Sette giorni su sette e fino a notte fonda: il lato oscuro del lavoro stagionale
La denuncia di una giovane a Scalea riaccende il dibattito su turni massacranti, assenza di riposo e compensi inferiori a cinque euro l’ora
Una passeggiata tra le attività commerciali di Scalea alla ricerca di un impiego estivo si è trasformata, per una giovane ospite dei nonni, in una presa di coscienza sulle condizioni proposte a chi cerca un’occupazione stagionale. Secondo la testimonianza arrivata alla nostra redazione, alcuni turni inizierebbero alle 15 per terminare alle 2 o alle 3 di notte, talvolta anche più tardi, in base alla presenza dei clienti. Il lavoro verrebbe richiesto sette giorni su sette, senza riposo, con compensi compresi tra 3,80 e 4,30 euro l’ora.
A sostegno del proprio racconto, la giovane ha trasmesso alcune conversazioni avute con rappresentanti di attività commerciali. In uno degli scambi, dopo aver domandato se fosse previsto un giorno libero o se si cercasse personale disponibile sette giorni su sette, ha ricevuto una risposta netta: «Purtroppo il giorno di riposo no. Facciamo i turni di otto ore tutti quanti».
La conversazione, da sola, non consente di ricostruire la natura del rapporto, il contratto applicato o l’organizzazione complessiva dei turni. Tuttavia, rende evidente un problema: l’assenza del riposo viene presentata non come un’eccezione temporanea, ma come una normale condizione di accesso al lavoro.
Otto ore al giorno per sette giorni significano 56 ore settimanali
Dietro la formula apparentemente rassicurante del “turno di otto ore” si nasconde un dato preciso: lavorare otto ore al giorno per sette giorni significa raggiungere le 56 ore settimanali. Nel caso dei turni descritti dalla giovane, dalle 15 alle 2 o alle 3, il totale potrebbe arrivare invece a 77 o 84 ore nell’arco di una settimana, qualora tutte le ore trascorse al lavoro fossero effettivamente conteggiate.
La disciplina italiana stabilisce normalmente un orario di 40 ore settimanali. La durata media, comprese le prestazioni straordinarie, non può superare le 48 ore per ogni periodo di sette giorni, calcolate su un arco temporale di riferimento che può essere ampliato dalla contrattazione collettiva. Questo significa che una singola settimana più intensa può essere compensata da settimane meno gravose, ma un’organizzazione stabilmente fondata su 56 ore o più richiede verifiche approfondite.
Ancora più delicata è la questione del riposo. Ogni lavoratore ha diritto ad almeno 24 ore consecutive di riposo settimanale, da aggiungere alle 11 ore di riposo giornaliero. Il periodo viene calcolato come media su un massimo di 14 giorni e sono possibili specifiche deroghe contrattuali, accompagnate però da riposi compensativi. L’apertura di un’attività sette giorni su sette, dunque, non significa che ogni dipendente debba lavorare senza mai fermarsi: spetta al datore organizzare turnazioni capaci di garantire la continuità del servizio e, contemporaneamente, il recupero del personale.
Quando la prestazione giornaliera supera le sei ore, inoltre, deve essere garantita una pausa secondo quanto previsto dal contratto collettivo applicato. Anche il compenso indicato dalla giovane dovrebbe essere verificato considerando mansioni, livello di inquadramento, lavoro notturno, straordinari, maggiorazioni e contratto adottato dall’impresa.
Il turismo non può crescere cancellando i diritti
«Ci dicono che è l’unico periodo in cui si lavora», racconta la giovane. Una giustificazione che richiama una convinzione ancora diffusa nelle località turistiche: poiché la stagione è breve e l’afflusso dei clienti si concentra in poche settimane, chi viene assunto dovrebbe accettare qualsiasi orario e rinunciare al riposo.
Ma il carattere stagionale di un’attività non sospende i diritti. La necessità di mantenere aperti ristoranti, bar, stabilimenti e negozi può richiedere flessibilità, turni serali e lavoro nei festivi. Non può però trasformarsi automaticamente nella disponibilità totale della persona, come se il dipendente non avesse bisogno di recuperare energie, tutelare la propria salute e conservare uno spazio di vita esterno all’impiego.
È importante precisare che non tutte le imprese di Scalea o del comparto turistico operano in questo modo. Numerosi imprenditori assumono regolarmente, rispettano i contratti e garantiscono condizioni dignitose. Proprio per questo le situazioni critiche danneggiano anche le aziende corrette, costrette a confrontarsi con chi riduce i costi comprimendo salari, riposi e tutele.
La domanda della giovane resta centrale: «Il problema siamo noi ragazzi che non vogliamo lavorare?». Rifiutare turni senza riposo e compensi ritenuti insufficienti non equivale necessariamente a mancanza di volontà. Può significare, al contrario, chiedere che il lavoro mantenga il proprio valore e non diventi una forma di sottomissione.
Un territorio turistico non si misura soltanto dal numero delle presenze o dai locali pieni fino a notte fonda. Si misura anche dal modo in cui tratta le persone che rendono possibile quella stagione. Perché dietro ogni tavolo servito, ogni camera riordinata e ogni attività aperta ci sono lavoratori che non possono essere considerati una risorsa da consumare nell’arco di poche settimane.