L'edizione quattordici del Color Fest
L'edizione quattordici del Color Fest

A circa 6 kilometri dall’aeroporto di Lamezia Terme andando verso il mare, lì dove un’eco di miti omerici e nomi di ninfe pervade la toponomastica, si estende una spiaggia sabbiosa, ampia e lunga, divisa in porzioni da foci di torrenti. Nessuno sa precisamente dove si collochi la spiaggia solitaria cantata da Battiato ma certamente quella in cui si è svolta la XIV edizione del Color Fest ci si avvicina molto.

Il Lungomare Falcone-Borsellino diventa un ecosistema-festival

Il Festival- tenutosi dall’11 al 13 agosto- sceglie dunque per il secondo anno consecutivo il Lungomare Falcone-Borsellino che apre la sua scenografia al palco principale, sul mare, snodandosi fin dentro alla pineta che si trova alle spalle. Un vero e proprio ecosistema-festival provvisto di aree eccentriche ai palchi, il lido e il campeggio, l’area market con gli stand e la possibilità di scegliere attivamente l’esperienza in comunione con i luoghi.

Il primo giorno tra Gaia Banfi, C’mon Tigre, Apparat e Holden

Il palinsesto musicale non è stato da meno mantenendo tutte le promesse, ad iniziare dal primo torrido giorno aperto dai synth atmosferici di Gaia Banfi nella pineta per procedere verso i molteplici trascinanti ritmi dei C’mon Tigre che apparecchiano tutto alla perfezione per il primo attesissimo tramonto sulla Riviera. La notte è per Apparat che alza un muro di superbe distorsioni e riverberi punteggiati da vocalizzi malinconici, il pubblico è grato e sa che non lo dimenticherà. Chiusura nel migliore dei “mondi” possibili sul tappeto volante di James Holden e Zimpel: fumi di incenso, echi rileyani e una fusione di suoni dall’intreccio perfetto.

Sébastien Tellier
Sébastien Tellier

L’alba con Cosmo e il tramonto di Sèbastien Tellier

Sveglia con l’alba il giorno successivo, per chi ha dormito e per chi no c’è il concerto al mattino di Cosmo, l’atmosfera è quella del più caldo degli abbracci, tutto però si sta preparando per quello che non sarà un tramonto come gli altri. Il cielo è già carico di tensione quando Sèbastien Tellier col suo giubbotto blu tempestato di strass sale sul palco con l’aria nonchalant di chi è ben cosciente di quello che può fare, e così infatti il tocco-Tellier inonda il pubblico dalla prima nota seguita dalle molte altre che suoneranno i suoi straordinari musicisti, il cielo si fa rosso mentre dal microfono Tellier inizia una dedica: à Kavinsky. Parte Nightcall, parte l’eclissi e gli aerei dietro al palco, Venere è luminosissima, lo spazio-tempo inverte le coordinate e il pubblico è accarezzato verso l’atterraggio, planando, non si sa bene come, sulla terra ferma. La serata prosegue vorticosamente con Tuttifenomeni e gli Zen Circus incendiari, uno scalmanato stage diving di Appino sembra ricordare a tutti che si possono avere vent’anni per sempre.

La pioggia, Dimartino e il gran finale

Il terzo e ultimo giorno iniziato con una pioggia di woodstockiana memoria si apre nella pineta con l’officio di Mai Mai Mai in un’atmosfera di cupo, profondo esotismo ed echi di ritualità ancestrali, propiziatorio per l’apertura del cielo. Il tramonto sul palco infatti arriva senza nuvole con Dimartino e i fratelli Trabace che orchestrano un concerto intimo e corale al tempo stesso, pieno di saudade e ironia palermitana, il pubblico ricambia cantando dalla prima all’ultima strofa. Il gran finale si prepara con due gruppi fenomenali: Deadletter e Django Django, chitarre affilate, ritmi indiavolati, attitudine punk, energia traboccante, psichedelia. Tra i due, la La Niña sul palco principale riporta il baricentro a sud. Chiude le danze Okgiorgio che fa impazzire la pista con i suoi melange elettronici, la pineta diventa un club a cielo aperto seguito dai dj resident che danno l’arrivederci all’anno prossimo.

Diecimila persone sulla Riviera dei Tramonti

Il sipario cala su questa riuscitissima edizione con il risultato di aver portato diecimila persone nella Riviera dei Tramonti e registrando il tutto esaurito nei b&b della zona. Amici di vecchia data, persone conosciute dopo un live, chi non sapeva cosa aspettarsi dalla Calabria ma è venuto lo stesso, con il diretto estivo, con il treno, con il pullman, con un passaggio: la voglia di esserci e vedere le cose accadere ancora una volta di una comunità che ogni anno si riconosce attorno al Festival.

Quel grido era la musica

Dopo una simile esperienza verrebbe da pensare che allora è possibile anche a Lamezia Terme, è davvero possibile anche a queste latitudini, su queste spiagge, pinete, lungomare, luoghi abituati a non essere altro che fatti di cronaca, è possibile anche qui la partenza verso un modo contemporaneo di abitare i luoghi che ci appartengono.

Verso sera per il Cafarone di tanto in tanto un grido copriva le distanze, c’eravamo e l’abbiamo sentito tutti: era la musica.