Agricoltura senza eredi: cosa succederà alle aziende calabresi quando i titolari andranno in pensione
Oltre il 60% dei conduttori agricoli calabresi ha più di 60 anni e il 98% delle aziende è ancora individuale o familiare. Il ricambio procede lentamente: quando l’attuale generazione lascerà i campi, una parte delle imprese passerà ai figli, altre sa
C’è una scadenza silenziosa che incombe sull’agricoltura calabrese. Non è quella di un bando, di una campagna agricola o della prossima riforma della Pac. È una scadenza anagrafica.
Nei prossimi anni migliaia di agricoltori arriveranno al momento in cui dovranno decidere se continuare a lavorare, trasferire l’azienda ai figli, affittarla, venderla oppure semplicemente smettere di coltivare. E il problema è che, in moltissimi casi, un erede disposto a prendere il loro posto non c’è.
I dati più aggiornati raccolti dal CREA fotografano una situazione netta: oltre il 60% dei conduttori delle aziende agricole calabresi ha superato i 60 anni. La fascia tra i 60 e i 74 anni è quella numericamente più importante, mentre gli under 30 rappresentano una componente residuale.
Il vero interrogativo per l’agricoltura regionale non è quindi soltanto come produrre di più o come affrontare siccità, costi energetici e concorrenza. È capire chi coltiverà la Calabria tra dieci o quindici anni.
Quasi centomila aziende, ma la maggior parte è ancora familiare
Il problema diventa ancora più evidente osservando la struttura delle imprese.
Al Censimento agricolo del 2020 risultavano in Calabria 95.538 aziende agricole, delle quali ben 93.741, il 98,1%, erano imprese individuali o familiari. Società di persone, società di capitali e cooperative rappresentavano invece una parte estremamente limitata del totale.
Questo significa che, molto più che in altri settori economici, azienda e persona spesso coincidono.
Il terreno è del padre o della madre, il trattore è intestato al titolare, i rapporti con fornitori e clienti sono costruiti negli anni dalla stessa persona, le conoscenze sulle colture vengono tramandate oralmente e gran parte della manodopera continua ad avere una dimensione familiare.
Quando quel titolare smette, dunque, non si tratta semplicemente di sostituire un amministratore. Bisogna trasferire terra, impresa, competenze, autorizzazioni, investimenti e mercato.
E se nessuno vuole subentrare, la continuità aziendale si interrompe.
In dieci anni sono già scomparse oltre 42mila aziende
In realtà questo processo è già iniziato. Tra il 2010 e il 2020 il numero delle aziende agricole calabresi è passato da 137.790 a 95.538, con una riduzione del 30,7%. Ma nello stesso periodo la superficie agricola utilizzata si è ridotta soltanto dell’1,1%, passando da circa 549mila a 543mila ettari.
È uno dei dati più importanti per capire ciò che potrebbe accadere in futuro.
Quando un’azienda chiude, infatti, non sempre il terreno smette di essere coltivato. Molto spesso viene acquistato o preso in affitto da un’altra impresa, che aumenta così la propria dimensione.
È esattamente ciò che è già avvenuto: diminuendo il numero delle aziende e restando sostanzialmente stabile la superficie agricola, la dimensione media delle imprese calabresi è cresciuta.
La Calabria agricola del futuro potrebbe quindi avere molte meno aziende, ma mediamente più grandi.
Il primo scenario: il figlio prende il posto del padre
La soluzione più naturale è il passaggio generazionale all’interno della famiglia.
Il titolare anziano cede progressivamente la gestione al figlio o alla figlia, che mantiene terreni, strutture, macchinari e rapporti commerciali, introducendo eventualmente nuove colture, tecnologie, vendita diretta o trasformazione.
È anche lo scenario che le politiche pubbliche cercano maggiormente di sostenere.
Nel febbraio 2026 la Regione Calabria ha finanziato tutte le domande risultate ammissibili dell’intervento per l’insediamento dei giovani agricoltori, mettendo in campo oltre 44,4 milioni di euro. La dotazione complessiva dell’intervento SRE01 è stata portata a 70 milioni e l’obiettivo dichiarato è raggiungere almeno mille giovani incentivati attraverso i diversi strumenti programmati.
Ma la distanza tra generazioni resta enorme. Qualche centinaio di nuovi insediamenti può rappresentare un segnale positivo, ma deve confrontarsi con una popolazione di conduttori nella quale sei su dieci hanno già superato i sessant’anni.
Non tutti i figli vogliono fare gli agricoltori
C’è poi un problema che nessun incentivo può risolvere da solo: molti figli degli agricoltori hanno costruito altrove la propria vita professionale.
Negli ultimi decenni intere generazioni hanno lasciato le aree rurali calabresi per studiare o lavorare nelle città del Centro-Nord o all’estero. Tra il 2007 e il 2024, secondo il CREA, la popolazione calabrese tra i 15 e i 34 anni è diminuita del 27,3%, più del doppio della contrazione nazionale.
Per una famiglia può quindi verificarsi una situazione sempre più frequente: il padre possiede dieci ettari di oliveto in Calabria, mentre i figli lavorano a Milano, Bologna o Roma e non intendono tornare a occuparsene.
Al momento della successione erediteranno comunque la proprietà. Ma ereditare un terreno non significa voler diventare agricoltore.
Il secondo scenario: i terreni finiscono in affitto
Una delle conseguenze più probabili sarà quindi l’ulteriore crescita del mercato degli affitti.
È una tendenza già evidente. Tra il 2010 e il 2020 la superficie agricola calabrese condotta in affitto è aumentata sensibilmente: la quota di SAU interessata da affitto o forme assimilabili è diventata molto più rilevante e le aziende che utilizzano terreni non di proprietà sono cresciute.
Il meccanismo è semplice. L’agricoltore anziano smette di coltivare. I figli mantengono la proprietà perché non vogliono venderla. Un’azienda vicina prende i terreni in affitto e li aggiunge alla propria superficie.
Per il proprietario significa conservare il patrimonio familiare ottenendo un reddito. Per l’agricoltore che resta significa poter raggiungere una dimensione aziendale maggiore senza sostenere il costo dell’acquisto.
A livello nazionale il CREA osserva già che l’uscita dal settore degli agricoltori anziani sta mettendo sul mercato nuove superfici in affitto e che la domanda proviene soprattutto da giovani imprenditori e aziende più strutturate.
Il terzo scenario: l’azienda vicina compra tutto
Dove i terreni hanno un valore produttivo elevato, soprattutto nelle pianure irrigue e nelle zone specializzate in agrumi, vite, frutta, ortaggi o produzioni ad alto reddito, è probabile un altro fenomeno: la concentrazione fondiaria.
L’azienda che rimane sul mercato acquista quella del vicino che lascia l’attività.
In questo modo diminuisce il numero degli imprenditori ma aumenta la dimensione delle imprese sopravvissute.
Il fenomeno non è necessariamente negativo. Una struttura aziendale più grande può permettere maggiore meccanizzazione, investimenti tecnologici, personale specializzato e una migliore capacità contrattuale sul mercato.
Ma cambia radicalmente il modello agricolo calabrese, storicamente costruito su una moltitudine di piccole proprietà.
Quasi l’80% delle aziende regionali dispone infatti di meno di cinque ettari, mentre appena l’1,7% supera i 50 ettari e controlla oltre un terzo della superficie agricola utilizzata.
Il ricambio generazionale potrebbe quindi accelerare una selezione che è già in corso.
Nelle aree interne il rischio è diverso: nessuno vuole quei terreni
C’è però una Calabria nella quale né l’affitto né la vendita sono scontati.
Sono le zone interne, collinari e montane, dove terreni frammentati, difficili da raggiungere, privi di irrigazione o caratterizzati da forti pendenze possono avere un interesse economico molto ridotto.
Il CREA segnala a livello nazionale che proprio nelle aree interne e montane sta crescendo l’offerta di terreni da parte di agricoltori anziani e aziende economicamente in difficoltà, senza che quella disponibilità trovi sempre una domanda corrispondente.
In questi territori il rischio non è che l’azienda venga comprata da un concorrente più grande. Il rischio è che non la voglia nessuno.
Quando succede, il terreno può progressivamente uscire dalla produzione. Un oliveto non viene più potato, un castagneto non viene ripulito, un pascolo non viene utilizzato, i terrazzamenti si deteriorano e la vegetazione spontanea riconquista gli appezzamenti.
La pensione dell'agricoltore diventa così anche un problema territoriale.
Un campo abbandonato non è soltanto una produzione persa
L’abbandono agricolo non significa semplicemente produrre meno olio, vino, castagne o cereali.
In molte aree della Calabria gli agricoltori svolgono inconsapevolmente anche una funzione di manutenzione del territorio.
Pulire un fondo, mantenere una strada interpoderale, sistemare un fosso, controllare la vegetazione, curare un terrazzamento o utilizzare un pascolo significa anche ridurre parte del materiale combustibile disponibile per gli incendi e mantenere un presidio umano nelle campagne.
Quando le aziende scompaiono dalle zone marginali, quindi, può venire meno anche questa presenza quotidiana.
È particolarmente significativo in una regione nella quale, secondo i dati riportati dal CREA, nel solo 2024 gli incendi hanno percorso oltre 10mila ettari di territorio boschivo, collocando la Calabria tra le regioni italiane maggiormente interessate dal fenomeno.
Il problema della successione può diventare anche frammentazione
Esiste poi un’altra possibilità: l’azienda non viene abbandonata né trasferita integralmente, ma viene divisa tra più eredi.
Tre figli possono ereditare tre quote di uno stesso fondo. Alla generazione successiva quelle quote possono diventare sei, otto o dieci.
È il vecchio problema della frammentazione fondiaria, particolarmente pesante quando l’azienda di partenza è già piccola.
Un appezzamento sufficientemente grande per avere una logica economica può trasformarsi, dopo diverse successioni, in una serie di particelle intestate a proprietari differenti, alcuni residenti fuori regione e magari poco interessati alla coltivazione.
Ricostruire successivamente un’unica azienda diventa complicato, perché chi vuole acquistare o prendere in affitto il terreno deve mettere d’accordo numerosi proprietari.
Il paradosso: i giovani cercano terra mentre gli anziani stanno uscendo
Ed è forse questa la contraddizione più evidente. Da una parte ci sono agricoltori anziani che nei prossimi anni potrebbero lasciare migliaia di ettari. Dall’altra ci sono giovani che indicano proprio l’accesso alla terra come uno dei principali ostacoli per iniziare.
Gli strumenti pubblici stanno provando a costruire un ponte tra queste due realtà. Nel 2026 ISMEA ha destinato 120 milioni di euro a Generazione Terra, il programma che consente ai giovani di finanziare l’acquisto di terreni agricoli con operazioni che possono arrivare fino a 1,5 milioni di euro e durare fino a trent’anni.
La Banca nazionale delle Terre Agricole ha inoltre messo sul mercato nel 2026 8.863 ettari, ai quali si aggiungono oltre 5mila ettari disponibili nel lotto permanente.
Ma il punto decisivo sarebbe riuscire a intercettare le aziende prima che vengano smembrate, abbandonate o perdano valore produttivo.
Il ricambio resta troppo lento
I dati sulla durata della conduzione aziendale confermano la lentezza del processo.
In Calabria oltre il 75% degli attuali conduttori gestisce l’azienda da più di dieci anni. Le gestioni comprese tra tre e dieci anni rappresentano circa un quinto del totale, mentre i subentri avvenuti da meno di tre anni si fermano intorno al 4-5%.
Significa che il sistema agricolo regionale continua ad avere una fortissima continuità gestionale.
Finché gli agricoltori anziani restano attivi il problema può apparire rinviabile. Ma proprio questa struttura può produrre, nel giro di pochi anni, una concentrazione molto elevata di uscite contemporanee.
La vera politica per i giovani dovrebbe partire dagli anziani
Finora il ricambio generazionale è stato affrontato soprattutto finanziando chi entra.
Premi di primo insediamento, contributi agli investimenti, credito agevolato e sostegni all’acquisto dei terreni sono strumenti indispensabili. Ma forse manca ancora l’altra metà della politica: organizzare l’uscita di chi lascia.
Servirebbero meccanismi capaci di mettere in contatto in anticipo il titolare senza successori con un giovane interessato a proseguire l’attività, favorendo affitto, vendita o trasferimento dell’intera azienda e non soltanto dei singoli appezzamenti.
Perché un’azienda agricola funzionante vale molto più della somma dei suoi terreni.
Ha impianti, clienti, esperienza, macchinari, autorizzazioni, diritti, infrastrutture e conoscenze costruite in decenni.
Aspettare che il titolare smetta e soltanto dopo cercare qualcuno che ne raccolga i pezzi significa spesso perdere una parte di quel valore.
La Calabria agricola del futuro si decide nei prossimi dieci anni
I numeri raccontano quindi una transizione ormai inevitabile.
La Calabria è passata da quasi 138mila aziende agricole nel 2010 a poco più di 95mila nel 2020. Allo stesso tempo la terra coltivata è diminuita molto meno del numero delle imprese. È ragionevole attendersi che la tendenza alla concentrazione continui, soprattutto nelle zone agricole più redditizie.
Ma non tutta la regione seguirà la stessa strada.
Nelle pianure e nelle filiere più forti i terreni degli agricoltori che smettono potranno diventare l’occasione per far crescere imprese più strutturate. Nelle aree marginali, invece, il pensionamento dell’ultima generazione di agricoltori rischia di coincidere con l’abbandono definitivo di una parte del territorio.
La questione, quindi, non è impedire agli anziani di lasciare il lavoro. È fare in modo che, quando lo faranno, non vada in pensione anche la loro azienda.
Perché dietro ogni agricoltore ultrasessantenne che oggi continua a salire su un trattore c’è una domanda che la Calabria dovrà affrontare molto presto: chi prenderà quelle chiavi quando lui deciderà di posarle?
E per migliaia di aziende, oggi, quella risposta ancora non c’è.