Confisca da oltre 20 milioni a Reggio Calabria: smantellato sistema legato alla ’ndrangheta
L’uomo si occupava della distribuzione dei lavori – tra cui sbancamento, pavimentazione, intonacatura e installazione di impianti – a imprese legate ai clan
Il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria ha dato esecuzione a un provvedimento emesso dalla Corte di Appello presso il Tribunale di Reggio Calabria che ha disposto la confisca definitiva di un ingente patrimonio, per un valore complessivo superiore ai 20 milioni di euro. Il sequestro ha riguardato ditte individuali, società, immobili, autovetture, rapporti bancari e finanziari, oltre a orologi di lusso.
La misura ablativa giunge al termine di un’articolata istruttoria patrimoniale condotta dal G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Reggio Calabria, sviluppata nell’ambito dell’operazione “Araba Fenice” e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria.
Le indagini avevano fatto emergere l’esistenza di un vero e proprio “cartello criminale” composto da esponenti di spicco delle cosche di ’ndrangheta CHIRICO, MUSOLINO, FICARA-LATELLA, ROSMINI, FONTANA-SARACENO, FICAREDDI, CONDELLO e NICOLO’-SERRAINO. Tali gruppi erano attivi nei lavori di completamento di numerosi edifici nella zona sud della città di Reggio Calabria.
L’accordo illecito tra le cosche mirava a una spartizione “equa” delle commesse relative al completamento del complesso immobiliare, permettendo alle organizzazioni criminali di ottenere profitti e vantaggi indebiti. Il sistema prevedeva anche l’estromissione delle imprese “pulite” inizialmente coinvolte nei lavori, sostituite da imprese riconducibili alla criminalità organizzata.
Figura centrale del meccanismo era un imprenditore reggino, successivamente divenuto collaboratore di giustizia, che partecipava e coordinava incontri decisionali tra le cosche. L’uomo si occupava della distribuzione dei lavori – tra cui sbancamento, pavimentazione, intonacatura e installazione di impianti – a imprese legate ai clan, operando come socio occulto di una delle società coinvolte.
Il sistema era sostenuto anche da una complessa rete di intestazioni fittizie di società e beni immobili, nonché dall’emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Questo consentiva di mantenere formalmente in ordine la contabilità delle aziende coinvolte, garantendone l’operatività sul mercato e la produzione di profitti illeciti.
Al termine dell’iter giudiziario, conclusosi con la definitività della misura, è stata disposta la confisca dell’intero patrimonio aziendale costituito da due ditte individuali, tre società di persone e quote di una società di capitali. Il provvedimento ha inoltre riguardato sei immobili, un’autovettura, denaro contante per oltre 53 mila euro e otto orologi di pregio, per un valore complessivo stimato superiore ai 20 milioni di euro.