Le clementine
Le clementine

Per capire la dimensione economica della questione bisogna partire da un dato: quando si parla di clementine italiane, si parla soprattutto di Calabria. Nel 2024 gli agrumeti regionali occupavano 37.324 ettari. Il 43,08% della superficie era destinato alle clementine e la Calabria concentrava il 63,49% della superficie nazionale dedicata a questa coltura e addirittura il 68,24% della produzione italiana. Il valore dell’intero comparto agrumicolo calabrese superava già nel 2023 i 400 milioni di euro. Non si tratta quindi di una produzione marginale, ma di una delle filiere agricole nelle quali la Calabria possiede un peso nazionale determinante. E proprio per questo la domanda diventa inevitabile: se la maggior parte delle clementine italiane nasce qui, quanto del prezzo pagato al supermercato torna effettivamente a chi le produce?

Dal campo: produrre un chilo costa circa 32 centesimi

Per ricostruire la formazione del prezzo è utile utilizzare l’ultima campagna per la quale sono disponibili dati completi e confrontabili, quella del 2025-2026, mentre la nuova stagione 2026-2027 è appena agli inizi. Il monitoraggio Ismea sui costi di produzione della frutta invernale ha calcolato per le aziende calabresi specializzate in clementine un costo medio di 7.874 euro per ettaro. Con una resa media di circa 24,5 tonnellate, il costo unitario si collocava intorno a 0,32 euro al chilogrammo. Il prezzo medio alla produzione preso in esame raggiungeva invece circa 0,61 euro al chilo. È importante chiarire cosa significa questo dato. La differenza tra 32 e 61 centesimi non coincide automaticamente con il guadagno netto dell’agricoltore. Dentro un’azienda ci sono investimenti, rischi climatici, ammortamenti, costi finanziari e oscillazioni di resa e qualità che una media statistica non può fotografare in ogni singolo caso. Ma quei 61 centesimi rappresentano un riferimento utile per capire da dove parte il viaggio commerciale della clementina.

All’ingrosso il prezzo può già raddoppiare o triplicare

Una volta lasciato il campo, il frutto deve essere selezionato. Non tutte le clementine raccolte possono essere vendute allo stesso prezzo. Calibro, colore, integrità della buccia, maturazione e qualità dividono il prodotto in differenti categorie commerciali. Una parte può essere scartata o destinata a circuiti meno remunerativi. Poi arrivano lavorazione, selezione, calibratura, confezionamento, imballaggi, movimentazione, conservazione e trasporto. A metà novembre 2025, BMTI e Italmercati rilevavano prezzi all’ingrosso delle clementine compresi generalmente tra 0,90 e 1,50 euro al chilo, a seconda della pezzatura. Per il prodotto proveniente dalle aree calabresi maggiormente vocate e di qualità superiore si arrivava intorno ai 2 euro al chilogrammo. Il salto rispetto ai circa 0,61 euro medi rilevati alla produzione può dunque essere consistente già prima dell'arrivo al supermercato. Ma non significa necessariamente che un intermediario abbia semplicemente acquistato a 61 centesimi e rivenduto a 2 euro incassando la differenza. I dati riguardano fasi commerciali, pezzature e condizioni diverse e non necessariamente la stessa partita di merce. È proprio questo uno degli elementi che rende la filiera difficile da leggere dall’esterno.

Sullo scaffale si può arrivare vicino ai tre euro al chilo

L’ultimo passaggio è quello che il consumatore vede direttamente. Nella stagione 2025 si trovavano clementine italiane in promozione nella grande distribuzione a 1,49 euro al chilo, mentre altre offerte arrivavano a 1,99 euro. Per le Clementine di Calabria IGP, una promozione Lidl di dicembre indicava 1,99 euro al chilogrammo rispetto a un prezzo precedente di 2,99 euro. Altri volantini della distribuzione riportavano clementine italiane intorno ai 2,99 euro al chilo. Prendendo semplicemente come ordine di grandezza il dato Ismea di 0,61 euro alla produzione e un prezzo finale di 2,99 euro, il valore percepito dal consumatore risulta quasi cinque volte superiore. È una comparazione indicativa, non la ricostruzione economica della stessa cassetta di clementine: periodi, qualità, calibri, certificazioni e condizioni commerciali possono essere differenti. Ma fotografa perfettamente il tema: tra il prezzo agricolo e quello finale può aprirsi una forbice enorme.

Quei due euro di differenza non sono tutto profitto

È qui che occorre evitare una semplificazione frequente. Se una clementina viene pagata 60 centesimi all’origine e venduta a 2,50 o 3 euro, non significa che qualcuno stia automaticamente guadagnando due euro e mezzo al chilogrammo. Dal momento della raccolta iniziano una serie di costi che il prodotto venduto direttamente dall’albero non incorpora. La frutta deve essere movimentata verso il centro di lavorazione, selezionata, calibrata e confezionata. Servono cassette o reti, etichette, pallet, personale, macchinari e magazzini. Una parte del prodotto viene eliminata durante la selezione e quella perdita deve essere assorbita dal valore del prodotto commerciabile. Poi arrivano conservazione, energia, logistica e trasporto. Seguono i costi della piattaforma distributiva, del punto vendita, del personale, degli spazi commerciali, delle perdite per merce deteriorata e delle promozioni. Per le Clementine di Calabria IGP esistono inoltre precisi standard qualitativi: il disciplinare ammette specifici calibri, richiede almeno il 40% di succo e un tenore zuccherino minimo e vieta l'impiego di fungicidi di sintesi e deverdizzanti nel post raccolta. Il punto, dunque, non è affermare che tutta la differenza tra campo e supermercato sia speculazione. Il vero problema è capire come quella differenza venga distribuita tra i diversi anelli della catena.

Il produttore vende un frutto, la distribuzione vende un servizio

Dal punto di vista economico la trasformazione è significativa. L’agricoltore vende prevalentemente un prodotto agricolo appena raccolto. Più si avanza nella filiera, più insieme alla clementina vengono venduti altri servizi: selezione, garanzia della qualità, disponibilità costante, confezionamento, consegna, esposizione e comodità di acquisto. Ed è per questo che un chilo di frutta può aumentare sensibilmente di prezzo nel giro di pochi passaggi. La questione diventa critica quando il produttore, che sostiene il rischio biologico e climatico della coltivazione, rimane l’anello con minore capacità di determinare il prezzo. Perché una clementina danneggiata dalla grandine, da temperature anomale o da una fitopatia è una perdita che nasce nel campo, non nel supermercato.

La forza contrattuale cambia quando l’offerta si aggrega

È qui che entra in gioco un altro storico problema dell’agricoltura calabrese: la frammentazione. Una piccola azienda con pochi ettari e prodotto deperibile ha un margine di trattativa limitato. Le clementine devono essere raccolte e commercializzate in una finestra temporale precisa; non possono essere conservate indefinitamente aspettando che il prezzo salga. Un'organizzazione di produttori, al contrario, può concentrare volumi, programmare le consegne, selezionare il prodotto, trattare direttamente con la grande distribuzione e affrontare mercati nazionali ed esteri con maggiore peso commerciale. Non a caso la stessa Regione Calabria individua nell’aggregazione uno strumento per concentrare l’offerta, ottimizzare i costi e migliorare la commercializzazione. Nel 2024 è stata riconosciuta “Passione Mediterranea”, prima AOP ortofrutticola regionale, nata dall’aggregazione di quattro organizzazioni di produttori. Più filiera resta in mano ai produttori, maggiore è teoricamente la quota di valore che può rimanere sul territorio.

L’IGP vale ancora una parte limitata dell’enorme potenziale regionale

La Calabria dispone anche di uno strumento importante: il marchio Clementine di Calabria IGP. Nel 2023 la produzione certificata aveva superato le 10 mila tonnellate, coinvolgendo 119 operatori e generando un fatturato all’origine di circa 3,5 milioni di euro. Il riconoscimento geografico permette di distinguere il prodotto calabrese dalla clementina generica e di collegare al frutto un'origine precisa, una qualità disciplinata e un'identità commerciale. È un passaggio decisivo perché nel mercato ortofrutticolo il valore non dipende soltanto da ciò che si produce, ma anche da come viene riconosciuto e raccontato ciò che si produce. Vendere una clementina anonima significa competere soprattutto sul prezzo. Vendere una Clementina di Calabria riconoscibile, certificata e accompagnata da un marchio territoriale significa provare a competere anche sul valore.

Quando c’è troppa produzione il prezzo può scendere in poche settimane

A complicare ulteriormente il quadro c’è la stagionalità. A novembre 2025 le clementine calabresi di migliore qualità potevano raggiungere all’ingrosso circa 2 euro al chilo. Poche settimane dopo, in piena produzione natalizia, BMTI rilevava quotazioni all’ingrosso molto più basse, comprese tra 0,60 e 1,40 euro al chilogrammo, proprio per effetto dell’elevata disponibilità di merce. È il meccanismo classico dell’ortofrutta: quando l'offerta aumenta rapidamente, il prezzo può diminuire altrettanto rapidamente. Il produttore si trova quindi nella posizione più delicata. Ha sostenuto per mesi i costi dell’agrumeto, ma il valore del raccolto viene deciso in una fase commerciale concentrata in poche settimane.E il tempo, con un prodotto fresco, raramente gioca a suo favore.

Dal campo allo scaffale: il vero tema è chi trattiene il valore

La clementina calabrese può dunque partire da un prezzo agricolo nell’ordine di poche decine di centesimi e arrivare al consumatore a due o tre euro al chilogrammo. In mezzo non esiste un unico passaggio né un unico margine. Esistono produttore, organizzazione o centro di confezionamento, grossista o piattaforma logistica, trasporto e distribuzione finale. Esistono costi reali, scarti, personale e servizi. Ed esistono differenti rapporti di forza commerciale. Per questo la semplice differenza tra prezzo all’origine e prezzo al supermercato non basta per individuare chi “guadagna troppo”. Ma pone una domanda che per la Calabria è ancora più importante: quanto del valore creato dopo la raccolta potrebbe rimanere nelle aziende agricole e nelle imprese regionali se una parte maggiore della filiera fosse organizzata, confezionata e commercializzata direttamente dal territorio?

La Calabria produce il frutto: la sfida è vendere anche il valore

Nel 2025 la produzione nazionale di clementine risultava in crescita del 20,3% rispetto al 2006, in controtendenza rispetto ad altre importanti specie frutticole italiane. E la Calabria continua a esserne il cuore produttivo. Ma essere primi per quantità non significa automaticamente essere primi nella distribuzione della ricchezza. La vera partita si gioca dopo la raccolta: aggregazione, confezionamento, marchio, IGP, contratti di filiera, rapporto con la GDO, export e vendita diretta. Perché tra una clementina pagata in campagna poche decine di centesimi e la stessa categoria di prodotto acquistata a diversi euro sullo scaffale non cambia soltanto il prezzo. Cambia soprattutto chi ha il potere di costruire quel prezzo.