Dalle banche un diritto, non più un favore: cosa prevede la svolta del DdL 1595
Il disegno di legge introduce l’obbligo per gli istituti di aprire il conto corrente, limita le chiusure unilaterali e punta a trasformare l’accesso ai servizi bancari in uno strumento universale di inclusione economica
Nel contesto socio-economico contemporaneo, possedere un conto corrente non rappresenta più una semplice scelta negoziale o un servizio accessorio, bensì un prerequisito fondamentale per l'esercizio dei diritti di cittadinanza e per la stessa operatività di imprese e privati cittadini. In una realtà strutturata attorno alla tracciabilità dei pagamenti, alla digitalizzazione dei flussi finanziari e alle progressive limitazioni all'uso del contante, l'esclusione dal circuito bancario equivale nei fatti a una vera e propria emarginazione economica. È su questo snodo che si innesta il Disegno di Legge 1595, già approvato all'unanimità dalla Camera dei Deputati e attualmente al vaglio della Commissione Finanze del Senato. Il provvedimento mira a ridefinire l'architettura dei rapporti tra istituti di credito e clientela, introducendo due principi cardine: l'obbligo per le banche di stipulare contratti di conto corrente e la contestuale limitazione del diritto di recesso unilaterale in presenza di saldi attivi.
L’obbligo a contrarre e i nuovi limiti al recesso
Dal punto di vista tecnico e normativo, l'intervento legislativo opera su due direttrici prioritarie. La prima riguarda l'introduzione dell'articolo 1857-bis all'interno del Codice Civile, una norma destinata a codificare un vero e proprio obbligo a contrarre a carico degli istituti bancari. La banca sarà tenuta ad accogliere la richiesta di apertura di un conto corrente proveniente da qualsiasi soggetto. Eventuali dinieghi non potranno più basarsi su valutazioni discrezionali di convenienza commerciale o su profili di rischio generici, ma dovranno essere formalizzati per iscritto entro dieci giorni e rigorosamente motivati. Gli unici motivi ostativi ammessi saranno quelli espressamente legati al rispetto della normativa antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo. Parallelamente, il testo modifica l'articolo 33 del Codice del Consumo, abrogando le deroghe che consentivano agli intermediari finanziari di recedere senza preavviso dai contratti a tempo indeterminato. Con questa modifica, la facoltà di scioglimento del rapporto da parte dell'istituto viene assoggettata alla presunzione di vessatorietà, rendendo il recesso illegittimo in presenza di un saldo attivo, a meno che non sussista una comprovata e documentata giusta causa.
La risposta al fenomeno del de-risking
La genesi di questa riforma risponde a una stortura sistemica che negli ultimi anni ha colpito diverse categorie economiche e sociali. Pratiche come il cosiddetto "de-risking" — ovvero la decisione delle banche di chiudere i conti o rifiutare l'apertura ad intere categorie ritenute a priori a rischio elevato — hanno travolto operatori del settore dei preziosi, startup innovative, intermediari di cripto-attività, ma anche semplici cittadini con passate sofferenze creditizie oramai rientrate. La contraddizione logica del sistema precedente era evidente: da un lato lo Stato impone l'obbligo di utilizzare strumenti tracciabili per stipendi, pensioni e transazioni; dall'altro lasciava alle banche private un potere di veto arbitrario sull'accesso a tali strumenti. Il DdL 1595 interviene per sanare questo cortocircuito, riaffermando che la licenza bancaria comporta non solo margini di profitto, ma anche un dovere di funzione pubblica correlato all'inclusione finanziaria.
Il difficile equilibrio tra autonomia bancaria e utilità sociale
Sotto il profilo analitico e strategico, tuttavia, la riforma non è priva di complessità applicative. Il principale nodo concettuale risiede nel delicato bilanciamento tra la libertà di iniziativa economica privata, tutelata dall'articolo 41 della Costituzione, e l'utilità sociale dell'accesso ai servizi bancari. Sebbene la Commissione Affari Costituzionali della Camera abbia escluso profili di incostituzionalità, l'obbligo a contrarre comprime l'autonomia negoziale degli istituti. Inoltre, sussiste il rischio di un cortocircuito tra il nuovo obbligo e i doveri di presidio antiriciclaggio. Per evitare sanzioni, le banche potrebbero burocratizzare esageratamente le procedure di adeguate verifiche, richiedendo volumi sproporzionati di documentazione per giustificare i dinieghi, generando così lunghi contenziosi.
Una svolta per trasparenza e inclusione finanziaria
Nonostante questi risvolti operativi, l'impatto complessivo della riforma segna una svolta nella trasparenza del sistema finanziario. Imponendo la tracciabilità dei dinieghi e limitando la discrezionalità delle chiusure d'imperio, la norma redistribuisce l'onere della prova e costringe gli istituti a basare le decisioni su evidenze oggettive. Per il tessuto economico e per i consumatori, il provvedimento rappresenta un baluardo di tutela fondamentale, trasformando il conto corrente da concessione discrezionale a diritto accessibile. Se il Senato approverà definitivamente il testo senza modifiche, l'Italia disporrà di un quadro normativo idoneo a coniugare il contrasto alla criminalità finanziaria con la garanzia universale dell'inclusione economica.