Acqua agricoltura calabria
Acqua agricoltura calabria

La Calabria non è semplicemente una regione che ha poca acqua. Il problema è più complesso: l’acqua esiste, ma non si trova sempre dove serve, non viene accumulata a sufficienza e soprattutto non raggiunge tutte le aziende agricole attraverso reti efficienti e affidabili. È questa la vera geografia dell’irrigazione calabrese, fatta di grandi pianure agricole servite da infrastrutture pubbliche, comprensori dove l’acqua arriva a turni e vaste aree nelle quali l’agricoltore deve provvedere autonomamente, spesso attraverso pozzi e prelievi da corsi d’acqua.

I numeri aiutano a comprendere la dimensione del problema. Secondo le elaborazioni del CREA sui dati Istat relativi al 2020, in Calabria la Superficie agricola utilizzata è di circa 538.160 ettari, ma quella irrigabile si ferma a 104.816 ettari. Gli ettari effettivamente irrigati sono ancora meno: 61.895, poco più dell’11% dell’intera SAU regionale. Le aziende con una superficie irrigabile sono 29.065 su oltre 98mila aziende agricole complessive.

L’acqua dei Consorzi arriva solo su una parte dei terreni

Il dato più significativo riguarda però da dove arriva l’acqua. Dei circa 62mila ettari effettivamente irrigati, appena 23.263 utilizzano l’irrigazione collettiva, cioè acqua fornita attraverso acquedotti, Consorzio di bonifica o altri enti irrigui. Circa 38.633 ettari dipendono invece dall’approvvigionamento autonomo. In termini percentuali, soltanto il 38% della superficie irrigata utilizza il sistema collettivo; un altro 38% ricorre alle acque sotterranee, il 15% alle acque superficiali e il restante 9% ad altre fonti.

Significa che, per moltissime aziende calabresi, irrigare continua a voler dire avere un pozzo, una sorgente, una possibilità di prelievo o una propria infrastruttura aziendale. Dove queste condizioni non esistono, oppure dove una falda si abbassa o un corso d’acqua riduce la portata durante l’estate, la vulnerabilità cresce rapidamente.

123 comprensori irrigui, ma le reti sono utilizzate solo in parte

La contraddizione emerge ancora più chiaramente osservando le infrastrutture pubbliche. Il Consorzio di Bonifica della Calabria, nato con la riforma del 2023, è oggi il principale soggetto responsabile dell’irrigazione collettiva regionale e gestisce 123 comprensori irrigui derivanti dal sistema dei precedenti undici Consorzi.

Secondo il CREA, gli schemi irrigui consortili dispongono complessivamente di una superficie attrezzata stimata in circa 82.500 ettari, ma gli ettari realmente irrigati attraverso il sistema collettivo sono poco più di 23mila. L’indice di utilizzazione degli impianti resta quindi inferiore al 28%. Tra le cause indicate figurano l’età delle infrastrutture, la presenza di reti ancora basate in molti casi su canali a superficie libera e la difficoltà di adattarle ai moderni sistemi aziendali di irrigazione a pressione.

È probabilmente questo uno dei dati che meglio racconta il paradosso calabrese: non basta costruire una rete perché l’acqua arrivi effettivamente nei campi.

La Piana di Sibari: tanta agricoltura, ma l’acqua resta una variabile decisiva

Il Nord della Calabria ospita alcuni dei comprensori agricoli più importanti della regione. Piana di Sibari, Media Valle del Crati, Pollino e area del Lao rappresentano territori dove ortofrutta, agrumi e coltivazioni specializzate hanno bisogno di disponibilità idrica regolare.

Proprio la Piana di Sibari dimostra però che essere dentro una grande area irrigua non significa essere al riparo dalla crisi. Nell’agosto 2026 un’interrogazione depositata in Consiglio regionale ha portato all’attenzione della Regione le difficoltà registrate negli agrumeti di Corigliano-Rossano, denunciando turnazioni che in alcune zone avrebbero consentito l’erogazione dell’acqua appena una volta ogni quindici giorni, con forti preoccupazioni per lo stress delle piante e la produzione.

Anche la programmazione nazionale conferma quanto il tema sia strategico. Nel Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico è inserita la diga sul torrente Grondo, nel territorio di Altomonte: un invaso progettato anche per garantire soccorso irriguo a circa 8.500 ettari della Piana di Sibari esposti alle carenze idriche durante le fasi siccitose.

Dal Crotonese alla fascia ionica catanzarese

Scendendo verso il centro della regione si incontrano altri poli agricoli dove l’irrigazione rappresenta un fattore fondamentale: Valle del Neto, Crotonese, Capo Colonna e fascia ionica catanzarese.

Qui il problema è spesso legato allo stato delle condotte. Nell’aprile 2026 sono stati avviati lavori di manutenzione straordinaria su oltre due chilometri di rete che serve 2.380 ettari nei territori di Catanzaro, Cropani, Botricello, Sellia Marina, Andali e Belcastro, nei comprensori Alli-Tacina e Alli-Copanello. L’intervento, finanziato con 6 milioni di euro, utilizza la tecnica del relining per recuperare le vecchie tubazioni senza sostituirle integralmente.

Il dato dice molto più del singolo cantiere: nelle aree agricole calabresi una parte decisiva della battaglia per l’acqua si gioca dentro tubazioni costruite decenni fa. Ogni perdita, rottura o riduzione della pressione diventa immediatamente un problema per le aziende a valle.

Lamezia e Vibo, dove contano fiumi e grandi derivazioni

Sul versante centrale tirrenico esistono comprensori serviti attraverso importanti derivazioni superficiali. Per la stagione irrigua 2026 la Regione ha autorizzato, tra gli altri, prelievi dal torrente Bagni a Lamezia Terme per oltre 508 ettari e dal fiume Savuto per circa 825 ettari. Nell’area vibonese, la derivazione dal fiume Angitola interessa invece una superficie irrigua di oltre 3.560 ettari.

Sono esempi di territori nei quali l’acqua collettiva esiste e può sostenere superfici agricole significative. Ma anche qui la disponibilità finale dipende dalle portate stagionali, dalla manutenzione, dalla capacità di accumulo e dall’efficienza con cui l’acqua viene trasportata fino alle singole aziende.

Nel Reggino una rete più frammentata

Più a sud la geografia cambia ancora. La Piana di Gioia Tauro, la Locride, la vallata del Torbido, l’area dell’Amendolea e dello Stretto comprendono produzioni agricole di enorme valore, dagli agrumi all’olivicoltura, ma presentano sistemi di approvvigionamento molto differenziati.

Per il 2026, ad esempio, la Regione ha autorizzato una derivazione dal Torbido, tra Grotteria e Mammola, destinata all’irrigazione di circa 600 ettari. Nell’area ionica reggina sono inoltre in corso investimenti sulle reti dell’Amendolea e della La Verde, con interventi di sostituzione delle condotte.

Anche in questo territorio, però, il ricorso all’approvvigionamento aziendale rimane fondamentale. È la dimostrazione di come, soprattutto fuori dalle grandi pianure, la presenza di una rete irrigua strutturata diventi progressivamente più discontinua.

Chi sta fuori dalle reti è il vero punto debole

La distinzione fondamentale non è quindi soltanto tra province o tra costa ionica e tirrenica. La vera linea di confine passa tra aziende inserite in comprensori dotati di una rete efficiente e aziende che devono cercarsi l’acqua da sole.

Le aree collinari, i piccoli fondovalle e le aziende isolate sono spesso quelle maggiormente dipendenti da pozzi, sorgenti e piccoli prelievi. Un sistema che può funzionare negli anni favorevoli ma che diventa fragile quando si susseguono mesi senza precipitazioni, aumenta il costo dell’energia per il pompaggio oppure si abbassa il livello delle falde.

Il problema non riguarda soltanto la Calabria. I dati Istat relativi al 2024 indicano che il 97,5% delle aziende agricole del Sud segnala difficoltà legate all’irrigazione, mentre nelle regioni meridionali l’autoapprovvigionamento continua ad avere un peso molto maggiore rispetto al Nord.

Il paradosso calabrese: acqua disponibile e campi che restano a secco

È qui che emerge la vera questione. La Calabria possiede montagne, fiumi, invasi, falde e una rete di infrastrutture irrigue estesa, ma la disponibilità naturale della risorsa non coincide con la disponibilità agricola.

Tra una diga e un agrumeto ci sono opere di presa, condotte, vasche, impianti di sollevamento, manutenzione, energia, misuratori e turnazioni. Se uno solo di questi passaggi non funziona, l’acqua può essere presente nel territorio e contemporaneamente mancare nel campo.

Nel maggio 2026 la Regione ha riferito che il Consorzio di Bonifica aveva 14 interventi PNRR sulle infrastrutture irrigue ormai in fase di collaudo, con progetti finalizzati anche a misurazione delle portate, telecontrollo e maggiore efficienza della distribuzione.

La sfida non è trovare altra acqua, ma governare quella che c’è

La geografia dell’irrigazione calabrese racconta quindi una regione divisa. Da una parte ci sono le grandi pianure agricole, dove esistono infrastrutture collettive ma dove vetustà, perdite e carenze stagionali possono comunque determinare emergenze. Dall’altra esiste una vasta agricoltura che dipende direttamente dalla capacità del singolo imprenditore di procurarsi la risorsa.

I numeri indicano la strada: su quasi 105mila ettari potenzialmente irrigabili, nel 2020 ne venivano effettivamente irrigati meno di 62mila. E soltanto 23mila attraverso il sistema collettivo. Il divario da colmare, dunque, non è soltanto quello tra acqua disponibile e acqua consumata. È quello tra risorsa presente sul territorio e capacità di portarla, con continuità e costi sostenibili, fino alle radici delle colture.

Per l’agricoltura calabrese il futuro passa da qui: accumulare meglio l’acqua nei periodi in cui c’è, ridurre le perdite, rendere le reti compatibili con l’irrigazione di precisione e diminuire la dipendenza dai pozzi. Perché, sempre più spesso, la differenza tra un’azienda che può programmare il raccolto e una costretta a sperare nella pioggia non la fa il terreno. La fa il tubo dell’acqua che arriva, oppure non arriva, davanti al campo.