Qualità chiude

A questo punto dell’inchiesta il paradosso è ormai evidente. La Calabria produce qualità. Lo dicono i riconoscimenti, lo raccontano le etichette, lo confermano i consumatori che scelgono quei prodotti sugli scaffali. Eppure, nello stesso tempo, le aziende chiudono, i laboratori si svuotano, le stalle si riducono, i giovani rinunciano.

La domanda, allora, non è più se la qualità esista. La domanda è un’altra, molto più scomoda: perché la qualità, da sola, non riesce a garantire la sopravvivenza economica di chi la produce?

Ed è qui che la questione smette di essere solo alimentare. Diventa sociale. Diventa strutturale.

La qualità ha un costo, ma non sempre un prezzo

Produrre qualità non è una scelta neutra. È una scelta che comporta costi più alti, tempi più lunghi, margini di errore più ridotti.

Significa investire in materie prime migliori, in controlli più frequenti, in lavorazioni meno standardizzate. Significa rinunciare, spesso, alle scorciatoie. Il problema è che il mercato non sempre remunera questa scelta.

La qualità viene riconosciuta sul piano narrativo, ma sul piano economico resta spesso compressa dentro prezzi che non tengono conto del lavoro reale che c’è dietro.

Così accade che “fare bene” diventi un costo aggiuntivo, non un vantaggio competitivo.

Il peso dei costi invisibili

Oltre ai costi diretti di produzione, esistono costi che raramente finiscono nei racconti pubblici, ma che incidono pesantemente sui bilanci aziendali. Burocrazia, adempimenti, certificazioni, consulenze, adeguamenti strutturali, controlli incrociati.

Tutti elementi legittimi. Tutti necessari per garantire sicurezza e tracciabilità. Ma che, sommati, costruiscono una soglia di accesso sempre più alta.

Per le aziende più strutturate questi costi vengono assorbiti. Per le piccole realtà, invece, diventano un peso sproporzionato, soprattutto quando il prezzo riconosciuto al prodotto non cresce di pari passo.

Il tempo come fattore economico sottovalutato

C’è un altro elemento che spesso non viene contabilizzato: il tempo. Tempo speso per produrre in modo corretto. Tempo speso per adeguarsi alle regole. Tempo sottratto al lavoro vero per gestire carte, scadenze, verifiche. Il tempo, per una piccola azienda, è una risorsa limitata.

E quando il tempo dedicato alla produzione diminuisce a favore del tempo dedicato alla gestione, la sostenibilità economica si riduce.

Questo è uno dei motivi per cui molte realtà, pur lavorando bene, arrivano a un punto di saturazione: non perché non sappiano produrre, ma perché non riescono più a reggere il sistema.

La dimensione conta più della qualità

In un mercato dove i costi fissi aumentano e i margini restano bassi, la dimensione diventa decisiva. Chi è più grande ha più strumenti: diluisce i costi, assorbe gli imprevisti, negozia condizioni migliori. Chi è piccolo, invece, resta esposto.

E qui emerge una dinamica pericolosa: il sistema tende a premiare la scala, non la qualità. Non perché la qualità non conti, ma perché non è sufficiente a compensare la mancanza di volume, struttura e potere contrattuale.

Il paradosso dell’eccellenza fragile

La Calabria è piena di eccellenze fragili. Prodotti riconosciuti, apprezzati, richiesti. Ma aziende che faticano a trasformare questo apprezzamento in stabilità economica. È un paradosso che si ripete: l’eccellenza viene celebrata, ma non protetta. Diventa un patrimonio simbolico, non un asset economico.

E quando l’eccellenza non regge sul piano economico, succede una cosa precisa: si spegne. Senza rumore, senza scandali. Semplicemente, smette di esistere.

La chiusura come scelta obbligata, non come fallimento

Molte chiusure non sono il risultato di errori clamorosi. Sono il risultato di una somma di pressioni: margini bassi, costi alti, incertezze, fatica accumulata. A un certo punto, continuare diventa più rischioso che fermarsi. E così la chiusura non è un fallimento, ma una scelta di sopravvivenza personale.

Il problema è che ogni chiusura porta via competenze, tradizioni, presidio del territorio. E questo impoverisce non solo l’economia, ma la comunità.

Qualità senza tutela è una promessa vuota

Se la qualità non viene tutelata economicamente, diventa una promessa vuota. Serve a raccontare un territorio, ma non a mantenerlo vivo.

In questo senso, il problema non è la mancanza di qualità. È la mancanza di meccanismi che la rendano sostenibile.

Senza questi meccanismi, la selezione è inevitabile: restano solo i più grandi, i più integrati, quelli capaci di trasformare la qualità in marketing e volume.

Un rischio sistemico per la Calabria

Per una regione come la Calabria, questo rischio è particolarmente alto. Perché gran parte del valore agricolo e alimentare nasce proprio da piccole e medie realtà, spesso radicate nei territori interni, lontane dalle grandi infrastrutture.

Se queste realtà scompaiono, la Calabria perde non solo aziende, ma pezzi di identità produttiva. E recuperarle, una volta perse, è quasi impossibile.

La domanda che non può più essere evitata

Arrivati a questo punto, la domanda non è più se la qualità sia importante. La domanda è: chi la difende davvero, quando non conviene?

Se il sistema non riesce a proteggere chi produce bene, allora la qualità resta un valore narrativo, non una strategia di sviluppo.