Novellame sequestrato e “bianchino” nei piatti, l’enigma che torna sugli scaffali e nei menu calabresi
Tra sequestri in mare, etichette ambigue e menu opachi, il rischio è una confusione che danneggia consumatori, filiera e reputazione della Calabria
La Calabria è terra di mare, ma anche terra di paradossi. Nelle ultime settimane Calabria News 24 ha riportato due filoni che, letti insieme, raccontano un’unica storia di confusione alimentare, controlli, scorciatoie commerciali e un rischio reputazionale enorme per l’intera filiera. Da un lato i sequestri di novellame lungo le coste, con blitz e sanzioni che certificano l’esistenza di un mercato che continua a provarci. Dall’altro, l’“enigma sugli scaffali”, cioè il gioco di etichette, nomi ammiccanti e prodotti trasformati che evocano tradizioni calabresi ma si reggono su materie prime che con quelle tradizioni c’entrano poco o nulla.
Il punto non è fare moralismi. Il punto è capire perché, ancora oggi, un cittadino possa entrare in un supermercato, comprare un prodotto che richiama la “sardella” o la “rosamarina”, oppure sedersi a tavola e ordinare “bianchino”, senza avere la certezza piena di cosa stia mangiando, da dove venga e con quali controlli sia arrivato fino al piatto.
Una premessa necessaria, per onor di cronaca, è chiarire i termini. “Novellame” e “bianchetto” non sono parole neutre. In Italia e in Europa la pesca e la commercializzazione di avannotti di specie come sardine e acciughe è soggetta a divieti e vincoli stringenti perché impatta direttamente sul ripopolamento e sulla sostenibilità degli stock. Quando le forze dell’ordine sequestrano novellame, non stanno facendo un’operazione “folkloristica”: stanno bloccando una pratica che, oltre a violare regole, compromette la risorsa-mare alla base di un’economia che in Calabria vale lavoro, turismo, ristorazione e identità.
I sequestri lungo le coste non sono un dettaglio
Le cronache delle ultime ore e degli ultimi giorni parlano di sequestri di novellame e di attrezzi illegali lungo diversi tratti di costa calabrese. Alcuni episodi hanno riguardato lo Ionio, altri il Tirreno, con operazioni che descrivono un fenomeno tutt’altro che residuale. È un dato che, da solo, dovrebbe bastare per smontare una narrazione comoda: quella secondo cui certe pratiche “non esistono più” o “sono solo storie del passato”. Se ci sono sequestri, vuol dire che qualcuno pesca, qualcuno trasporta, qualcuno vende, qualcuno compra. La filiera illegale, per funzionare, ha sempre più di un anello.
E qui arriva il primo nodo critico. Quando la pesca di novellame viene repressa in mare, ma l’evocazione del novellame continua in terra – negli scaffali e nei menu – si crea uno spazio grigio perfetto. Un cittadino vede il sequestro in tv e pensa: “Allora è vietato, quindi non lo troverò in vendita”. Poi entra in negozio e trova prodotti che, nel nome o nell’immaginario, sembrano richiamare proprio quel mondo. È in quello scarto che nasce l’“enigma”: non sempre ciò che viene comprato è ciò che viene capito.
L’enigma sugli scaffali, quando il nome conta più della sostanza
Calabria News 24 ha impostato un ragionamento chiaro: il problema non è solo ciò che è vietato, ma la confusione costruita attorno a ciò che è “simile”, “suggerito”, “richiamato”. È un meccanismo noto: si evita di chiamare le cose con i nomi proibiti, ma si usa un lessico che ci gira attorno, lasciando al consumatore l’onere di interpretare. E un consumatore, spesso, interpreta come può: per tradizione, per abitudine, per fiducia, per stanchezza.
In questo contesto rientra anche un tema già portato avanti dalle inchieste sulle etichette. L’etichetta è un contratto di verità tra produttore e cittadino. Se è ambigua, se evoca un territorio o una tradizione senza chiarire in modo immediato l’origine reale della materia prima, si crea un corto circuito: la Calabria diventa un marchio emotivo e non una garanzia oggettiva.
Il “bianchino” nei ristoranti e la scorciatoia del pesce ghiaccio
Dentro questa zona grigia entra una questione che merita cautela e precisione. Nel linguaggio comune di molti ristoranti, “bianchino” è un termine che richiama piccoli pesci bianchi, spesso associati a preparazioni tradizionali. Il problema nasce quando, nella pratica commerciale, il “bianchino” diventa una categoria elastica, dove può finire anche il cosiddetto “pesce ghiaccio” importato.
Qui la cronaca e la letteratura di settore descrivono un fenomeno di sostituzioni e denominazioni usate in modo improprio: prodotti diversi, spesso congelati, che vengono proposti con nomi capaci di attivare un immaginario locale. Il “pesce ghiaccio” indicato in diversi studi come Neosalanx (commercialmente noto come icefish) è una specie d’acqua dolce, legata a contesti asiatici, che entra nel mercato come prodotto a basso costo e alta “spendibilità” gastronomica, proprio perché piccolo, bianco, neutro e facile da trasformare.
Il nodo, dunque, non è demonizzare un prodotto perché “straniero”. Il nodo è la trasparenza. Se un ristorante vende “bianchino”, deve poter dire con chiarezza quale specie sta servendo, quale provenienza, quale filiera, quali trattamenti. Perché altrimenti il nome diventa marketing e il contenuto diventa variabile.
Sardella, rosamarina e l’equivoco che conviene a troppi
Nel dibattito calabrese, “sardella” e “rosamarina” sono parole potentissime, cariche di storia e memoria. Proprio per questo sono anche parole a rischio, perché attirano imitazioni e scorciatoie. La tradizione del “bianchetto” legato al novellame è stata raccontata come un’identità, ma oggi è incrociata con divieti e vincoli che rendono inevitabile un cambiamento. Eppure il mercato tende a fare ciò che fa sempre: inseguire la domanda. Se la domanda vuole “quella cosa lì”, qualcuno proverà a venderle “qualcosa che ci assomiglia”.
Ecco perché l’enigma sugli scaffali non è un caso isolato, ma la spia di un sistema. Quando una tradizione diventa illegale o non sostenibile, l’unica strada pulita è la chiarezza e l’innovazione: nuove ricette, nuove filiere, nuovi prodotti, con nomi nuovi e onesti. La strada sporca è la nostalgia confezionata: la tradizione evocata con materia prima diversa, magari importata, magari trasformata, magari “compatibile” solo a livello visivo. In mezzo ci sono cittadini che non hanno strumenti per distinguere.
Il tema dei residui e dei “medicinali”, cosa si può dire con serietà
Circola spesso, soprattutto sui social, l’affermazione secondo cui alcuni prodotti ittici d’importazione “contengano medicinali”. È un’espressione forte, che va trattata con rigore. Quello che si può dire con serietà è questo: l’acquacoltura intensiva, in varie parti del mondo, può prevedere l’uso di sostanze veterinarie e la gestione di patologie con trattamenti; e per questo esistono controlli ufficiali su residui e contaminanti. Dire “contiene medicinali” come fatto certo, senza un’analisi ufficiale su quel lotto specifico, sarebbe scorretto. Ma ridurre la questione a “tutto ok, non esistono rischi” sarebbe altrettanto superficiale.
Il punto giornalistico, quindi, non è gridare allo scandalo senza prove. È chiedere e pretendere tracciabilità, controlli e comunicazione chiara. Se un prodotto entra in Italia, deve rispettare standard. Se viene trasformato, deve essere etichettato in modo leggibile. Se finisce in ristorazione, deve essere dichiarato correttamente. La tutela del consumatore non passa dalle voci, passa dai documenti e dalle verifiche.
Una questione di reputazione e di economia, non solo di legalità
Perché questa storia riguarda tutti, anche chi non mangia “bianchino” e non compra prodotti simili? Perché la reputazione di una regione si costruisce e si distrugge in fretta. La Calabria ha un patrimonio agroalimentare e ittico che vive anche di fiducia. Se passa l’idea che “qui si spaccia”, “qui non si sa cosa c’è dentro”, “qui basta un’etichetta furba”, a perdere non è solo il consumatore: perdono i ristoratori seri, i trasformatori corretti, i pescatori che rispettano regole e stagioni, le imprese che investono sulla qualità.
E c’è un’altra conseguenza: quando il mercato legale viene inquinato da prodotti che costano meno perché arrivano da filiere più economiche o perché sfruttano l’ambiguità, il prezzo della correttezza diventa un handicap competitivo. Chi rispetta le regole rischia di essere “più caro” e quindi penalizzato, mentre chi gioca sul confine della trasparenza si prende quote di mercato.
Cosa dovrebbe succedere adesso, la strada per uscire dall’enigma
Se i sequestri di novellame raccontano che in mare si continua a tentare, e l’enigma sugli scaffali racconta che a terra la confusione continua, allora la risposta deve essere doppia. Serve continuità repressiva contro la pesca illegale, con controlli mirati soprattutto nei periodi “caldi” e nei punti noti. Ma serve anche una strategia di chiarezza commerciale, che riguarda etichette, denominazioni, menù e comunicazione al consumatore.
Un consuntivo serio dovrebbe includere almeno tre cose. Primo, controlli più frequenti e visibili su vendita e ristorazione, non solo sulla pesca. Secondo, una campagna informativa istituzionale chiara sul significato dei termini più abusati, per ridurre l’asimmetria tra chi vende e chi compra. Terzo, incentivi e percorsi per una trasformazione “pulita” delle tradizioni, così che la Calabria non perda sapori e cultura, ma li renda compatibili con legalità e sostenibilità.
Il ruolo del giornalismo, in questa fase, è esattamente quello che Calabria News 24 sta facendo: mettere insieme i pezzi, chiedere coerenza, rompere l’alibi della confusione. Perché quando un prodotto è “enigmatico”, quasi sempre non è un caso. È una convenienza.