Foreste e castagneti, l’economia verde che può frenare lo spopolamento in Calabria
Oltre 650 mila ettari di superficie forestale e un vasto patrimonio castanicolo possono generare occupazione, imprese e servizi nelle aree interne. La sfida è trasformare il bosco da risorsa abbandonata a filiera organizzata e sostenibile
La montagna calabrese non può essere considerata soltanto un patrimonio paesaggistico da proteggere. Foreste, castagneti e terreni rurali rappresentano anche una possibile infrastruttura economica, capace di produrre reddito, occupazione e servizi nei territori maggiormente colpiti dallo spopolamento.
Il Piano attuativo di forestazione 2026 indica per la Calabria una superficie forestale di circa 650.620 ettari, corrispondente a un indice di boscosità vicino al 43 per cento. Faggete, pinete, querceti e castagneti formano un sistema ambientale estremamente diversificato, distribuito tra Pollino, Catena Costiera, Sila, Serre e Aspromonte. Un patrimonio che svolge funzioni ecologiche fondamentali, ma possiede anche un rilevante potenziale sociale ed economico.
Il problema è che una parte consistente di questa ricchezza resta frammentata, scarsamente gestita o priva di collegamenti stabili con le imprese della trasformazione. Il bosco produce materia prima, protegge i versanti e custodisce biodiversità, ma senza pianificazione rischia di non generare benefici economici duraturi per le comunità che vi abitano.
Il castagno, risorsa alimentare e forestale
Il castagno rappresenta uno dei simboli più evidenti delle potenzialità della montagna calabrese. Secondo il Piano regionale, nelle fasce pedemontane sono presenti circa 63 mila ettari di cedui castanili, 31.500 ettari di castagneti da frutto e 500 ettari di fustaie destinate alla produzione di legname.
Si tratta di un sistema produttivo capace di alimentare due filiere differenti e complementari. Da una parte ci sono le castagne, utilizzabili fresche oppure trasformate in farine, conserve, dolci e altri prodotti ad alto valore aggiunto. Dall’altra c’è il legno di castagno, richiesto per paleria, travature, arredi, edilizia rurale e lavorazioni artigianali.
Il documento regionale segnala tuttavia condizioni di notevole degrado in numerosi castagneti da frutto, spesso abbandonati o gestiti in maniera occasionale. Il loro recupero richiede interventi coordinati che tengano insieme produzione, difesa del suolo, tutela del paesaggio e conservazione della memoria rurale.
Trasformare sul territorio per trattenere valore
La semplice raccolta della materia prima non è sufficiente. Per creare lavoro stabile occorre evitare che castagne e legname lascino le aree montane senza essere lavorati. Centri di raccolta, essiccatoi, laboratori, segherie di prossimità, impianti di confezionamento e reti commerciali possono trattenere una quota maggiore del valore nei comuni di produzione.
Il Crea individua nella castanicoltura non soltanto una produzione agricola, ma anche uno strumento di presidio del territorio e di integrazione del reddito. La competitività della filiera passa dall’innovazione vivaistica e agronomica, dalla difesa contro le fitopatie, dal recupero degli impianti e da una migliore organizzazione della trasformazione e della commercializzazione.
Servono soprattutto aggregazione e programmazione. Molti proprietari dispongono di superfici troppo piccole per sostenere autonomamente i costi di manutenzione, raccolta e trasporto. Cooperative, consorzi forestali e reti di impresa potrebbero superare la frammentazione, condividendo macchinari, personale specializzato e strutture di lavorazione.
La gestione del bosco diventa occupazione
Gestire attivamente una foresta non significa tagliare indiscriminatamente. Significa programmare gli interventi, conoscere le caratteristiche dei popolamenti, proteggere le aree più sensibili e utilizzare in maniera sostenibile ciò che il bosco può rinnovare.
Manutenzione della viabilità forestale, diradamenti, recupero dei terreni abbandonati, sistemazione dei versanti, prevenzione degli incendi e monitoraggio fitosanitario richiedono operatori qualificati, tecnici, agronomi, forestali e imprese specializzate. Sono attività difficilmente trasferibili altrove, perché devono essere svolte direttamente nei territori montani.
Lo stesso Piano regionale collega il mancato utilizzo di numerosi popolamenti forestali allo spopolamento delle aree interne e sottolinea la necessità di una pianificazione capace di migliorare la produttività senza compromettere la difesa idrogeologica. La pulizia della vegetazione infestante e la rimozione del materiale schiantato possono inoltre assumere un ruolo importante nella prevenzione degli incendi boschivi.
Non soltanto legname: turismo, miele e servizi ambientali
L’economia forestale non si esaurisce nella vendita del legno. I boschi producono castagne, funghi, piccoli frutti, piante officinali e miele, ma offrono anche sentieri, paesaggi, attività sportive e occasioni di turismo naturalistico.
La crescita del turismo rurale può sostenere rifugi, aziende agricole, guide ambientali, ristorazione, artigianato e strutture ricettive diffuse. Il valore economico del bosco comprende inoltre servizi che spesso non hanno un prezzo immediatamente visibile: protezione dal dissesto idrogeologico, regolazione delle acque, conservazione della biodiversità, assorbimento del carbonio e qualità del paesaggio.
Una politica montana moderna dovrebbe riconoscere anche questi benefici. Le comunità che mantengono un bosco, curano i sentieri o proteggono una sorgente svolgono un servizio per l’intera collettività. La Strategia forestale nazionale punta proprio sulla gestione attiva, sulla valorizzazione delle filiere locali e sul riconoscimento dei servizi ecosistemici generati dalle foreste.
Lo spopolamento non si combatte con un solo settore
L’economia verde può contribuire a frenare l’abbandono, ma non può sostituire scuole, trasporti, assistenza sanitaria e connessioni digitali. Una nuova impresa forestale difficilmente nascerà in un paese nel quale non esistono servizi essenziali o collegamenti adeguati.
La dimensione dell’emergenza demografica è evidente. Un’analisi dell’Istat ha rilevato che il 26 per cento dei cento comuni italiani delle aree interne con il maggiore calo di popolazione tra il 2001 e il 2020 si trova in Calabria. Un altro approfondimento ha evidenziato come, con poche eccezioni, la maggior parte dei comuni calabresi presenti dinamiche di declino demografico più o meno marcate.
Per invertire la tendenza occorre quindi affiancare alle politiche sociali una strategia produttiva. Il lavoro nei boschi può diventare uno dei pilastri di questo percorso, soprattutto quando viene collegato all’agricoltura, all’artigianato, alla trasformazione alimentare, alla bioedilizia e al turismo.
Una filiera per riportare futuro nei borghi
La Calabria possiede la materia prima, le competenze tradizionali e un’identità montana ancora riconoscibile. Ciò che manca è spesso il collegamento tra i diversi segmenti: proprietari, imprese boschive, produttori, trasformatori, artigiani, amministrazioni e mercato.
Recuperare un castagneto o gestire una foresta non significa soltanto aumentare una produzione. Significa mantenere aperta una strada rurale, presidiare un versante, ricostruire un mestiere e creare una ragione economica per restare.
Foreste e castagneti possono così trasformarsi da simboli dell’abbandono a motori di una nuova economia territoriale. Non una soluzione miracolosa allo spopolamento, ma una possibilità concreta per riportare lavoro e iniziativa imprenditoriale nelle montagne calabresi, facendo della tutela ambientale non un vincolo allo sviluppo, ma il suo punto di partenza.