Una sfilata di moda
Una sfilata di moda

La parabola discendente del settore dell’alta moda non è più una semplice flessione congiunturale, ma l’inizio di un riassestamento strutturale.

I dati inerenti ai colossi del comparto, con LVMH in testa — capace di perdere oltre la metà della propria capitalizzazione rispetto ai vertici del 2023 —, mostrano una voragine contabile che nasconde una frattura sociale: la fuga di circa 60 milioni di consumatori a livello globale.

A voltare le spalle alle vetrine dorate è soprattutto la classe media, il bacino dei cosiddetti «acquirenti aspirazionali», storicamente propulsori dei volumi di vendita grazie all'acquisto dell'accessorio d'ingresso, dal portafoglio alla borsa ricamata.

Prezzi sempre più alti e consumatori sempre più lontani

Negli ultimi anni, la strategia della maggior parte dei conglomerati è stata lineare quanto spietata: compensare la contrazione dei volumi aumentando in modo esponenziale i prezzi di listino, giustificando tali rincari con presunte esclusive di posizionamento, inflazione delle materie prime e una narrazione sull'artigianalità quasi sacrale.

Tuttavia, il giochino matematico si è spezzato. L’inflazione reale ha eroso il potere d'acquisto dei ceti medi, mentre l’aumento ingiustificato dei prezzi ha finito per disincantare il pubblico. Ma c’è un fattore ancora più dirompente che sta incrinando la percezione del valore: il corto circuito tra i prezzi al pubblico e la realtà dei costi di produzione.

Le ombre della filiera produttiva

Le recenti inchieste giudiziarie sull’amministrazione giudiziaria di diverse società collegate ai grandi marchi della moda hanno portato alla luce un sistema sommerso di subappalti e fasonisti operanti in condizioni di caporalato e sfruttamento della manodopera. Borse messe in vendita negli showroom a 2.500 o 3.000 euro sono risultate prodotte da laboratori terziarizzati per poche decine di euro, con operativi costretti a turni estenuanti e retribuzioni irrisorie.

La voragine tra prezzo e valore reale

Questo divario tra il costo industriale e il prezzo al dettaglio non rappresenta soltanto un eccezionale margine operativo lordo da esibire nelle trimestrali ad uso e consumo degli azionisti; costituisce una voragine etica. Il consumatore aspirazionale, oggi sempre più informato e disilluso, si pone una domanda inevitabile: cosa sta pagando esattamente? Non l'eccellenza della filiera, non la dignità del lavoro manifatturiero, né la qualità intrinseca del materiale, bensì l’ipertrofia dei budget di marketing, gli ingaggi milionari degli ambassador e la remunerazione di catene societarie sempre più finanziarizzate.

Il piccolo artigianato schiacciato dai grandi gruppi

Il modello industriale che ha dominato gli ultimi vent'anni ha strozzato il piccolo tessuto imprenditoriale. Le piccole e medie imprese artigiane, spina dorsale del Made in Italy e dell’eccellenza manifatturiera europea, sono state schiacciate da politiche d'acquisto basate sul massimo ribasso e sull'imposizione di volumi asimmetrici, prive di potere contrattuale di fronte ai giganti del settore. Quando la catena del valore viene saturata a monte per concentrare tutto il profitto a valle, il sistema perde stabilità patrimoniale e morale.

Le domande che il settore non può più evitare

La crisi di consensi e di fatturato che sta colpendo il lusso pone dunque interrogativi non più rinviabili:

- Sostenibilità dei margini: È ancora sostenibile un modello di business fondato su markup che superano il 1000% rispetto al costo reale di produzione, a fronte di filiere opache?

- Redistribuzione del valore: È ipotizzabile il ritorno a un’etica commerciale in cui una quota del margine stratosferico delle maison venga reiniettata direttamente nella filiera produttiva, garantendo salari dignitosi e margini equi ai fasonisti?

- Trasparenza del prezzo: Il consumatore del futuro accetterà ancora di finanziare la mera speculazione sul brand, o pretenderà una "tracciabilità del valore" che certifichi l'assenza di sfruttamento lungo tutta la catena di fornitura?

Senza una svolta etica, la fuga rischia di diventare definitiva

Senza un drastico ripensamento etico e un ridimensionamento delle pretese d'incasso, la fuga della classe media non sarà temporanea. Per riconquistare i milioni di clienti perduti non basterà abbassare lievemente i listini, ma occorrerà restituire dignità al lavoro produttivo, garantendo che dietro il concetto di "eccellenza" non si nasconda semplicemente una spietata estrazione di valore ai danni degli ultimi.