Carne

Nel giornalismo d’inchiesta la tentazione più facile è gridare allo scandalo. Quella più utile è fare i conti. Il pezzo pubblicato il 29 dicembre 2025 da Calabria News 24 parte proprio da qui, dalle inchieste nazionali e da una scia di interrogativi che non sono sentenze ma domande legittime, soprattutto quando si parla di cibo e fiducia. 

Il punto centrale non è affermare che “tutta la carne è così” o che “qui succede questo”. Sarebbe scorretto e anche comodo, perché toglierebbe complessità. Il punto è la fragilità di un sistema che vive di volumi, filiere lunghe e prezzi compressi, mentre il consumatore vede solo un banco frigo e un’etichetta spesso più rassicurante che informativa. 

Quanti allevamenti abbiamo davvero in Calabria

Per capire se una regione produce il proprio fabbisogno, bisogna partire dalla base. Il Censimento dell’Agricoltura 2020 fotografa in Calabria 12.097 aziende zootecniche, cioè realtà che nell’annata agraria hanno dichiarato la presenza di capi. È un dato che colloca la zootecnia calabrese come comparto significativo, ma non necessariamente sufficiente a reggere, da sola, i picchi di domanda che si concentrano nelle festività. 

Entrando nel dettaglio per specie, sempre su base censuaria, emergono numeri utili per capire dove siamo “strutturati” e dove invece la coperta è corta. In Calabria risultano aziende con allevamenti di bovini pari a 9.973, aziende con vacche da latte 4.497, aziende con allevamenti di caprini 954, di ovini 2.608, di suini 3.334 e di avicoli 2.589. Sono valori che raccontano una regione plurale, con filiere diverse, ma anche con un dato evidente: la frammentazione. Tante aziende, spesso piccole, con capacità limitata di trasformare la produzione in autosufficienza stabile, soprattutto quando la domanda cresce all’improvviso. 

L’agnello delle feste e l’aritmetica che pesa più delle opinioni

Nel ragionamento proposto da Calabria News 24 c’è un passaggio che merita attenzione, perché è quasi banale e proprio per questo potente. Quando arrivano Natale e Pasqua, il consumo di alcune carni cresce in modo netto, e l’agnello diventa simbolo oltre che alimento. Se moltiplichiamo un consumo diffuso per una popolazione intera e lo concentriamo in pochi giorni, la domanda non è ideologica ma aritmetica, come scrive il collega: gli allevamenti locali bastano davvero a coprire tutto. 

Se la risposta è “no” o “non sempre”, non c’è nessun colpevole automatico. C’è però un effetto inevitabile: entra prodotto da fuori. E più è lunga la strada, più aumentano passaggi, intermediari, movimentazioni, stoccaggi. In ogni passaggio cresce la parte che il consumatore non vede.

Produciamo il nostro fabbisogno oppure dipendiamo dall’esterno

Qui arriva la domanda che mi hai chiesto di mettere al centro. La Calabria produce carne, certo. Ma l’autosufficienza non si misura con un’impressione, si misura con un confronto tra produzione e consumi. Il problema pratico è che i dati di consumo in chilogrammi “per regione” non sono sempre disponibili in forma diretta e aggiornata come lo sono, invece, i dati nazionali. Quello che possiamo fare in modo rigoroso è combinare tre elementi solidi: i numeri strutturali degli allevamenti, gli indicatori ufficiali sulla spesa delle famiglie e i trend nazionali di consumo per tipologia di carne.

Sul fronte della spesa, l’Istat certifica che la Calabria è la regione dove la quota di spesa familiare destinata a prodotti alimentari e bevande analcoliche è la più alta d’Italia, pari al 28,2 per cento nel 2024. Questo significa che l’alimentare pesa di più sul bilancio, quindi ogni oscillazione di prezzo e ogni promozione “civetta” sulla carne hanno un impatto sociale maggiore che altrove. 

Sul fronte dei consumi nazionali, per le carni bianche i dati di filiera indicano che nel 2024 i consumi pro capite hanno superato i 22 kg. È un numero importante perché segnala una preferenza stabile, spesso legata al prezzo, alla praticità e all’idea di “leggerezza” che accompagna pollo e tacchino. 

Mettendo insieme questi pezzi, la conclusione prudente ma robusta è che la Calabria non può realisticamente coprire ogni segmento di domanda, soprattutto quando si parla di grandi volumi standardizzati richiesti dalla distribuzione moderna e dalla ristorazione. Questo non significa che “mangiamo solo carne da fuori”, significa che una parte del consumo, soprattutto nei picchi e su certe tipologie, dipende da filiere esterne.

Il rischio non è solo sanitario è culturale e di potere contrattuale

Calabria News 24 lo dice con una formula efficace: il rischio più grande è l’assuefazione. Leggere, indignarsi, archiviare. Ma c’è un rischio ancora più quotidiano, che non fa rumore: la perdita di potere contrattuale di chi produce localmente. 

Quando una regione ha molte aziende ma piccole, la capacità di negoziare prezzo, standard e continuità di conferimento è più debole. Dall’altra parte, la grande distribuzione e i grandi canali d’acquisto lavorano su volumi e su prezzi che devono restare competitivi. In mezzo, si crea lo spazio perfetto per l’opacità, non necessariamente per l’illegalità, ma per una comunicazione che può diventare ambigua, per etichette che “evocano” più di quanto spieghino.

Etichette e provenienze la zona grigia che non si risolve con uno slogan

Il consumatore medio non può fare investigazione su ogni taglio. Si fida, come è giusto che sia. Ma la fiducia non dovrebbe essere cieca. Il punto non è demonizzare chi vende, il punto è rendere il patto più solido, soprattutto su tre aspetti: chiarezza dell’origine, tracciabilità reale lungo la catena e controlli percepibili, cioè comprensibili anche a chi non è addetto ai lavori.

Nel pezzo di Calabria News 24 viene citata, con cautela, la possibilità che pratiche scorrette emerse altrove trovino spazio in sistemi basati su grandi volumi e margini ridotti. Non è un’accusa generalizzata, è un invito a non fare finta che “qui non possa succedere”. 

Anche la carne calabrese non è una favola ma è più vicina e verificabile

Dire “meglio comprare calabrese” non è propaganda, se lo si collega a un criterio concreto: la vicinanza riduce i passaggi e rende più semplice la verificabilità. Questo vale per bovini, suini, ovini e anche per una parte delle carni bianche, dove però la struttura industriale nazionale e i grandi poli produttivi contano molto. La carne locale non è automaticamente perfetta, nessun sistema lo è, ma è più “leggibile” perché ha meno chilometri, meno snodi, meno tempo di stoccaggio.

È qui che l’inchiesta cambia tono e diventa proposta. Non serve un patriottismo alimentare a occhi chiusi. Serve una scelta razionale: se ho alternative equivalenti, perché dovrei preferire quella più lontana, più opaca e più difficile da ricostruire a posteriori.

Quanto conta la filiera corta quando il prezzo fa da regista

Il prezzo è un regista spietato. Se una famiglia già destina una quota alta del proprio budget al cibo, come accade in Calabria secondo l’Istat, la leva del prezzo diventa decisiva e la promozione diventa quasi un obbligo. 

È in questo spazio che prosperano due estremi ugualmente pericolosi. Da una parte il moralismo, che scarica tutto sul consumatore e lo colpevolizza. Dall’altra il cinismo, che normalizza qualsiasi cosa purché costi meno. La strada utile sta nel mezzo: trasparenza che permetta scelte reali, e politiche di filiera che rendano il prodotto locale competitivo non solo per qualità ma anche per accessibilità.

Che cosa dovremmo pretendere nel 2026 se vogliamo smettere di far finta

L’inchiesta non ha bisogno di un finale drammatico, ha bisogno di un impegno misurabile. Se la Calabria vuole ridurre la dipendenza da filiere lunghissime e difendere i propri allevatori, servono tre condizioni semplici e verificabili: informazioni chiare per chi compra, regole uguali per chi vende e strumenti per aggregare l’offerta locale senza snaturarla.

Il giornalismo serve proprio a questo, a impedire che la discussione resti una rissa tra tifoserie, “importato contro locale”, “GDO contro piccoli”, “paura contro negazione”. Le domande di Calabria News 24 sono un punto di partenza onesto, perché non condannano ma non si girano dall’altra parte. E quando parliamo di carne, la cosa peggiore che possiamo fare è scegliere di non vedere.