Legge elettorale, tornano le preferenze: cosa cambia con la nuova riforma
Superati i collegi uninominali, premio di maggioranza al 42% e fino a tre preferenze per gli elettori. Il capolista resta bloccato, mentre il testo torna alla Camera per l’ultimo passaggio parlamentare
La nuova legge elettorale si avvia verso l’ultimo passaggio parlamentare e riporta al centro del dibattito uno dei temi più delicati della rappresentanza: le preferenze. Il testo, approvato dal Senato il 15 settembre con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astensioni, dovrà ora tornare alla Camera, dove l’esame in terza lettura è previsto a partire dal 28 settembre. Non si tratta, dunque, ancora di una legge definitivamente approvata. (Senato della Repubblica)
La riforma interviene profondamente sull’attuale sistema elettorale, il cosiddetto Rosatellum, superando i collegi uninominali e introducendo un sistema a prevalente base proporzionale. Ma è soprattutto il meccanismo delle preferenze a rappresentare una delle modifiche più significative introdotte nel passaggio al Senato.
Il ritorno delle preferenze, ma non per tutti
La novità riguarda direttamente il rapporto tra elettore e candidato.
Con il sistema attuale, infatti, una parte consistente dei parlamentari viene eletta attraverso collegi uninominali e, nella componente proporzionale, attraverso liste nelle quali l’ordine dei candidati è stabilito dai partiti. L’elettore non può quindi esprimere una preferenza per scegliere individualmente il candidato della propria lista.
Il nuovo sistema modifica questo meccanismo, ma non introduce un ritorno alle preferenze completamente libere.
La scheda conterrà infatti un capolista bloccato, scelto dal partito, seguito da altri sei candidati. Su questi ultimi l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze, rispettando l’alternanza di genere. In sostanza, il primo candidato della lista continuerà a essere determinato dall’ordine stabilito dal partito, mentre gli altri potranno essere scelti direttamente dagli elettori.
È un punto importante perché modifica il peso delle organizzazioni politiche nella selezione dei parlamentari senza eliminarlo completamente.
Addio ai collegi uninominali
L’altra grande trasformazione riguarda la struttura complessiva del voto.
Il Rosatellum combina una quota proporzionale con una quota maggioritaria basata sui collegi uninominali. La nuova legge supera invece i collegi uninominali e porta il sistema verso una logica prevalentemente proporzionale.
Questo significa che il risultato nazionale delle liste e delle coalizioni assume un peso maggiore nella distribuzione dei seggi, mentre viene meno il meccanismo per il quale un candidato può conquistare il collegio semplicemente arrivando primo nella propria circoscrizione.
La competizione, quindi, si sposta maggiormente sulla forza complessiva delle liste e sulla capacità delle coalizioni di raggiungere determinate percentuali di consenso.
Il premio di maggioranza al 42%
La riforma introduce poi un premio di governabilità.
La lista o coalizione che ottiene almeno il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere riceve un premio pari a 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Se invece la soglia non viene raggiunta, il sistema procede con la distribuzione proporzionale dei seggi.
Non è previsto il ballottaggio.
La soglia del 42 per cento rappresenta quindi uno dei punti centrali della nuova legge: sotto quella percentuale il premio non scatta, mentre sopra quella soglia il risultato della lista o della coalizione viene trasformato in una maggiore disponibilità di seggi parlamentari.
È previsto inoltre un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori per la maggioranza, considerando anche gli effetti del premio.
Cosa succede ai partiti più piccoli
Restano le soglie di sbarramento già previste: 3% per le liste e 10% per le coalizioni.
La conseguenza è che una forza politica che non raggiunge il 3% non ottiene direttamente seggi. Il nuovo sistema, tuttavia, mantiene una dinamica nella quale anche la presenza di forze più piccole può avere un peso nella costruzione delle coalizioni e nel raggiungimento della soglia necessaria per il premio.
Per i partiti, dunque, la sfida non sarà soltanto quella di ottenere seggi, ma anche quella di costruire alleanze in grado di competere sul piano nazionale.
Il nome del candidato alla Presidenza del Consiglio
Un’altra novità riguarda l’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio.
Le forze politiche dovranno indicare, insieme al programma elettorale, il nome della persona che intendono proporre per Palazzo Chigi. Non si tratta però di un’elezione diretta del presidente del Consiglio: restano ferme le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica nella formazione del Governo.
La norma punta quindi a rendere più chiara, già al momento del voto, la proposta politica e la leadership della coalizione o della lista.
Una legge che cambia il rapporto tra partiti ed elettori
Il punto forse più significativo della riforma riguarda proprio questo rapporto.
Con il sistema attuale, il cittadino dispone di strumenti limitati per incidere sulla scelta dei singoli parlamentari. Con la nuova disciplina, invece, una parte dei candidati potrà essere scelta direttamente attraverso le preferenze.
Ma il meccanismo resta a metà strada: il capolista rimane bloccato, mentre gli altri candidati sono sottoposti al voto di preferenza.
È questo l’aspetto destinato a incidere maggiormente sulla competizione interna ai partiti. La possibilità di ottenere una preferenza significa infatti costruire un rapporto diretto con il territorio, mentre la posizione di capolista continua a rappresentare una scelta affidata all’organizzazione politica.
Il confronto si sposta ora alla Camera
Dopo il voto del Senato, la partita passa nuovamente a Montecitorio. Il testo è stato modificato rispetto a quello approvato in precedenza dalla Camera e, proprio per questo, necessita di una nuova approvazione.
La discussione sulle preferenze è stata uno dei passaggi più delicati dell’iter parlamentare. L’emendamento approvato al Senato prevede fino a tre preferenze e l’alternanza di genere, mentre il capolista resta escluso dal meccanismo della preferenza.
Se la Camera approverà il testo nella formulazione uscita dal Senato, l’Italia si troverà quindi davanti a un sistema profondamente diverso da quello utilizzato nelle ultime elezioni politiche: via i collegi uninominali, maggiore peso del proporzionale, premio di maggioranza al 42 per cento e ritorno delle preferenze, seppure con il mantenimento del capolista bloccato.
La questione non riguarda soltanto il modo in cui saranno distribuiti i seggi. Riguarda anche chi avrà maggiore possibilità di incidere sulla scelta dei parlamentari: il partito, attraverso la composizione delle liste, o l’elettore, attraverso le preferenze.
Ed è proprio su questo equilibrio che si concentra una parte importante del dibattito sulla nuova legge elettorale.
Infatti, in fondo, una legge elettorale non stabilisce soltanto come si trasformano i voti in seggi. Stabilisce anche quanto spazio resta all’elettore nella scelta di chi lo rappresenterà. Ed è proprio su questo terreno che la nuova riforma introduce il cambiamento più significativo.