letteralmente divorato nel giro di pochissimi giorni dalle fisiologiche e quotidiane oscillazioni delle quotazioni internazionali del greggio e dei prodotti raffinati.

Il diesel come infrastruttura del sistema produttivo

Il vero nodo strategico ed economico che sembra sfuggire a chi ha ideato questo provvedimento sta nel fatto che il gasolio non rappresenta un semplice costo di mobilità individuale o un capitolo di spesa accessorio per il singolo privato cittadino. Il diesel è la linfa vitale, l'infrastruttura invisibile su cui poggia l'intero sistema produttivo, agricolo e distributivo della nostra economia.

Nel nostro Paese la stragrande maggioranza delle merci, dei semilavorati e delle materie prime viaggia ancora su gomma. Questo significa una cosa ben precisa: l'aumento del costo del carburante non si ferma mai al serbatoio del singolo autocarro, ma innesca una violenta reazione a catena che si scarica a cascata su ogni singolo anello della filiera, a partire dall'estrazione o importazione della materia prima grezza fino ad arrivare al prodotto finito esposto sugli scaffali della grande distribuzione.

L’effetto moltiplicatore sui prezzi

Ogni volta che il costo della logistica subisce una spinta verso l'alto, chi lavora le materie prime, chi gestisce i processi di trasformazione industriale e chi cura il trasporto professionale si trova costretto a rivedere e aggiornare al rialzo i propri listini per evitare il collasso dei margini o la gestione in perdita. In questo meccanismo di trasmissione dei costi, ogni passaggio intermedio tende ad applicare il proprio margine di ricarico sul nuovo costo marginale aumentato.

Il risultato finale è un perverso effetto moltiplicatore per cui i miseri 17 centesimi risparmiati al distributore spariscono del tutto di fronte ai rincari a due cifre che colpiscono la spesa quotidiana, i beni di prima necessità, i materiali da costruzione e gli input energetici per le fabbriche.

Il paradosso dell’extragettito fiscale

Dal punto di vista della finanza pubblica e della coerenza contabile, poi, l'operazione assume contorni che rasentano il paradosso.

Con i prezzi dei carburanti storicamente alle stelle, le casse dello Stato continuano a incassare un consistente extragettito fiscale determinato dall'applicazione dell'IVA, che viene calcolata su una base imponibile significativamente più elevata rispetto ai periodi ordinari.

Restituire una frazione marginale di questo incasso straordinario sotto forma di sconto temporaneo sull'accisa non costituisce una strategia economica di respiro, ma una pura misura palliativa di facciata. Per di più, questo approccio finisce per bruciare risorse pubbliche preziose in un intervento effimero che, alla scadenza del decreto, presenterà un conto salatissimo alle imprese e ai consumatori attraverso uno shock immediato da ripristino delle aliquote ordinarie.

La necessità di interventi strutturali

Invece di rincorrere costantemente l'emergenza con interventi frammentati e tagli promozionali del tutto incapaci di disinnescare la spinta inflazionistica, servirebbero scelte di politica economica strutturali e coraggiose. Occorrerebbe introdurre meccanismi di sterilizzazione automatica dell'IVA sui carburanti al superamento di determinate soglie di prezzo, insieme a un piano organico di riduzione permanente dei costi energetici per il trasporto professionale delle merci aziendali. Continuare a gestire una crisi complessa di materie prime e costi industriali con sconti da pochi centesimi non fa altro che rinviare il problema di qualche settimana, esponendo il sistema economico e produttivo nazionale alla prima inevitabile folata di volatilità dei mercati energetici globali.