Gusto Ribelle: C’era una volta… una favola calabrese al sapore di pomodoro: e tutti vissero rossi e contenti
Un’idea nata in un piccolo paese dimenticato diventa il simbolo di una rinascita agricola e sociale, dove la comunità riscopre il valore della terra, delle tradizioni e di una filiera locale capace di creare lavoro, identità e futuro
C’era una volta un piccolo paese della Calabria, incastonato tra le colline assolate, profumato di origano selvatico e punteggiato di case che guardavano il mare. Un luogo dove l’estate sapeva di pomodori, quelli maturi, succosi, che coloravano le insalate, profumavano la pasta e finivano, a fine stagione, nei barattoli conservati con amore.
Quel paese, però, sembrava dimenticato. I giovani erano partiti, le terre erano incolte, i pomodori — paradossalmente — si compravano al supermercato, chiusi in vasetti anonimi, magari prodotti al nord o addirittura all’estero.
Antonio e la domanda che cambia tutto
In quel paese viveva Antonio, uomo semplice, appassionato di tradizioni. Guardava ogni giorno il mercato e si chiedeva:
“Possibile che in Calabria, dove l’insalata di pomodori è un rito e la passata è sacra, noi si debba mangiare pomodori coltivati altrove? Perché dobbiamo comprare quello che potremmo coltivare e trasformare qui, nella nostra terra?” Non era solo nostalgia. Era matematica.
“Siamo 4.000 persone,” calcolava Antonio, “se ognuno consuma in media 100 chili di pomodori l’anno, parliamo di 400 tonnellate! Tra freschi, pelati, passata, concentrato, sughi pronti… spendiamo centinaia di migliaia di euro per comprare pomodori da fuori. Quei soldi potrebbero restare qui, creare lavoro, dare futuro!”
Dalle risate… alla terra
Ma il paese, come sempre, rideva. Al bar, i vecchi amici lo prendevano in giro: “Antonio, torna a giocare a tressette! Con due piantine sul balcone vuoi fare concorrenza ai supermercati?”. “E poi chi li trasforma? Dove li metti tutti quei pomodori?”. “E chi te li compra le tue bottiglie di salsa?”.
Ma Antonio non mollava. Cominciò a parlare con Teresa, ex cuoca della mensa scolastica, e con Pasquale, un contadino senza terra. E nacque un’idea semplice e rivoluzionaria: Coltivare pomodori locali e trasformarli sul posto. Non solo per venderli freschi, ma per produrre passata, sughi, conserve, e perfino ketchup artigianale. Tutto “Made in paese”, tutto col sole della Calabria dentro.
Il sindaco e la fabbrica dell’amico
Iniziarono da un piccolo appezzamento, ma quando chiesero l’uso di una ex scuola in disuso per trasformare i pomodori, arrivò lo stop. Il sindaco — che in campagna elettorale si era detto amico dell’agricoltura — oppose un secco “no”. “La struttura non è idonea.”
La verità? Il sindaco aveva un accordo con un’azienda di conserve del nord, amica sua, che riforniva la mensa, i negozi e persino la sagra del pomodoro… con prodotti che col paese non avevano nulla a che vedere.
Il popolo rosso si ribella
Antonio non si arrese. Con Teresa e Pasquale organizzò un evento improvvisato: “La giornata del pomodoro nostro”. Presero pochi pomodori, li portarono in piazza, li tagliarono, li condirono con olio buono, cipolla rossa e basilico. Le persone assaggiarono. E capirono. Non era solo sapore. Era identità.
Le nonne iniziarono a raccontare come facevano la salsa nei cortili. I bambini si sporcarono le mani a schiacciare i pomodori nei tinozzi. I ristoratori locali assaggiarono… e ordinarono.
Dalla pianta al vasetto: nasce la microfiliera
In meno di sei mesi, con l’aiuto della comunità e un piccolo fondo regionale, nacque una micro-filiera del pomodoro. I contadini piantarono semi locali. I volontari raccolsero. Teresa coordinava la trasformazione: passata, pezzettoni, sughi alla ‘nduja, sughi vegani, salse per hamburger, conserve con olive e capperi.
Giovanni, disoccupato da anni, fece la grafica delle etichette. I ragazzi del liceo crearono un sito web. Persino Carmela, pensionata, tornò a insegnare come si sterilizzano i barattoli.
Il paese cambia colore… e sapore
Nel giro di un anno, le bottiglie di passata con etichetta “Rosso Nostro” comparvero nei negozi del paese. Le mense scolastiche le adottarono. I turisti le portavano a casa. Persino in televisione parlarono di quel “paese che aveva riscoperto il pomodoro”.
Il sindaco? Dopo le proteste di cittadini e ristoratori, fu costretto a fare un passo indietro. E per salvare la faccia… iniziò anche lui a comprare la salsa locale.
La rinascita rossa
Antonio guardava i campi e sorrideva. Non era più solo. Altri seguirono: Lucia produsse conserve di melanzane e peperoncini, Franco coltivava origano, i bambini della scuola vendevano semi antichi. Le domeniche non erano più silenziose: c’erano mercatini, laboratori, profumi.
La salsa di pomodoro divenne un simbolo. Non solo di gusto, ma di riscatto. Di una terra che aveva smesso di aspettare e aveva ricominciato a produrre. E vissero tutti rossi e contenti
In quel paese, oggi, ogni famiglia ha almeno una bottiglia di “Rosso Nostro” in dispensa. L’insalata di pomodori è tornata regina dell’estate. La pasta ha ritrovato un sugo che sa di sole. E il pane, anche lui, è felice di essere inzuppato in qualcosa che nasce a pochi metri da casa.
E così, grazie a un’idea semplice e alla testardaggine di chi ci credeva ancora, quel paese calabrese tornò a vivere… e a mangiare meglio.
E vissero tutti rossi, genuini… e contenti