A oltre un anno e mezzo da quella sera che sconvolse Cosenza e tenne per ore con il fiato sospeso un'intera città, Rosa Vespa torna a parlare del rapimento della neonata avvenuto il 21 gennaio 2025 nella clinica Sacro Cuore. Lo ha fatto davanti alle telecamere di Dentro la notizia, il programma di Canale 5 condotto da Gianluigi Nuzzi, raccontando il percorso intrapreso dopo quanto accaduto.

La donna ha spiegato di avere oggi una maggiore consapevolezza dei fatti e delle conseguenze provocate. Da mesi sta seguendo un percorso psicoterapeutico presso il Centro di salute mentale di Cosenza, nel tentativo, come lei stessa ha raccontato, di affrontare le difficoltà e le ferite ancora aperte.

«Non avevo pianificato il rapimento»

Uno dei passaggi centrali dell'intervista riguarda proprio quella sera. Vespa continua infatti a sostenere di non avere pianificato nei dettagli il sequestro della bambina, una ricostruzione che si confronta però con quanto emerso nel procedimento giudiziario.

La donna ha raccontato di essersi aggirata all'interno della clinica senza essere fermata e sostiene che l'idea di prendere la neonata sarebbe maturata soltanto in quel momento. Ha descritto quei minuti come confusi, quasi estranei alla propria consapevolezza.

Nel corso del processo, tuttavia, la perizia psichiatrica disposta dal Tribunale aveva stabilito che Rosa Vespa, al momento dei fatti, era capace di intendere e di volere.

La vicenda risale alla sera del 21 gennaio 2025. Dopo avere simulato per circa nove mesi una gravidanza, ingannando anche familiari e marito, Vespa entrò nella clinica privata cosentina e portò via una neonata di appena un giorno. La piccola venne fortunatamente ritrovata poche ore più tardi dalla Polizia nell'abitazione della donna.

Il marito e quella gravidanza mai esistita

Nel corso dell'intervista Rosa Vespa è tornata anche sul ruolo del marito, Moses Omogo, che inizialmente era stato coinvolto nelle indagini ma la cui posizione è stata successivamente archiviata dopo che gli accertamenti avevano evidenziato la sua estraneità al piano.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l'uomo era convinto che la moglie avesse realmente partorito e che quella sera stessero andando in clinica a prendere il loro bambino.

Vespa ha raccontato che il marito le è rimasto accanto anche dopo la scoperta della verità e dopo l'inizio della vicenda giudiziaria, comprendendo, secondo le sue parole, il momento di grave difficoltà che stava attraversando.

Il tentativo di contattare la madre della bambina

C'è poi un altro passaggio delicatissimo: il rapporto con la famiglia della neonata. Vespa ha rivelato di avere tentato di contattare la madre della piccola, senza però riuscire, almeno fino ad oggi, ad arrivare a un incontro.

La donna ha detto di comprendere il dolore provocato alla famiglia e di essere disponibile a confrontarsi con la madre della bambina qualora quest'ultima decidesse un giorno di incontrarla.

Una ferita, quella provocata dal rapimento, che per i genitori della neonata ha rappresentato un incubo fortunatamente durato soltanto poche ore, grazie al rapido intervento degli investigatori.

La condanna e il percorso terapeutico

Nel marzo 2026 Rosa Vespa è stata condannata in primo grado a cinque anni e quattro mesi di reclusione per sequestro di persona, al termine del processo celebrato con rito abbreviato. Il giudice ha riconosciuto le attenuanti generiche e disposto anche una provvisionale in favore della famiglia della bambina.

Successivamente il Tribunale di Cosenza ha modificato la misura cautelare nei suoi confronti: dall'obbligo di dimora a Castrolibero e di presentazione alla polizia giudiziaria è rimasto il solo obbligo di presentazione due volte alla settimana.

Oggi Vespa dice di avere accantonato anche il desiderio di maternità che aveva accompagnato la sua storia. La priorità, racconta, sarebbe un'altra: ricostruire lentamente la propria vita, continuare il percorso terapeutico e provare a fare i conti con le conseguenze di quanto accaduto.

Una storia che, a distanza di oltre un anno e mezzo, continua inevitabilmente a interrogare non soltanto sul gesto compiuto quella sera, ma anche sui controlli che permisero a una persona estranea di muoversi all'interno di una struttura sanitaria fino a portare fuori una neonata di appena un giorno.