Biogas e biomasse, gli scarti agricoli calabresi possono diventare energia senza sottrarre terra alle colture
Potature, residui agroalimentari, reflui zootecnici e sottoprodotti delle filiere possono alimentare impianti energetici locali. La sfida per la Calabria è puntare su ciò che già esiste, evitando di trasformare terreni agricoli in superfici dedicate
La transizione energetica delle campagne calabresi non passa necessariamente da nuovi campi destinati alla produzione di energia.
Una parte importante della risposta può arrivare da ciò che l’agricoltura già produce e spesso considera un problema da smaltire: potature, paglie, residui delle lavorazioni agroalimentari, reflui zootecnici e altri sottoprodotti.
La stessa programmazione regionale individua tra le traiettorie strategiche lo sviluppo di progetti di economia circolare nell’agroalimentare, con il recupero degli scarti per produrre compost, biofertilizzanti, biocarburanti e altre materie utili, insieme all’incentivazione delle energie rinnovabili prodotte in ambito agricolo, tra cui biomasse, biogas e biometano.
Prima i residui, poi le colture dedicate
Il principio è semplice: se l’obiettivo è produrre energia senza sottrarre superfici alla produzione alimentare, la priorità dovrebbe andare alle biomasse residuali.
Il CREA sottolinea infatti che l’agricoltura può essere contemporaneamente consumatrice e produttrice di energia, ma richiama anche la necessità di utilizzare le biomasse in modo sostenibile, privilegiando quelle finora poco sfruttate, come residui agricoli e sottoprodotti. È una distinzione importante.
Un conto è coltivare ettari esclusivamente per alimentare un impianto energetico. Un altro è recuperare ciò che resta dopo una potatura, una spremitura, una lavorazione industriale o un ciclo zootecnico e trasformarlo in una nuova risorsa.
La Calabria produce molte biomasse potenziali
La struttura agricola regionale offre numerose possibilità. Oliveti, agrumeti, vigneti e frutteti generano grandi quantità di residui di potatura. Frantoi, cantine e industrie agroalimentari producono sottoprodotti che, se correttamente gestiti e tecnicamente idonei, possono entrare in filiere energetiche o di economia circolare.
La ricerca nazionale ha inoltre sperimentato l’utilizzo del pastazzo di agrumi e di altre biomasse residuali tipiche del Mediterraneo come matrici alternative per la produzione di biogas.
Per una regione caratterizzata da una forte produzione agrumicola, olivicola e agroalimentare, il tema assume quindi un interesse concreto.
Biogas dai residui più fermentescibili
Non tutte le biomasse possono essere trattate nello stesso modo. I materiali più fermentescibili, come reflui zootecnici e alcuni sottoprodotti organici, possono essere utilizzati nei digestori anaerobici per produrre biogas.
Il processo genera una miscela ricca di metano che può essere utilizzata per produrre energia elettrica e termica oppure, dopo un processo di raffinazione, trasformata in biometano.
Il CREA ha sviluppato specifiche linee di ricerca sul recupero di sottoprodotti agroindustriali per la digestione anaerobica, proprio con l’obiettivo di aumentare l’utilizzo delle biomasse di scarto e ridurre il ricorso a superfici coltivate per alimentare gli impianti.
Potature e residui legnosi seguono un’altra strada
Gli scarti di potatura e le biomasse con maggiore componente lignocellulosica sono invece più adatti ad altri processi.
Possono essere trasformati in cippato o pellet, utilizzati in impianti termici efficienti oppure sottoposti a processi come gassificazione e pirolisi.
Da queste filiere può nascere non soltanto energia, ma anche biochar, materiale carbonioso che può trovare applicazioni agronomiche e contribuire a chiudere il ciclo della biomassa.
La logica è quella dell’economia circolare: ridurre ciò che viene considerato rifiuto e valorizzare ogni frazione possibile.
Il vantaggio economico per le aziende agricole
Per un agricoltore, uno scarto ha spesso un costo. Deve essere raccolto, spostato, triturato o smaltito. Se però nelle vicinanze esiste un impianto capace di utilizzarlo, quello stesso materiale può acquisire un valore.
Il CREA evidenzia proprio questo aspetto: quando esistono impianti agroenergetici vicini e correttamente dimensionati, il costo di gestione dei residui può trasformarsi in una nuova opportunità economica per le aziende.
Non significa che ogni scarto agricolo diventi automaticamente redditizio, ma che una filiera organizzata può ridurre costi e generare nuove entrate.
Il vero problema è la logistica
La difficoltà maggiore è spesso raccogliere e concentrare le biomasse. Potature e residui agricoli sono distribuiti su territori molto ampi, hanno un volume elevato e una densità energetica relativamente bassa.
Trasportarli per decine o centinaia di chilometri rischia quindi di annullare il vantaggio economico e ambientale.
È per questo che gli impianti devono essere pensati in relazione al territorio e alla quantità reale di biomassa disponibile.
Piccole e medie filiere locali possono risultare più razionali di grandi impianti che necessitano di approvvigionamenti provenienti da aree lontane.
Impianti vicini alle aree produttive
Per la Calabria il modello più interessante potrebbe essere quello delle filiere corte energetiche.
Un impianto collocato vicino a una grande area olivicola potrebbe utilizzare residui di potatura e sottoprodotti dei frantoi. Una zona con forte presenza zootecnica potrebbe valorizzare reflui e matrici organiche. Un distretto agrumicolo potrebbe recuperare parte dei sottoprodotti della trasformazione.
La ricerca CREA sottolinea che la vicinanza degli impianti e il corretto dimensionamento sono elementi fondamentali per la sostenibilità complessiva della filiera.
Il digestato può tornare nei campi
La produzione di biogas genera inoltre un altro prodotto: il digestato. Se correttamente trattato e utilizzato nel rispetto della normativa, può essere valorizzato come fertilizzante organico, restituendo nutrienti ai terreni.
Anche su questo fronte la ricerca nazionale sta lavorando su tecnologie per migliorare il riutilizzo agronomico del digestato e ridurre la dipendenza dai fertilizzanti di sintesi.
Il ciclo può quindi diventare quasi circolare: l’azienda agricola produce residui, i residui generano energia e il materiale finale torna al suolo.
Una risposta anche ai costi energetici
Per molte imprese agricole l’energia è diventata una voce pesante del bilancio.
Pompe di irrigazione, celle frigorifere, stalle, frantoi, cantine e impianti di trasformazione richiedono consumi significativi.
Produrre biogas o energia termica utilizzando sottoprodotti aziendali può ridurre la dipendenza dalla rete e rendere più prevedibili i costi.
In alcuni casi, l’energia può essere utilizzata direttamente dall’impresa; in altri può alimentare reti locali o comunità energetiche.
Evitare una nuova competizione per il suolo
Il punto centrale resta però quello del terreno agricolo. La Calabria ha bisogno di energia rinnovabile, ma ha anche bisogno di mantenere produttive le proprie superfici agricole.
Per questo l’utilizzo degli scarti rappresenta una strada particolarmente interessante: consente di aumentare la produzione energetica senza mettere direttamente in competizione energia e cibo.
Il CREA ha già indicato questa direzione nei progetti dedicati al biogas: aumentare l’impiego di biomasse residuali significa anche ridurre la necessità di colture dedicate esclusivamente agli impianti.
Non tutto ciò che è residuo deve diventare combustibile
La valorizzazione energetica deve però essere selettiva. Una parte dei residui agricoli ha un ruolo fondamentale nel mantenimento della sostanza organica e della fertilità dei suoli. Rimuovere indiscriminatamente tutta la biomassa potrebbe quindi produrre effetti negativi.
La stessa ricerca sottolinea che le biomasse sono rinnovabili, ma non inesauribili, e devono essere utilizzate attraverso una pianificazione attenta.
Prima dell’energia viene quindi la necessità di conservare la funzionalità agricola ed ecologica del terreno.
Da problema di smaltimento a nuova filiera
La vera opportunità per la Calabria è cambiare prospettiva. Potature, reflui e sottoprodotti agroalimentari non devono essere considerati automaticamente rifiuti da eliminare. In molti casi possono diventare materia prima per nuove attività economiche.
Energia termica, biogas, biometano, biochar e biofertilizzanti possono nascere da filiere già presenti sul territorio, creando occupazione e riducendo contemporaneamente alcuni costi di gestione.
Energia agricola senza sacrificare l’agricoltura
La sfida non è riempire le campagne di impianti. È costruire un sistema nel quale l’energia venga prodotta innanzitutto da ciò che l’agricoltura lascia dietro di sé.
Se organizzati su scala locale, correttamente dimensionati e alimentati prevalentemente da residui e sottoprodotti, biogas e biomasse possono diventare una componente importante della transizione energetica calabrese.
Senza togliere terreno agli agrumeti, agli oliveti, ai vigneti o alle colture alimentari.
Anzi, trasformando proprio gli scarti di quelle produzioni in una nuova risorsa economica ed energetica.