Il lavoro che non si vede: La Calabria dei braccianti e dei precari
Tra campagne, cantieri e servizi stagionali esiste una parte dell’economia calabrese che resta spesso invisibile, fatta di lavoro povero, instabile e poco tutelato. Una realtà diffusa che incide sulla vita di migliaia di persone e sul futuro della re
In Calabria una parte consistente dell’economia reale si regge su attività che raramente finiscono nelle statistiche ufficiali o nei racconti pubblici. Sono i braccianti agricoli, i lavoratori stagionali del turismo, gli addetti alla logistica, i collaboratori saltuari e i precari dei servizi.
Sono persone che lavorano spesso senza continuità, con contratti brevi o intermittenti, talvolta senza tutele adeguate, e che tuttavia rendono possibile la produzione agricola, la raccolta, la trasformazione e il funzionamento quotidiano di intere filiere.
Questo lavoro, pur essendo essenziale, resta in gran parte nascosto perché si svolge lontano dai centri urbani, nelle campagne, nei magazzini, nei cantieri, oppure in attività temporanee che cambiano di mese in mese.
Le campagne e il peso del lavoro agricolo
Il comparto agricolo continua a rappresentare uno dei pilastri economici della Calabria, ma dietro la produzione di agrumi, ortaggi, olive e frutta c’è una forza lavoro fragile.
Molti braccianti lavorano a giornata, seguendo i ritmi delle stagioni e delle raccolte. In alcuni casi si tratta di lavoratori locali, in altri di migranti che arrivano da altre regioni o dall’estero, spesso in condizioni di precarietà abitativa e lavorativa.
Il fenomeno dello sfruttamento agricolo, noto anche come caporalato, continua a essere segnalato in diverse aree del Mezzogiorno, con lavoratori pagati poche decine di euro al giorno o costretti a turni massacranti, una realtà che negli anni ha attirato l’attenzione di inchieste giornalistiche e indagini giudiziarie.
Non si tratta della norma ovunque, ma è un problema reale che evidenzia la debolezza strutturale del mercato del lavoro agricolo.
Il precariato che attraversa città e servizi
La precarietà non riguarda solo le campagne. Anche nelle città calabresi il lavoro instabile è diffuso.
Molti giovani alternano periodi di occupazione a mesi di inattività, spesso legati a contratti a termine nel commercio, nella ristorazione o nei servizi turistici. Altri lavorano con forme di collaborazione occasionale o part-time involontario, senza prospettive di stabilizzazione.
Questa instabilità produce effetti che vanno oltre il reddito: rende difficile programmare una famiglia, ottenere un mutuo, costruire un progetto di vita. Il lavoro diventa una successione di opportunità temporanee, non una base su cui costruire il futuro.
Le conseguenze sociali di un’economia fragile
La diffusione del lavoro precario incide direttamente sul fenomeno della povertà e dell’emigrazione. Quando il reddito è incerto, anche la capacità di restare in Calabria diventa più fragile.
Molti giovani scelgono di partire non solo per guadagnare di più, ma per trovare stabilità e diritti che in altri territori sono più accessibili.
Il risultato è un circolo vizioso: meno lavoratori qualificati restano, più l’economia fatica a crescere, e più il lavoro disponibile resta stagionale e poco strutturato.
Il valore umano dietro numeri e statistiche
Dietro la parola “precari” ci sono persone reali: chi raccoglie agrumi sotto la pioggia, chi lavora nei ristoranti solo per pochi mesi l’anno, chi cambia mestiere più volte in un anno per arrivare alla fine del mese.
Sono lavoratori che spesso non fanno notizia, ma che tengono in piedi intere comunità e settori produttivi.
Il lavoro che non si vede è quello che raramente compare nei bilanci o nei dibattiti politici, ma che determina la qualità della vita di migliaia di famiglie.
Una questione che riguarda il futuro della Calabria
Affrontare il tema del lavoro invisibile significa affrontare una delle sfide più importanti per la Calabria.
Significa investire in occupazione stabile, in filiere agricole più giuste, in servizi che possano creare lavoro qualificato e continuativo.
Significa anche garantire controlli efficaci contro lo sfruttamento e sostenere chi produce rispettando i diritti.
Perché una regione non cresce solo con le grandi opere o con i numeri del turismo. Cresce quando chi lavora ogni giorno, anche lontano dai riflettori, può farlo con dignità, sicurezza e prospettive reali.