«Mi sparavano contro con armi ad aria compressa», l’omicidio di Luca Carbone e il racconto "stravagante" del suo assassino
Nel suo racconto, De Grandis avrebbe indicato Luca Carbone come appartenente alle Brigate Rosse, arrivando a sostenere che la mattina dell’omicidio gli avesse puntato contro un mitra dal parcheggio della palazzina
Una realtà completamente alterata, fatta di fantasie, paure e convinzioni prive di riscontro. È quella che, secondo gli inquirenti, emerge dal racconto di Franco De Grandis, 66 anni, dipendente di un’impresa di pulizie, accusato dell’omicidio del 48enne pizzaiolo Luca Carbone. Le dichiarazioni rese dall’uomo durante l’interrogatorio sono state definite «stravaganti» dagli investigatori per l’evidente confusione concettuale che le caratterizza.
Le presunte persecuzioni e le paranoie
Come riporta Gazzetta del Sud, davanti al procuratore Vincenzo Capomolla e al pubblico ministero Veronica Rizzaro, De Grandis ha parlato di colpi sparati contro di lui con armi ad aria compressa, di tentativi di intrusione in casa e di pareti dell’edificio crivellate di fori. Ha sostenuto di non riuscire a camminare perché colpito alle gambe, circostanza smentita dagli accertamenti medici: l’uomo soffre di problemi alla schiena che lo avevano costretto a sospendere temporaneamente il lavoro.
Le accuse senza fondamento contro la vittima
Nel suo racconto, De Grandis avrebbe indicato Luca Carbone come appartenente alle Brigate Rosse, arrivando a sostenere che la mattina dell’omicidio gli avesse puntato contro un mitra dal parcheggio della palazzina. «Ho sparato per intimidirlo, non per ammazzarlo», avrebbe detto. A queste affermazioni si sono aggiunti riferimenti alla presunta uccisione dei suoi genitori, circostanza totalmente priva di riscontro. Nessuna aggressione, nessuna ferita, nessun segno sul corpo conferma quanto raccontato.
L’intervento dei carabinieri e le armi detenute
Quando i carabinieri, coordinati dal colonnello Andrea Mommo, sono entrati nell’appartamento all’ultimo piano dello stabile di via Popilia, De Grandis ha dichiarato di detenere legalmente una pistola calibro 7,65 e un fucile da caccia, indicando dove fossero custodite. Trasferito in caserma, ha continuato a farneticare, inseguendo presunti complotti e minacce inesistenti.
I dubbi sulle condizioni psichiche
La moglie, ascoltata dagli investigatori, ha smentito l’esistenza di liti o aggressioni, confermando però alcune “stranezze” del marito. L’avvocato difensore, Amabile Cusino, valuta ora la nomina di un consulente per verificare eventuali precedenti visite psichiatriche e terapie mai seguite. Tra amici e conoscenti, tuttavia, non emergeva l’immagine di una persona socialmente pericolosa.
La posizione giudiziaria
Per il momento Franco De Grandis resta in carcere con l’accusa di omicidio volontario. Il fermo disposto dalla Procura di Cosenza dovrà essere esaminato dal Gip nelle prossime ore, mentre resta aperto l’interrogativo su quel “male oscuro” che, secondo gli inquirenti, covava da tempo nella mente dell’uomo.