Novellame
Novellame

Il blitz c’è stato, ed è stato anche vistoso. Decine e decine di chili di novellame sequestrati lungo le coste calabresi, reti illegali recuperate, sanzioni elevate, pescatori fermati. Le immagini raccontano sempre la stessa storia: piccoli pesci ammassati, destinati a finire nei piatti prima ancora di diventare adulti. Una pratica vietata, dannosa, perseguita. Fin qui tutto chiaro.

Poi, però, basta entrare in un supermercato per rendersi conto che la storia non è così lineare. Perché sugli scaffali, nei banchi frigo o nei freezer, compare regolarmente qualcosa che assomiglia molto al novellame. Piccolo, trasparente, bianco. Venduto con nomi che evocano tradizione e mare. E allora la domanda, inevitabile, torna a galla: se non è novellame vero di acciughe e sarde, cosa sarà mai? Una cosa è certa: non è rosamarina.

Il blitz in mare e il messaggio ufficiale

Le operazioni di controllo svolte nelle ultime settimane in Calabria hanno riportato l’attenzione su una pratica che le autorità contrastano da anni. Il novellame di sardina e acciuga è vietato perché colpisce direttamente la capacità di riproduzione delle specie e impoverisce il mare prima ancora che il pescato possa diventare risorsa economica stabile.

Il messaggio istituzionale è chiaro e condivisibile: tutelare il futuro della pesca significa impedire scorciatoie che garantiscono guadagni immediati ma lasciano il deserto domani. Per questo il sequestro non riguarda solo la pesca, ma anche la detenzione e la commercializzazione. In teoria, nessuna ambiguità.

Il corto circuito che nasce sugli scaffali

Il problema nasce subito dopo, quando il cittadino-consumatore incrocia una realtà apparentemente contraddittoria. Da un lato il blitz, dall’altro un prodotto che visivamente ricorda proprio ciò che viene sequestrato.

E qui il ragionamento diventa scomodo. Perché il consumatore medio non ha il manuale della normativa europea nel carrello. Ragiona per associazioni semplici: se sembra novellame, se viene cucinato come novellame, se viene raccontato come “qualcosa di simile”, allora nella percezione lo diventa.

Ma se non è novellame di sardina o acciuga, allora cos’è? La risposta, spesso, non arriva in modo chiaro. E quel silenzio informativo è il vero problema.

Chiariamo subito cosa non è. Non è rosamarina

C’è una precisazione fondamentale da fare, perché il termine viene spesso tirato in ballo a sproposito. Quello che si trova nei supermercati non è rosamarina.

La rosamarina, o bianchetto tradizionale, è legata storicamente proprio al novellame di acciughe e sardine, ed è per questo che oggi è vietata. Continuare a usare quel nome, anche solo evocandolo, significa alimentare una confusione che non ha più alcuna base legale né scientifica.

Quindi no: se è in vendita, non può essere rosamarina, perché la rosamarina non è più commercializzabile. Il problema è che spesso non viene spiegato chiaramente cosa sia invece.

Il gioco delle somiglianze

Esistono specie diverse, di piccole dimensioni, o prodotti importati, che per aspetto ricordano il bianchetto ma non lo sono. Alcuni sono legali, altri lo sono solo se correttamente etichettati, altri ancora vivono in una zona grigia fatta di nomi commerciali poco comprensibili.

Il punto non è l’esistenza di alternative. Il punto è come vengono presentate. Quando l’informazione è completa, il consumatore sceglie consapevolmente. Quando invece il prodotto viene lasciato volutamente in una zona di ambiguità, la scelta diventa un atto di fede. E la fede, nel mercato alimentare, è un pessimo sostituto della trasparenza.

Novellame in scatola
Novellame in scatola

I pescatori sequestrati, il cittadino confuso

Ed è qui che nasce la sensazione di una sproporzione difficile da ignorare. Il pescatore sorpreso con il novellame viene colpito duramente, come previsto dalla legge. Il messaggio è pubblico, esemplare, visibile.

Il cittadino, però, vede un’altra scena quotidiana: prodotti simili, venduti senza grandi spiegazioni, come se il problema fosse solo “chi li prende in mare” e non anche “come e cosa arriva sul mercato”.

Non è una questione di due pesi e due misure sul piano giuridico. È una questione di percezione di coerenza. E senza coerenza, anche la migliore azione repressiva perde forza.

Se è legale, allora spiegatelo

La riflessione centrale è tutta qui. Se il prodotto è legale, allora va spiegato chiaramente. Se non è novellame di sardina o acciuga, va scritto in modo comprensibile. Se non è rosamarina, va detto senza equivoci.

Perché il consumatore non dovrebbe essere costretto a distinguere tra specie, denominazioni commerciali e zone di cattura come se stesse preparando un esame universitario mentre fa la spesa.

Il rischio di una battaglia dimezzata

Il rischio, altrimenti, è evidente. Si combatte il novellame in mare ma si lascia vivere l’idea del novellame a terra. Si sequestra il prodotto reale, ma si alimenta il mito attraverso surrogati poco spiegati.

E così il blitz resta una notizia, mentre la domanda culturale resta intatta. Una domanda che continua a spingere qualcuno a pescare illegalmente e qualcun altro a comprare senza capire davvero cosa stia acquistando.

La vera tutela passa dalla chiarezza

Se la Calabria vuole davvero difendere il proprio mare, non può limitarsi alle operazioni spettacolari. Deve pretendere una filiera leggibile, trasparente, coerente.

Perché se non è novellame vero di acciughe e sarde, allora va detto chiaramente cos’è.

E soprattutto va detto cosa non è. Non è rosamarina. Non è bianchetto tradizionale. Non è una furbata lessicale.

Finché questa chiarezza non diventerà la norma, il blitz resterà necessario ma incompleto. E il cittadino continuerà a pagare il prezzo più alto: quello della confusione.