Scaffali vuoti in Calabria
Scaffali vuoti in Calabria

Gli scaffali cominciano a svuotarsi anche nei supermercati di Cosenza. Scarseggiano frutta, verdura e latte fresco: il fermo degli autotrasportatori rallenta le consegne e le conseguenze arrivano sulla spesa quotidiana. Ma prima di prendersela con chi protesta, bisognerebbe guardare quello che accadeva già prima dei blocchi. Uno scaffale pieno non basta a dire che tutto funziona, se una famiglia non può permettersi quello che contiene. È il punto che rischia di scomparire nel racconto dei disagi. La merce può essere disponibile e restare fuori dalla portata di chi deve contare ogni euro. Una spesa fatta di rinunce, quantità ridotte, prodotti rimessi a posto perché costano troppo. Anche con i camion regolarmente in viaggio, il problema di arrivare alla fine del mese rimane.

A pagare sono le famiglie e non solo

Le famiglie pagano caro, ma a chi produce arriva soltanto una piccola parte di quella spesa. Per i pomodori, a settembre il prezzo medio all’origine era di 1 euro al chilo, contro i 5 euro al supermercato: cinque volte tanto. Le pesche pagate all’agricoltore 70 centesimi al chilo e vendute a 3,50 euro costano anch’esse cinque volte tanto; le mele Golden che passano da 40 centesimi a 3 euro raggiungono sette volte e mezzo il prezzo riconosciuto al produttore. È questa la contraddizione che unisce chi protesta e chi fa la spesa: prezzi bassi per chi coltiva, prezzi alti per chi compra. Gli agricoltori sono schiacciati tra quanto incassano vendendo i prodotti e quanto spendono per produrli: gasolio per i mezzi, energia per gli impianti e l’irrigazione, fertilizzanti. A questo aggiungono le denunce sulla concorrenza delle importazioni e sui danni provocati dalla fauna selvatica. Chiedono interventi sui costi e sulla filiera, perché lavorare la terra non significhi vendere in perdita. Per gli autotrasportatori il caro gasolio si somma a tariffe che non tengono il passo con le spese di gestione. La richiesta è di ridurre il peso del carburante e adeguare i compensi ai costi effettivi del trasporto: continuare a far viaggiare i camion deve consentire alle imprese di restare in piedi. A Cosenza si sono uniti ai presidi anche gli studenti contro il caro affitti. Il pieno, il raccolto, una stanza e la spesa diventano così parti della stessa protesta: non si riesce più a sostenere il costo della vita e del lavoro.

Banconi vuoi nei supermercati
Banconi vuoi nei supermercati

La colpa non è di chi manifesta

Attribuire la colpa degli scaffali vuoti a chi manifesta significa fermarsi all’ultimo anello della catena. Il camion fermo si vede, il prodotto che manca pure. Restano sullo sfondo i conti di chi quel camion deve metterlo in viaggio e le difficoltà di chi produce ciò che arriva sulle nostre tavole. Eppure la protesta nasce lì, quando continuare a lavorare alle stesse condizioni diventa insostenibile. I disagi sono reali e colpiscono anche chi ha già abbastanza problemi. Per questo la responsabilità politica pesa su chi governa e deve affrontare il caro vita e il caro carburanti. Chiedere pazienza, aspettando che i presidi si sciolgano, significa lasciare il conto a lavoratori, piccoli produttori, famiglie, pensionati e studenti. Chi ha il potere di intervenire deve rispondere delle condizioni che hanno portato tanta gente a fermarsi. Mettere consumatori e manifestanti gli uni contro gli altri serve soltanto a spostare il bersaglio. Chi fatica a fare la spesa e chi non riesce più a sostenere i costi del proprio lavoro hanno ragioni per stare dalla stessa parte. Far ripartire le consegne è necessario, ma se la merce torna sugli scaffali e le famiglie continuano a non potersela comprare, il problema resta. Gli scaffali vuoti fanno notizia. Le tasche vuote dovrebbero farla anche quando i supermercati sono pieni.