Borghi contro lo spopolamento, gli incentivi possono davvero riportare residenti nei piccoli Comuni calabresi?
Dalle misure per trasferire la residenza ai contributi per nuove imprese e recupero delle case vuote, la Calabria prova a invertire il declino demografico. Ma senza lavoro, sanità, trasporti e servizi il rischio è finanziare trasferimenti destinati a

Il problema è ormai strutturale. La Calabria continua a perdere popolazione e, soprattutto, giovani in età lavorativa. Al 31 dicembre 2024 i residenti erano 1.834.646, quasi quattromila in meno rispetto all’anno precedente. Nel 2025 il saldo migratorio interno regionale è rimasto fortemente negativo: circa 7mila persone in meno per effetto dei trasferimenti verso altre regioni, con un tasso di -3,8 per mille, tra i peggiori d’Italia.
Il fenomeno diventa ancora più evidente guardando ai piccoli centri. Oltre l’80% dei Comuni calabresi conta meno di 5mila abitanti e una parte consistente di questi territori si trova lontano dai principali servizi essenziali. La vecchia mappatura delle aree interne collocava in questa condizione 326 Comuni calabresi su 404.
È dentro questo scenario che negli ultimi anni si sono moltiplicate le misure per provare a riportare residenti nei borghi.
Il primo esperimento: pagare chi sceglie di trasferirsi
Una delle iniziative più significative è “Abita Borghi Montani Calabria”, destinata ai piccoli Comuni montani.
La misura ha messo a disposizione complessivamente 5 milioni di euro per sostenere chi decide di spostare residenza e dimora abituale in questi territori e, soprattutto, chi sceglie di avviare un’attività economica. Almeno 4 milioni sono riservati alle nuove iniziative imprenditoriali, mentre fino a un milione può essere destinato a pensionati e lavoratori da remoto.
La graduatoria definitiva ha ammesso 89 Comuni e nel febbraio 2026 sono state sottoscritte le prime convenzioni operative. Secondo i dati diffusi dalla Regione, erano già emerse circa 180 adesioni legate all’apertura di nuove attività e 108 candidature di pensionati o lavoratori agili interessati a trasferire la residenza nei piccoli centri coinvolti. Il primo segnale, quindi, esiste: l’interesse c’è.
Ripopolare utilizzando le case vuote
Nel 2026 la strategia è stata ulteriormente ampliata con “Ripopola Calabria”, progetto che prova ad affrontare contemporaneamente due problemi: lo spopolamento e il patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato.
La fase pilota riguarda Comuni con meno di 5mila abitanti che abbiano registrato una perdita di popolazione. Gli enti locali devono censire gli immobili pubblici disponibili e potenzialmente trasformabili in abitazioni per nuovi residenti.
Chi aderirà dovrà impegnarsi a vivere in Calabria per almeno dieci anni. La Regione prevede contributi per la riqualificazione fino a 2mila euro al metro quadrato, con un tetto massimo di 280mila euro per singola unità abitativa. L’idea è recuperare edifici già esistenti senza consumare nuovo suolo e renderli parte di una vera offerta residenziale.
È un cambio di prospettiva interessante: non soltanto un contributo economico al nuovo residente, ma una casa e un progetto di permanenza nel territorio.
Il nodo vero resta il lavoro
Gli incentivi, tuttavia, possono convincere una persona a trasferirsi. Molto più difficile è convincerla a restare.
È qui che la questione dello spopolamento incontra quella dello sviluppo economico.
Un contributo iniziale può ridurre il costo del trasferimento o della ristrutturazione di un’abitazione, ma non sostituisce un reddito stabile. Per questo la stessa strategia regionale lega una parte consistente delle risorse alla nascita di attività imprenditoriali.
Anche gli interventi nazionali e del PNRR dedicati ai borghi insistono sulla stessa logica: favorire nuove imprese, servizi, attività culturali, turismo e occupazione stabile, evitando che la rigenerazione si riduca al recupero fisico degli edifici. Per i progetti calabresi dedicati ai piccoli borghi sono state previste risorse anche per iniziative imprenditoriali capaci di radicarsi sul territorio.
Lo smart working può aiutare, ma non basta
Una possibilità nuova arriva dal lavoro da remoto. Per un professionista che non è obbligato a recarsi quotidianamente in ufficio, vivere in un piccolo borgo calabrese può diventare economicamente conveniente: costo delle abitazioni più contenuto, minore pressione urbana e una qualità ambientale che molti centri possono offrire.
È proprio su questo segmento che “Abita Borghi Montani” punta esplicitamente, insieme ai pensionati e ai cosiddetti calabresi di ritorno.
Ma anche lo smart working richiede condizioni precise. Una connessione veloce e stabile, spazi di lavoro, servizi digitali efficienti e la possibilità di raggiungere senza difficoltà aeroporti, stazioni e città principali diventano infrastrutture essenziali quanto una strada.
Senza servizi il nuovo residente può ripartire
C’è poi la questione più delicata: vivere in un borgo non significa soltanto avere una casa.
Significa poter raggiungere un medico, mandare i figli a scuola, disporre di trasporto pubblico, acquistare beni essenziali e avere accesso ai servizi amministrativi e sociali.
La stessa Strategia nazionale per le aree interne nasce dalla consapevolezza che lo spopolamento sia strettamente connesso alla distanza dai servizi fondamentali. Per questo gli interventi non riguardano soltanto lo sviluppo economico, ma anche sanità, istruzione, mobilità e infrastrutture digitali.
Un Comune può offrire un incentivo per trasferire la residenza. Ma se la famiglia deve percorrere decine di chilometri ogni giorno per scuola, sanità e lavoro, quella scelta rischia di trasformarsi rapidamente in una parentesi.
Non tutti i borghi hanno la stessa vocazione
Un altro errore sarebbe pensare a una sola ricetta per tutti. Un centro storico vicino al mare può costruire una strategia intorno a turismo, ricettività e lavoro digitale. Un Comune montano può puntare su agricoltura, forestazione, energia, attività outdoor e servizi alla popolazione anziana. Altri territori possono sviluppare artigianato, cultura o piccole produzioni manifatturiere.
La stessa Regione, nella propria analisi sui borghi, riconosce che le potenzialità sono differenti e che le criticità infrastrutturali e socioeconomiche devono essere affrontate sulla base delle caratteristiche dei singoli territori.
Il ripopolamento, quindi, funziona soltanto se viene accompagnato da una vocazione economica credibile.
Il rischio dei numeri anagrafici senza comunità
Esiste inoltre una differenza importante tra aumentare formalmente i residenti e ricostruire una comunità.
Il successo di una politica contro lo spopolamento non può essere misurato soltanto contando quante persone trasferiscono la residenza dopo aver ottenuto un contributo.
Bisogna capire quante rimangono dopo cinque o dieci anni, quante aprono un’attività che sopravvive, quanti bambini entrano nelle scuole, quanti servizi riaprono e quante abitazioni tornano realmente a essere utilizzate.
È questa la vera verifica che attende le misure avviate in Calabria.
Gli incentivi sono un inizio, non la soluzione
La risposta alla domanda iniziale, dunque, è sì: gli incentivi possono riportare persone nei piccoli Comuni calabresi. Le prime adesioni ai programmi regionali dimostrano che esiste una domanda potenziale di vita lontano dalle grandi città.
Ma il denaro, da solo, difficilmente potrà invertire una tendenza demografica costruita in decenni.
La Calabria continuerà a perdere abitanti se, parallelamente, non riuscirà a ridurre la migrazione dei giovani, creare occupazione, garantire collegamenti e mantenere servizi essenziali nei territori. I dati demografici più recenti mostrano che l’emorragia verso il Centro-Nord non è ancora stata fermata.
La vera sfida è convincerli a restare
Portare un nuovo residente in un borgo è relativamente semplice. Costruire le condizioni affinché vi rimanga per vent’anni è molto più difficile.
È su questo terreno che si misurerà la riuscita di “Abita Borghi Montani”, “Ripopola Calabria” e degli altri programmi dedicati alle aree interne.
Casa, incentivi e contributi possono rappresentare la porta d’ingresso. Dietro quella porta, però, devono esserci lavoro, scuola, sanità, connessioni, trasporti e una comunità viva.
Solo allora il ripopolamento potrà smettere di essere un esperimento e diventare una vera politica demografica per la Calabria.